A proposito dell'intervento di Galimberti a Benevento sul tema della bellezza

- Opinioni di Nicola Sguera

Ieri ha avuto inizio la VI edizione del Festival di filosofia del Sannio, organizzato dall’associazione Stregati da Sophia, creata da Carmela D’Aronzo, cui va il merito di aver portato a Benevento negli ultimi anni i filosofi più in vista del panorama italiano (con la chicca di Bauman). Anche per il primo incontro con Umberto Galimberti il San Marco (dove è sempre emozionante per un beneventano tornare) era gremito di giovani e meno giovani. All’interno del tema del Festival (l’armonia), Umberto Galimberti, allievo di Severino, Jaspers e Trevi, come lui stesso ha voluto ricordare additando nei buoni maestri una concausa della vita “felice”, ha affrontato il tema della bellezza. Non faccio sintesi dell’intervento, certo che altrove sarà possibile reperirla, preferendo concentrarmi su alcuni passaggi.

Parto da una premessa: Galimberti ha grandissimi meriti nella storia culturale italiana (aver contribuito, ad esempio, a divulgare il pensiero di Jaspers ed Heidegger, aver focalizzato, in maniera divulgativa, l’attenzione sul tema del nichilismo), e per questo ne utilizzo spesso e volentieri stralci di libri nel mio lavoro di docente. Per altro, trovo particolarmente originale la sua rivendicazione di “grecità”, ribadita anche nell’incontro in questione, pur emergendo continuamente la sua ammirazione per la cultura ebraica e cristiana.

Due appunti, però, sono doverosi: è apparso stucchevole (per non dire offensivo) il reiterato dubbio sulla reale comprensione di ciò che andava dicendo da parte dell’uditorio. Insomma, se si professa un reale pessimismo sul “senso” di incontri pubblici o sulla stampa di libri («che hanno venduto 50.000 copie solo perché i nonni non sapevano cosa regalare ai nipoti», sic... o, meglio, sigh), bisognerebbe tacere e smettere di scrivere.

Mi pare, per dirla in parole povere, che troppo spesso Galimberti assuma la postura dell’apocalittico (sulla “fine della filosofia” con la morte di Severino, sui professori che non sanno più fare il loro mestiere, sul lessico impoverito, sui riti scomparsi della Chiesa cattolica et cetera) ma che nel contempo sia assai integrato nell’industria culturale. Il nichilismo non è anche questo, gli chiedo e mi chiedo?

È ovvio che sto muovendo una critica complessiva al suo “sistema” che porta inevitabilmente ad una scelta del genere, facendo alla fine di questi incontri pubblici poco più che una dottissima ostentazione della impotenza del pensiero contro il Leviatano nichilistico, spalleggiato, come ha detto, dal Mercato e dalla Tecnica.

Non è, dunque, casuale che (e questo è il secondo appunto che gli faccio), in una delle tante digressioni (in realtà l’intervento è stato rapsodico e fatto, appunto di digressioni sebbene legate tra loro, anche se tale legame sarà effettivamente stato difficile da cogliere: un canovaccio, mi permetto di dire, non sarebbe servito ad aumentare quel «10% di pubblico che potrà capire»?), Galimberti si sia soffermato sul “sacro”.

Effettivamente ha ragione a ritenerlo decisamente altro dal “santo” in virtù della sua “separatezza”. Di qui, però, ne ha tratto la conclusione che oggi esso sia sparito e che, dunque, il cristianesimo occidentale, ad esempio, sia in crisi per mancanza di teatralità nei riti, di “bellezza”, di “estetica”, che invece caratterizza ancora il cristianesimo ortodosso. Dunque, lui “greco” ha celebrato la nostalgia per la Messa in latino, per il sacerdote con le spalle ai fedeli, per l’incenso usato a mo’ di droga.

Insomma, mi pare che il nichilismo conduca inevitabilmente anche a a questo rivolgersi al passato cercando più che esteticamente direi an-esteticamente sollievo dal Nulla in una dimensione “estatica” ed “entusiasta”.

Sia chiaro: ben vengano estasi ed entusiasmo (nulla da dire sul rapporto necessario tra arte e “follia”). Ma, dico a Galimberti: e se fosse stato proprio cristianesimo con il suo mistero centrale, quello dell’incarnazione, a porre le basi per un progressivo superamento della sfera separata del “sacro”?

Non mi pare casuale che egli abbia sempre citato l’Antico Testamento per evocare un Dio terribile, quello di Giobbe. Il Dio fattosi “carne” chiama “papà” (abba) il suo Dio. E Dio non si è fatto uomo perché l’uomo (e con lui il mondo) si divinizzasse?

Personalmente la lettura del Bonhoeffer “visionario” di Resistenza e resa mi ha insegnato che probabilmente il cristianesimo non è una religione. E Marco Guzzi mi ha insegnato che la modernità non è altro che l’inveramento di una dinamica interna al cristianesimo. Non ha alcun senso pensare di ripristinare una sfera separata, il “sacro”. Al contrario, credo che il cristianesimo debba dissolversi, nella secolarizzazione compiuta, nella mondanità. Ma, d’altronde, mi chiedo ancora, che senso avrebbe nell’ineluttabile destino nichilistico del globo occidentalizzato? Non sarebbe una raffinata orchestra che suona meravigliose musiche su un Titanic destinato a schiantarsi?

La mia è una critica “dia-logica” nel senso evocato da Galimberti. Il “dia” evoca la massima distanza ma anche una tensione. Ben vengano incontri di tale levatura, stimolo alla riflessione “polemica”.

Alla fine dell’incontro, bello e profondo, come sempre, avevo già perfettamente chiaro cosa mi distanzia da un “filosofo” cui comunque sono grato: prima di tutto che non mi preoccupa la “fine” della filosofia, che anzi vedo come possibilità che si dispieghi un altro pensiero, non metafisico, fondato (meglio: senza fondamento, an-archico) su un rinnovato darsi della verità come non-nascondimento (ovviamente sto citando Heidegger); soprattutto, mi sono detto, posso andare ogni giorno in classe dai miei alunni, leggendo Platone, Cartesio o la Arendt, perché credo nella profonda sensatezza di questo gesto “inutile”.

Il Nulla non trionferà fino a quando coltiveremo (prima di tutto nel nostro agire quotidiano, facendo discorsi pubblici o scrivendo parole) la virtù sublime della speranza. Il Mercato e la Tecnica sembrano Moloch invincibili e onnivori, ma la mia parte “demens” che non calcola, il mio daimon mi dice: non disperare! Ammiro Galimberti, lo faccio leggere ai miei allievi. Ma tutto in me grida che alla fine dell’abisso - che pure dobbiamo raggiungere - fiorirà una rosa (senza perché).

Uno degli attenti ascoltatori presenti in sala (probabilmente appartenente a quel 10% che avrà capito...) ha chiesto al “Maestro” (sic!): «È felice?». In quel momento, e a prescindere dalla risposta, ho visto un anziano signore, carico di denaro (meritato) e celebrità (meritata), “felice” e di-sperato. E, che ci crediate o meno, non l’ho invidiato.