Riflessioni sul centenario della “carta del Carnaro” e sull’impresa di Fiume (1919-1920)

- Cultura Spettacolo di Franco Bove

Quest’anno, ad agosto, cade il centenario della presentazione della carta costituzionale elaborata nel 1920 a Fiume da Alceste De Ambris e linguisticamente rivista da Gabriele D’Annunzio con intonazioni letterarie. Fu il momento culminate dell’impresa fiumana e questa ricorrenza merita di essere ricordata, non solo perché rappresenta l’esito di una complessa ed eterogenea esperienza politico-culturale, dalle implicazioni non sottovalutabili, ma, soprattutto, per i contenuti innovativi del documento.

Con la sua articolata composizione toccò aspetti della vita sociale fino a quel momento trascurati dalle norme statutarie vigenti, dando centralità al singolo individuo rispetto alla collettività, in modo da non renderlo succube dello Stato. Configurò un ordinamento istituzionale democratico e repubblicano, temperato dal decentramento dei poteri statali. Riconobbe parità di diritti ai cittadini indipendentemente dal loro sesso, dall’etnia di derivazione, dalla lingua parlata, dalla religione professata e dal ceto di appartenenza. Per la prima volta in Italia e in Europa, con l’eccezione della Finlandia (1909), dopo i tentativi infruttuosi delle suffragette francesi ed inglesi, il diritto di voto veniva esteso alle donne. Ciò accoglieva un dato di fatto. Nel corso dei quindici mesi della “reggenza” dannunziana a Fiume si realizzò, infatti, una sorta di melting pot antropologico, insieme ad una vera e propria rivoluzione dei costumi che vide come protagoniste anche le donne, cui fu consentito di partecipare al dibattito politico, di indossare la divisa militare e di contribuire all’organizzazione delle manifestazioni che si tennero continuamente. Furono coinvolte anche nel clima dionisiaco che si creò, con generale accettazione della loro piena libertà di scelta delle relazioni amorose, al di là di ogni vincolo familiare e moralistico Altrettanto libero fu esercizio dell’omosessualità, condizione, del resto, esibita disinvoltamente da alcuni dei maggiori protagonisti della marcia di Ronchi.

Questo mutamento della vita comunitaria in senso egualitario, secondo modi festosi, a tratti goliardici, per lo più spontanei e vitalistici, fu in parte conseguenza della tragica esperienza della prima guerra mondiale, che era appena terminata con un enorme tributo di vite umane (circa 700.000 morti e 1.200.000 tra feriti e mutilati) e che aveva ridotto i combattenti ad insignificanti numeri.

Qualcosa di simile era già avvenuto a Parigi dopo l’esecuzione di Robespierre che aveva messo fine al periodo del “Terrore”, determinando la nascita del Direttorio. I locali pubblici si affollarono di gente desiderosa di assaporare i piaceri della vita senza più paure, né remore e il fenomeno raggiunse una dimensione tale da indurre ad eliminare le vetrine ponendo in continuità gli spazi interni con quelli esterni. In quelle debordanti feste le donne andavano vestite alla “greca” con abiti leggeri e trasparenti, assumendo comportamenti del tutto anticonformisti e disinibiti. Si recavano a teatro circondate dai loro ammiratori scegliendo di volta in volta il partner più idoneo alle loro momentanee esigenze. Memorabile fu l’episodio che vide due affascinanti esponenti dell’alta società parigina, madame Tallien insieme ad un’amica creola, passeggiare tranquillamente lungo i giardini del Luxembourg quasi del tutto nude. L’avvento di Napoleone riportò il tutto all’oppressiva normalità dei regimi autoritari.

Ma nel caso della città del golfo del Quarnaro l’intensa partecipazione popolare, in cui trovò posto l’aperta espressione delle naturali inclinazioni di ogni singola persona, fu anche dovuto al contributo dei futuristi, degli anarchici, dei sansepolcristi, dei filocomunisti alla Kochnitshy e degli arditi libertari e indisciplinati, convenuti in loco per motivi diversi l’uno dall’altro.

In tale cosmopolita ed effervescente situazione, che De Felice definisce caratterizzata dalla contrapposizione tra “ragionevoli”, essenzialmente interessati all’adesione della città all’Italia, e “scalmanati”, determinati a trasformare l’occupazione in un momento di affermazione e di applicazione di idee moderniste, antistataliste, anticlericali e anticapitaliste, De Ambris trovò terreno fertile per far passare la sua visione della nuova organizzazione statuale da costruire mediante adesioni volontarie. Assunse come riferimenti le assemblee ateniesi, le forme di governo dei comuni medievali e della repubblica veneziana, arricchendole con le dottrine dell’anarco-sindacalismo di cui era autorevole esponente e garantendo su base corporativa la concreta difesa del lavoro (anche la proprietà doveva essere produttiva) e la sovranità popolare al di là dello schematismo ideologico dei partiti di sinistra e di destra del tempo. Il capogabinetto del comandante D’Annunzio, già fondatore dell’Unione Italiana del Lavoro e promotore di scioperi di rilevante impatto, si era dimostrato contrario ai socialisti e, nello stesso tempo, fautore di un sindacalismo d’urto nei confronti dell’organizzazione degli industriali italiani.

Con la fine dell’avventura fiumana e il fallimento della sua iniziativa assunse posizioni antifasciste e, dopo il 1921, insieme ai sindacalisti Luigi Capolonghi e Giuseppe Giulietti, si recò a Gardone Riviera nel tentativo di convincere Gabriele d'Annunzio ad assumere la guida di un movimento che fosse in grado di realizzare la pacificazione nazionale, in attuazione dei postulati della Carta del Carnaro. Il “Vate”, deluso e ormai rassegnato, declinò l’offerta e il progetto di presa del potere rivoluzionario-democratico non si realizzò, anche per l'opposizione dei vertici socialisti. Lo squadrismo di Balbo e Farinacci, intanto, continuava ad imperversare inesorabile e distruttivo legandosi a Mussolini, provocando il superamento del diciannovismo e caratterizzando definitivamente e inequivocabilmente il fascismo come movimento di destra determinato ad appoggiare gli interessi degli industriali, degli agrari e dell’alta borghesia sacrificando ogni forma di democrazia e di tutela della libertà individuale. De Ambris, a quel punto, preferì espatriare trasferendosi in Francia dove collaborò con gli antifascisti ivi rifugiati. Non volle far ritorno in Italia anche quando Mussolini gliene fece espressa richiesta. Morì nel 1934 in povertà e sulla sua tomba fu inciso il motto: “amore ai ribelli odio ai tiranni!».

La vicenda di Fiume, nel corso del suo sviluppo, finì col causare irritazione e imbarazzo in tutti i settori politici e culturali italiani. Molti di quelli che avevano inizialmente appoggiato e finanziato D’Annunzio lo abbandonarono. Tra questi ci fu Mussolini.

Giolitti, dopo l’accordo di Rapallo, represse a cannonate quella che considerava una mera ribellione e l’anno seguente incluse i Fasci di Combattimento nella propria lista elettorale, commettendo un clamoroso errore. Croce liquidò l’intera operazione fiumana come espressione di dilettantismo e di sensazionalismo. Sulla sua scia si è mossa la storiografia inglese negativamente colpita dal calderone ideologico e passionale di quell’esperienza. L’essersi impadronito da parte di Mussolini degli elementi più appariscenti dell’impresa dannunziana come l’esasperato patriottismo, le scenografiche manifestazioni di piazza dei legionari, le cameratesche esibizioni di capacità militari, l’idea delle corporazioni, il fez, le camice e le cravatte nere, il pugnale romano, le canzoni degli arditi quali “Giovinezza” e “Se non ci conoscete”, nonché il tipico saluto (eia – eia - alalà), ha indotto a credere che avesse precorso il regime fascista.

Su questa linea si è mosso Paolo Alatri che ha incluso l’avventura dannunziana tra i sintomi della crisi della società del tempo da cui è scaturito il totalitarismo.
Renzo De Felice ha dato, invece, avvio alla revisione critica del fiumanesimo interpretato come fenomeno dai tratti rivoluzionari. Michel Ledeen ha creduto di individuare nelle esternazioni dannunziane perfino un contenuto visionario anticipatore della contestazione del 1968. Emilio Gentile ha preferito approfondire il milieu culturale da cui è derivato il discutibile mito del combattentismo, mentre Francesco Perfetti ha mostrato la poliedricità delle manifestazioni fiumane.

Ma il contributo conoscitivo più originale lo hanno dato le donne a partire da Claudia Salaris, storica dell’arte che, con un esteso esame delle fonti giornalistiche, letterarie e documentarie ha rivelato il ribollente, contraddittorio magma di idee, di azioni, di proposte e di licenziosità prevalentemente debitrici del futurismo marinettiano, che sconvolse la vita di Fiume durante i mesi della reggenza di D’Annunzio. Questa nuova metodologia di inquadramento che esplora la vita reale della popolazione, nei suoi rapporti con gli occupanti, con il Vate-comandante e con le popolazioni di lingua slava è stata seguita da altre studiose come Ester Capuzzo, Antonella Ercolani, la serba Natka Bandrina e l’americana Dominique Reill che hanno evidenziato la schematicità di giudizio con cui è stata liquidata in passato l’avventura dannunziana,

La storia dell’impresa di Fiume è dunque ricca di sfaccettature culturali, politiche e sociali. Dietro l’enfasi dei patriottici proclami dannunziani, spesso tenuti dal balcone del Palazzo del Comandante, dietro le liturgie collettive, accompagnate da canti, esposizioni di gagliardetti, sfilate di legionari in armi, e distribuzione di decorazioni (imitate poi da Mussolini) e dietro le avventure piratesche degli uscocchi e le beffe di Guido Keller, tra cui il lancio del pitale sul Parlamento, dietro i fantasiosi balli in tema e la pratica del libertinismo e del naturismo, si nasconde il complicato, arduo tentativo di coniugare le tendenze degli irredentisti con quelle degli autonomisti in una delle più delicate aree di confine, di far collimare l’idea di identità cittadina, con quella nazionale e con i principi universalistici dell’uguaglianza e della libertà (si veda in merito la proposta di istituzione della Lega dei Popoli Oppressi), evitando in futuro conflitti derivati dalle diverse professioni di fede, dalle divisioni di classe, dalle gestioni autoritarie del potere e dalle egemonie di natura economico-finanziaria come quelle che avevano portato alle decisioni sbagliate prese a Versailles.

Si cela, soprattutto, l’intenzione di condurre una critica serrata di stampo mazziniano ai dogmi del conservatorismo liberale e al relativismo etico dei marxisti, troppo ripiegato sull’obiettivo della presa del potere del partito rivoluzionario e intollerante verso la diversità culturale. D’Annunzio perseguiva lo scopo, irrealistico alla luce delle vicende storiche successive, di porre l’arte al di sopra della politica, l’arte come testimonianza di verità, in modo che essa sola potesse guidare l’intero Occidente verso la rifondazione del suo rapporto con il resto del mondo.

Per un curioso paradosso è accaduto esattamente il contrario. A cominciare dal ventennio fascista in poi l’arte è stata subordinata alla politica fino al punto di trasformarsi in realismo celebrativo o in strumentale denunzia dei mali della società o, ancora, in gesto provocatorio di anticonformismo di maniera, assecondando in seguito acriticamente il mercato controllato dai galleristi e proseguendo in un’azione dissolutrice del valore della manualità e dell’autentica ricerca.

I protagonisti dell’avventura fiumana vedevano la storia come una progressione lineare verso il superamento delle negatività del presente (squilibri economici, gap culturali, sfruttamento dei deboli), come una strada obbligata verso nuove conoscenze e stupefacenti invenzioni tecniche che avrebbero liberato l’uomo da ogni tipo di limitazione materiale, dai pregiudizi, dai condizionamenti religiosi e ideologici, producendo un profondo rinnovamento spirituale. Nemmeno ciò si è verificato e lo testimonia tra l’altro il drammatico degrado dell’ambiente e l’aumento della povertà nel mondo. La storia procede per interferenze tra fenomeni simultanei regolate dalle dinamiche probabilistiche.

Ma un interrogativo che tormentava D’Annunzio ancora oggi si pone. Si può avere una democrazia evoluta e perfettibile in uno spazio geografico che travalichi la dimensione nazionale consolidata nel tempo, che vada oltre i confini segnati dall’evoluzione culturale e materiale di un determinato contesto territoriale e comunitario, che trascuri le forme di ordinamento delle strutture parentali e familiari?

Uno Stato senza autonomia economica, come oggi è l’Italia, è in grado di assicurare il pieno rispetto dei diritti dei cittadini in fatto di libertà, di dignità dell’esistenza e di libera espressione delle proprie convinzioni?

A giudicare dai termini del dibattito politico corrente, usciti dalla cucina dei partiti, vuoti di verità e carichi di intolleranza, il problema nemmeno si pone.