Fine delle illusioni per i vecchi centri abitati dell’Appennino, Benevento e Sannio compresi

- Economia Lavoro di franco bove
Uno squarcio di Via Annunziata a Benevento
Uno squarcio di Via Annunziata a Benevento

Con la proposta di nuova legge urbanistica campana si torna ad affrontare la questione dei cosiddetti “centri storici” individuando nei Piani di Rigenerazione uno strumento più agile, rapido ed efficace per rimediare al processo di decadenza economica e di progressivo spopolamento degli insediamenti urbani di origine antica e medievale. Ma, forse, è troppo tardi per invertire una tendenza dovuta non solo agli errori commessi in passato col sovradimensionamento dei piani urbanistici e con l’eccessiva produzione edilizia, ma, soprattutto, ad un andamento del mercato delle abitazioni tradizionali che, da almeno dieci anni, disincentiva l’investimento in tale ambito.

Oggi, infatti, il valore di un immobile storico, per quanto pregevole possa essere la sua fattura architettonica e il suo significato culturale, è nettamente inferiore al costo di restauro. Ciò è vero, in particolare, per le città medie e per i piccoli paesi del Sud interno. Dunque non conviene utilizzare i propri risparmi, anche se integrati da finanziamenti pubblici, in un contesto dove le attività di servizio (commercio al dettaglio, artigianato e uffici) si diradano fino a scomparire, le case si svuotano e il bene acquisito diventa difficilmente vendibile, anche a basso prezzo.

Il fenomeno riguarda specificamente l’intero Appennino centro-meridionale comprese quelle località ricche di patrimonio artistico e interessate da consistenti flussi turistici. Il caso di Matera è emblematico. Nonostante il martellante battage pubblicitario seguito alla proclamazione di “capitale della cultura”, l’afflusso di visitatori, i notevoli fondi pubblici erogati e le manifestazioni artistiche, organizzate con l’ausilio della televisione, la popolazione residente appare in leggera diminuzione nell’ultimo decennio.

Nel medesimo intervallo temporale più accentuata si dimostra la crisi demografica nella provincia materana scesa al di sotto dei duecentomila abitanti. Si va dal – 3% di Montescaglioso, al -9% di Ferrandina, al -11% di Craco. In tutta la Lucania si registra il medesimo andamento negativo che si accompagna all’aumento della disoccupazione, alle difficoltà della produzione agricola, alla riduzione dei componenti dei nuclei familiari e alla contrazione delle nascite. Diminuiscono gli attivi, aumentano i vecchi, mentre i giovani, ora in numero inferiore, sono costretti ad emigrare.

Benevento e la sua provincia non si sottraggono a siffatto trend. Il nostro capoluogo ha perso circa tremila abitanti nell’ultimo decennio ed oggi la sua popolazione è sotto la soglia dei sessantamila individui, livello che aveva mantenuto per oltre mezzo secolo. Il Piano Urbanistico, invece, prospetta una crescita fino a centomila abitanti.

Il territorio provinciale sannita, nello stesso tempo, si è attestato intorno ai 277.000 abitanti e tutti i suoi centri abitati sono in fase di decremento demografico con punte più alte nel Fortore e nell’Alto Tammaro. Ne consegue che i nuclei d’origine di questi insediamenti urbani appaiono sempre più in abbandono, anche dove sussiste una discreta dinamica economica.

Il problema è di vasta portata e non semplice da affrontare. Uno studio risalente al 2006 condotto da Confcommercio e Legambiente ha fotografato la situazione nazionale negli ultimi 20 anni provando a fare delle proiezioni riguardo all’evoluzione di questa crisi. Nel 1996 i comuni interessati erano 2.830 con una superficie di circa 100mila kmq e una popolazione di 5 milioni di abitanti, oggi siamo arrivati a quasi 6000 cui corrispondono circa 10 milioni di persone.

Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Inoltre, ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila.

Le case vuote sono 1.991.557 contro le 4.345.843 occupate: una ogni due è vuota. I territori comunali, con meno di 5.000 abitanti, che soffrono di disagio insediativo, rappresentano il 30% dei comuni italiani e sono caratterizzati da una densità abitativa che non raggiunge i 36 abitanti per Kmq. In essi si trova una percentuale molto bassa di stranieri, i quali in generale non trovano attrattivi tali luoghi, al contrario di quanto si afferma da parte di alcuni.

Il reddito dichiarato per abitante oltre ad essere basso è in gran parte derivato dalle pensioni e dimostra una minore capacità di sostentamento della popolazione, che per lo più si trova in debito alimentare ed energetico a differenza di quanto accadeva fino al dopoguerra. In questi comuni è molto difficile se non impossibile per i giovani trovare occupazione e, infatti, in mancanza di prospettive si registra una ridotta presenza di residenti al di sotto dei 14 anni.

A determinare il disagio non è solo la morfologia ambientale. La montagna ne soffre (ma non dappertutto), così come la collina e la pianura. Si tratta principalmente di emarginazione dai sistemi di collegamento e di scambio sempre più veloci tra i poli urbani dove maggiore è la concentrazione di risorse commerciali e produttive. Proprio a causa di questa tendenza circa 1700 comuni vengono definiti “città fantasma” in quanto non raggiungono la soglia minima di sopravvivenza.

Ma aldilà di problemi di tipo demografico ed economico, ce ne sono altri più profondi di genere storico e, per così dire, ontologico. I centri storici sono il risultato dell’interpretazione da parte di una comunità o del fondatore istituzionale di un preciso contesto territoriale, di una sorta di distretto, non necessariamente coincidente con le partizioni amministrative di antico regime, nella cui rete relazionale svolgevano un ruolo specifico sviluppando attività spesso molto particolari.

La loro forma è strettamente legata sia alle esigenze lavorative, sia alle peculiarità culturali mediante le quali la forma acquisiva riconoscibile identità e forza stabilizzante. Ciò presupponeva, quindi, l’esistenza di un confine di carattere linguistico, antropologico e religioso all’interno del quale la popolazione affinava le proprie capacità di adattamento all’ambiente, trovando legittimazione e prospettive di durata.

In questo scenario circoscritto e appositamente regolato i singoli individui immaginavano e costruivano le loro differenti strategie di vita in relazione alle condizioni del luogo. Di conseguenza i modelli abitativi si differenziavano progressivamente da zona a zona, senza essere mai strutture esclusivamente residenziali, ma anche mezzi di trasformazione.

Oggi tutto questo è radicalmente mutato. Le interrelazioni territoriali di passo ridotto sono state sostituite dal sistema dei trasporti internazionale. Il paesaggio si trasforma di continuo indipendentemente dagli interessi dei centri abitati che contiene. I vecchi paesi perdono “carica vitale” e senso profondo, oltreché valenza produttiva.

Il volerli inquadrare come “beni culturali” per salvarli attraverso l’utilizzazione turistica ne certifica l’improbabilità di sopravvivenza, affidata al mero andamento del mercato di settore. I cittadini di queste località dovrebbero forse trasformarsi in attori di scenari di vita fittizia?

Del resto in uno spazio globale fluido, che omologa le modalità d’uso delle città e ogni tipo di comportamento, che tutto riduce a speculazione finanziaria, i confini non hanno più ragione di essere, neppure le tradizionali gerarchie delle reti insediative e ancor meno le architetture dovute ad un ordinamento cui abbiamo voltato le spalle da troppo tempo.

Nelle democrazie occidentali i limiti spaziali si contraggono e si espandono in funzione delle esigenze. Le strutture urbane si ramificano a partire da enormi concentrazioni di popolazione e lasciano al loro interno vuoti funzionali, aree di abbandono e di degrado.

Anche a Benevento il centro storico risente di questa tendenza all’azzeramento della tradizione e alla perdita di ruolo dei vecchi impianti urbanistici. Prima dell’ultimo conflitto mondiale ospitava circa dodicimila abitanti che ora sono ridotti a soli settemila, in buona parte residenti in quartieri rinnovati (corso Dante, corso Vittorio Emanuele e via Rummo). Il Trescene, via Annunziata e via San Filippo stanno diventando luoghi desolati in cui palazzi e semplici case si presentano disabitati con finestre e porte tristemente sbarrate.