La contrada-discarica. I colori di Borgonero: tra il verde della campagna e il grigio dell'eternit

- Politica Istituzioni di Mario Francesco Simeone

Contrada Borgonero è un’area compresa tra il fiume Sabato e la Strada Statale 88, dista circa 5 km dal centro di Benevento e pochi di più dalla provincia di Avellino. Provenendo da via Napoli, dopo aver percorso il Lungosabato Riccardo Bacchelli, vi si accede facilmente da via Dei Mulini, passando sotto le spirali dello svincolo che collega via Fontanelle con via Avellino. Superato quel tratto, la città scompare e i colori cambiano velocemente. Il paesaggio della Contrada si divide tra campi di tabacco e la flora spontanea tipica del lungo fiume, villette con cancelli in ferro battuto e vecchie masserie in mattoni rossi. C’è molto verde, l’acqua nel sottosuolo è abbondante e, nonostante il caldo afoso del pomeriggio estivo, l’aria risulta gradevole. Le automobili devono procedere con cautela, per la presenza di molti podisti, di tutte le età e con ambizioni anche diametralmente opposte... In alcuni tratti, la carreggiata già stretta è invasa da mucchi di spazzatura, sacchi di varie dimensioni e mobili rotti. Questa è solo la superficie. “Sono anni che viviamo qui, abbiamo scritto lettere, sporto denunce, rivolto esposti ma non è cambiato nulla”, dice uno degli abitanti della contrada, mentre indica una collinetta di buste che si erge sull’asfalto. Accostiamo l’auto e, trovato un accesso agevole, libero dalle sterpaglie che hanno sgretolato il catrame e nascondono il terreno, scendiamo al di sotto del livello della strada. Già si sente il rumore del fiume e basta qualche passo per vedere le acque limacciose, le sponde irregolari e intricate di residui di plastica, copertoni vecchi, sanitari in frantumi. Proseguendo, si trovano nuclei di spazzatura accatastata, un campionario completo di prodotti, da cruscotti di automobili a bauletti di motorini, da tavole di legno a peluche di San Valentino. Altri dieci metri e questo supermercato a cielo aperto dei rifiuti propone nuovi prodotti, tra cui materassi, grandi frammenti di polistirolo e sedie da campeggio con le gambe mancanti. Comunque, si nota poco, perché una selva di arbusti e rovi ha coperto la maggior parte dei rifiuti. Aguzzando la vista e spostando qualche ramo, si indovinano facilmente ingombranti matasse di oggetti di vari materiali e dimensioni. “Siamo lasciati a noi stessi, come se questo fosse un territorio lontano dalla città. Il Comune, saltuariamente, fa pulire la strada ma è un palliativo perché, dopo poche ore, la situazione è uguale a prima. Eppure, basterebbero alcune telecamere, per scoraggiare queste azioni”. Dalla terra, spuntano schegge di plastica nera come fossero fiori, le radici stabilmente piantate e ingrassate dall’acqua torbida del Sabato, culla del popolo sannita, secondo lo storico Tito Livio. Strati di immondizia dimenticata, residui di inciviltà e ignoranza che le istituzioni non hanno interesse a estirpare. “Allora dobbiamo pensarci noi – dice un altro residente – fare di nostra iniziativa.

Controlliamo e puliamo dove possibile ma lo scempio continua senza tregua e sembra non interessare a nessuno”. Un cartello ammonisce “vietato fumare o usare fiamme libere” ed è fissato a una rete che separa una centralina del gas dalla strada. Tubi robusti escono dal terreno, a pochi centimetri da un cumulo di vestiti vecchi che solo a guardarli sembrano prendere fuoco, “Gli incendi sono un problema grave, perché i rifiuti invadono la strada e spesso capitano vicino ai pali del telefono, bruciandoli o danneggiando i cavi. Così, rimaniamo senza linea per settimane, isolati”. Tonnellate di spazzatura abbandonata in una zona a prevalenza agricola, a pochi metri da un lungo fiume e vicino alla linea ferroviaria che porta ad Avellino. Qualche tempo fa, poco distante dal tratto della ferrovia, venne rinvenuto un deposito abusivo di amianto: “E' stato messo in sicurezza, cioè coperto, ed è rimasto così per qualche mese, prima di essere portato via”.

Torniamo verso Benevento, in quella zona di nulla dove termina il Lungosabato Riccardo Bacchelli. Superiamo due enormi blocchi di cemento che dovrebbero impedire l’accesso alla zona sottostante lo svincolo ma sono stati spostati e, posizionati in questo modo, per la tipica ambivalenza delle porte, sembrano invitare a entrare. L’asfalto si interrompe bruscamente, come se il senso finale del progetto fosse fuggito chissà dove. Lo sterrato è invisibile dalla strada ed è invaso da lastre di vetro, televisori, lavatrici e ancora copertoni.

Tra siringhe e lattine, poi, spiccano le inconfondibili lastre ondulate di fibrocemento rinforzato con amianto che l’inventore Ludwig Hatschek chiamò Eternit, dal latino “aeternitas”. In natura, l’amianto, o asbesto, dal greco asbestos, “inestinguibile”, è un minerale di colore bianco e di tessitura fibrosa, molto comune e incredibilmente nocivo per la salute dell’uomo. In Germania e nel Regno Unito, già nella prima metà del Novecento, studi medici dimostrarono il rapporto diretto tra cancro al polmone e inalazione di asbesto. In Italia, l’amianto è stato largamente utilizzato, fino agli anni ottanta, come materiale da costruzione per l’edilizia, sotto forma di Eternit, e per la coibentazione navi e treni, oltre che come coadiuvante nella filtrazione dei vini. La Legge n. 257 del 27 marzo 1992, ne ha vietato l’estrazione, la produzione, l’importazione, l’esportazione e la commercializzazione. Termini come asbestosi, carcinoma polmonare e mesotelioma pleurico mettono i brividi solo a pensarli. Anche non contando le migliaia di morti di Casale Monferrato, provincia di Alessandria, dove, nel 1907, aprì il primo stabilimento di 94.000 metri quadrati, la più grande fabbrica della società Eternit.

Sette anni prima dello storico scudetto dell’A.S. Casale Calcio, che interruppe la striscia vincente del Pro Vercelli. Anche facendo finta di non sapere che tutta l’Italia è ancora soffocata da queste fibre cancerogene. La Fibronit, azienda che produceva elementi per l’edilizia in amianto, fondata a Bari nel 1935, chiuse nel 1986 e 300 m² di eternit sono ancora in azienda e da bonificare, dopo un’inchiesta che ha portato alla deposizione di accusa per “disastro doloso, omissione dolosa delle norme antinfortunistiche, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose”, nei confronti di 10 ex amministratori indagati.Ma torniamo a Benevento. Sotto l’ombra malsana delle rampe dello svincolo, si sente il rombo uniforme delle automobili che passano sulla sopraelevata. Il terreno è umido e la vegetazione cresce a macchie irregolari. Innumerevoli mucchi di rifiuti carbonizzati, disposti tutto intorno alle grigie lastre ondulate, come una beffa fatale, nulla di buono lasciano presagire. Le pareti che sostengono la strada sono nere, segno di frequenti roghi. Anche qui, il Sabato scorre a pochi metri...