La lezione di Umberto Galimberti a Benevento e la necessità del ritorno del Dio Terribile

- Cultura Spettacolo di Alma Iacobacci
Il pubblico del S. Marco di Benevento per la lezione di Umberto Garimberti
Il pubblico del S. Marco di Benevento per la lezione di Umberto Garimberti

Riceviamo e pubblichiamo - La lectio magistralis tenuta da Umberto Galimberti sulla Bellezza nel pomeriggio del 4 febbraio al cinema S. Marco di Benevento è stata una vera e propria sferzata all'intorpidimento del pensiero contemporaneo, per quanto priva dell'intento di riesumare il pensiero sulla terra, o almeno in Italia, impresa disperata e impossibile, stando lo stato delle cose, per il Nostro.

Alle prese con la definizione della Bellezza, Galimberti ne ha delineato sin da subito il connubio colla filosofia, il cui disperato destino è oramai segnato dal suo tristo eclissamento, dopo la dipartita degli ultimi grandi rappresentanti del pensiero, Emanuele Severino e la sua generazione: citando Heidegger, oltre al pensiero di tipo utilitaristico, attualmente l'uomo non ne possiede uno alternativo, e quello vigente, il pensiero utilitaristico, continua a falcidiare indisturbato, nel sonno ipnotico delle persone, cultura, linguaggio e sacralità, fondo a cui attinge, come si vedrà, la bellezza.

Con l'attenta ricostruzione etimologica delle parole, a partire dai greci, da Omero, dal pensiero giudaico-cristiano, Galimberti ci ha posti di fronte ai significati originari di cui le parole, che trascinano con sé intere culture, sono depositarie; quelle parole dimenticate, ridotte oramai, nel bagaglio formativo di un liceale, a circa duecento, quando negli anni settanta Tullio De Mauro ne dichiarava circa duemila. E con la perdita delle parole, il pensiero si ferma, perché è la parola a permettere lo sviluppo del pensiero, non il contrario: la mancata memoria dello sterminio degli armeni, di contro a quello pur sempre viva dell'oloucausto degli ebrei, è dovuta al fatto che gli ebrei sono più colti degli armeni.

E' la cultura che fa la differenza, e dunque cosa possono sperare gli italiani, incapaci persino di interpretare un testo, i cui giovani, privati del proprio futuro, si perdono sempre più o nelle fauci del nichilismo, o in una emigrazione di massa (sono circa 5 milioni i nostri giovani che vivono all'estero), oppure sopravvivono all'ombra dei potenti sempre garantiti, mortificati in un avvilente precariato che a stento permette loro di sopravvivere?

E' di questi giorni la notizia della giovane dottoressa dello Spallanzani che ha isolato il coronavirus e che percepisce 1.500 euro al mese, di contro ai milioni di euro che invece, per esempio, percepiscono i giocatori di calcio.

In questa situazione, che ne è della Bellezza? L'uomo contemporaneo, perduto il pensiero riflessivo, conserva ancora la capacità di accedervi? Cosa è la Bellezza?

Congedata ogni interpretazione relativistica di essa, che ne vede la formula ricorrente in " ciò che è bello per me, può non esserlo per te", Galimberti ne svela la portata simbolica che è di valore universale, per cui una cosa bella è tale per tutti. La bellezza si ha laddove il visto, la cosa rimanda al suo legame coll'invisibile, e ad essa si accede non per via intellettuale, ma per via di un'estasi che è di tipo sensibile.

E' "l'accensione" dei sensi che conduce l'uomo all'accesso di quella dimensione che genera timore e tremore per la propria sublimità, a quell'"apeiron" dove tutte le cose vigono senza distinzione, convertite l'una nell'altra, e dove la ragione con le sue categorie "separatrici", generatrici di forme, si disperde e scompare abbandonando l'uomo che così, senza difese, si avverte essere il portato di qualcosa più grande di lui, incommensurabilmente bello, buono e dalla esponenziale potenza dalla valenza creatrice e distruttrice ad un tempo. E' questa la regione del "sacro", tutelato, nel nostro lontano passato, dal cristianesimo, generatore di un imponente sviluppo del pensiero artistico e della storia dell'arte, ancella della bellezza.

Ma il cristianesimo ha tradito da tempo oramai la sua funzione storica di custode del sacro, epurato sia della sua dimensione terrificante (chi ha oggi paura di Dio? il pur sempre terribile Dio della Bibbia?), sia della sua dimensione rituale di iniziazione ed accesso ad esso: dove sono i canti, l'incenso, la liturgia iniziatica che predisponeva i cuori ad ascendere al divino, all'irrimediabilmente altro da sé del divino?

Non solo, il laicismo nelle scuole ha favorito l'introduzione dell'attività alternativa alla religione, amputando ulteriormente il processo formativo dell'acquisizione delle categorie estetiche indispensabili alla produzione e fruizione dell'arte.

E così Galimberti sembra suggerire che l'uomo di oggi, privato già del pensiero, sia in difficoltà anche ad accostarsi alla bellezza, ultima via che consente di superare il dominio della sua cieca egoità e restare collegato alla fonte della vita di cui l'inconscio, tradito anch'esso, è portatore.

In questa analisi, così attenta a denunciare il tradimento che l'umanità fa a se stessa nel momento in cui uccide la cultura, opera di chiarificazione indispensabile all'uomo sia per garantire la propria felicità, legata alla conoscenza del proprio daimon, che per mettere in sicurezza la vita che gli uomini si accingono dolorosamente e darammaticamente ad affrontare (l'uomo è gettato nell'esistenza), mi sembra che manchi un riferimento a ciò che storicamente ha determinato tutto questo: il predominio dell'economia sulla politica, e non dell'economia in generale, ma di un determinato modo di produzione, che oggi sembra quasi anacronistico anche solo nominare, tanto grande è stata la sua capacità di presentarsi come sistema naturale, al di fuori della storia e che fuori della storia invece non è: il capitalismo. Le categorie del pensiero, infatti, sono storicamente determinate e grande è la responsabilità del capitalismo nell'aver determinato tale nostro presente storico. Urgente quindi è riflettere sulla sostenibilità di tale sistema produttivo che oggi più che mai mette in pericolo non solo l'umanità, ma la natura tutta, sfruttata sino al midollo dalla sua capacità di rapinare indefessamente le sue risorse.