Coronavirus e reparto di rianimazione a Benevento: ‘Io ci sono stato e ve lo racconto. Restate a casa’

- Opinioni di Enrico Castiello
Enrico Castiello
Enrico Castiello

Gent.mo Direttore, Ti chiedo stavolta la pazienza di consentirmi uno spazio, più grande del solito, per raccontare di un mio ricovero ospedaliero presso il reparto rianimazione del San Pio di Benevento. Purtroppo l’emergenza Coronavirus mi ha fatto pensare ai tanti nostri connazionali in terapia intensiva, ai quali sono vicino. E mi ha fatto anche tirar fuori le emozioni vissute da ricoverato in rianimazione. Forse dovevo farlo prima. In genere sui giornali finisce una sanità fatta di errori e disorganizzazione che pur vanno denunciati ma che ne scalfiggono la reputazione e l’operatività. Spero che l’emergenza coronavirus ci faccia apprezzare la nostra sanità. Oggi finalmente tutti ringraziano medici e infermieri in prima linea, di raccogliere fondi, di abbracciare chi si addormenta alla tastiera mentre è in servizio per la stanchezza, ma loro ci sono sempre stati e hanno sempre lavorato in trincea.

E qui voglio raccontare la mia di storia vissuta di buona sanità proprio per rispetto del loro lavoro e della loro professionalità.

Per la salute le apparenze non contano
Per me che narratore non sono è difficile raccogliere quei momenti in quei reparti e raccontarli con l’intensità di quando sono stati vissuti. Ci penso e sorrido. Non avevo mai visto un ospedale, se non per una dermatite. Ma raggiunti i 60 anni una continua aggressione fisica sembra non voglia mollarmi. Tuttavia gli sto contrapponendo una decisa reazione, soprattutto psicologica. Vivo un momento difficile, fatto anche di esperienze dure, ma che sanno anche dare qualcosa, delle opportunità. Pur nel dramma personale più totale: basta saperle cogliere.
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Entro all’interno del centro verso le ore 24. Mi vedo come un predatore che lì deve organizzare la propria lotta per la vita. Ho però, un vantaggio. L’ambiente non mi è ostile, anzi! Mi viene chiesto, e ne ho l’obbligo, di trasmettere solo tanta e tanta forza, per uscirne. Qualcosa mi dice che il mieloma multiplo diagnosticato solo quindici giorni prima ha bisogno di quella necessaria terapia. E allora bisogna far presto e non mollare. Qualcuno ha detto che Il mondo è la grande palestra dove veniamo a farci forti”, per me ora lo sarà un reparto di rianimazione.

Steso sul letto rifletto su quanto accadutomi. Da quel che ho capito, i miei polmoni sono a zero. Provo a immaginare cosa fare per recuperare e in quanto tempo. Ma chi ha mai saputo come guarisce un polmone che non respira? I dubbi mi assillano. Riuscirò a dare il mio contributo per il recupero del mia salute? Farà in tempo la terapia salvavita?

E dunque vari buchini nelle braccia per la posa in opera di agocannula nelle vene e nelle arterie, necessarie al fabbisogno alimentare e farmacologico! Il percorso non sarà una passeggiata.

Nel letto resto consapevole, sveglio e non sedato. Gli altri se potessero mi invidierebbero. Con il tempo che passa una sola cosa mi fa addirittura paura: è una tortura. Non mi capacito di come ai nostri giorni una maschera, cosiddetta Niv, necessaria a fornire il giusto ossigeno ai polmoni, stritoli il mio viso e lo costringa a penare per ore. Mi spiegano che forse non ho tanti torti ma quello è l’unico mezzo per salvarmi. La Niv, mi dicono, è la salvezza. Esisterà pure un’alternativa? Mi dicono che si può provare con una maschera che non è altro che la parte alta di uno scafandro, come per un palombaro. La indosso e riposo completamente tutta la notte. La mattina dopo ero soddisfatto. Uno strumento curava i miei polmoni mentre dormivo. Ma due parole di un medico di turno mi fanno crollare il mondo addosso: “Risultati scarsi”. Non ho scampo, non mi resta che la NIV.

Un parato sul muro che ho di fronte raffigura una distesa di girasoli. Lo guardo, mi soffermo e non mi dispiace. Chi lo ha voluto cercava sicuramente di dare ai pazienti anche un solo attimo di svago, per provare a rasserenarli. Alla mia vista si fa strada un cielo con nuvole sparse. Nella parte bassa della parete si mostra una distesa collinare carica di girasoli. Quel paesaggio è qualcosa da scoprire di volta in volta. Tra le nuvole prende corpo l’immagine dei quattro presidenti degli stati uniti scolpiti sul monte Rushmore, il resto delle nuvole è rappresentato sono personaggi di fumetti. Poi si intravedono personaggi senza tempo: cavalli e cavalieri, carrozze di zucche, aratri e persino montature di occhiali. Il “mio” paesaggio mi ha fatto compagnia e ringrazio chi lo ha realizzato.

Nel frattempo i miglioramenti arrivano. Respiro con quella maschera a volte anche 16 ore al giorno. Un colore mi ha accompagnato per tutto il tempo: il bianco. È forse il colore dell’ossigeno in bombola che immaginiamo, il colore del centro rianimazione con le sue luci accese per quasi tutte le 24 ore giornaliere, il colore dei miei denti sbiancati al passaggio dell’ossigeno, il colore dei camici, il colore dei miei sogni che mi porta sempre su per i ghiacciai delle Alpi ma che emanano col sole una luce abbagliante. Mi appare così ma sono sicuramente le luci della sala che riesce a bucare anche le palpebre dei miei poveri occhi.

Ma tutto il tutto è scandito da angeli presenti nel reparto che tra quei letti dividono un pezzo della loro vita al tuo fianco. A ogni turno ti salutano e ti coccolano e si esaltano di fronte ad ogni tuo miglioramento. Angeli che svolgono un lavoro durissimo ma che non lesinano mai un sorriso, al paziente non servono solo i farmaci. Sono eroi, medici e infermieri Non dimenticherò mai le attenzioni del dott. Castracane e Manuela per le attenzioni ricevute. Come non dimenticherò mai un episodio. Vincenzino, così amavo chiamarlo, una mattina volle a tutti i costi farmi uno shampoo con l’acqua calda e asciugarmi i capelli con uno strano aggeggio sicuramente migliore di un phon. Il tutto con armeggi di fortuna. Alla fine con l’incredulità fui pervaso da una intensa emozione e i miei occhi si fecero lucidi. Grazie Vincenzino. Dopo 10 giorni fui dimesso con i polmoni al meglio. Pare sia stato un esempio di grande recupero. Avevano ragione, era necessaria la Niv e forse quel prato fiorito. In salute le apparenze non contano. Grazie a tutti in particolare al primario dott. De Blasio per aver saputo e per saper tenere un reparto di rianimazione a mio parere di eccellenza.
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Potrei essere la verità
Non è stata la sola esperienza nell’ospedale San Pio. Da due anni sono in cura presso il servizio ematologia. Una o due volte a settimana “ospite gradito” . Vi incontro chi combatte in prima linea, chi ti cura con professionalità e ti saluta con amore e rispetto, chi ti sorride nonostante tutto. I dottori Roberto Vallone e Costanzo Feo con tutta l’equipe di infermiere/i ne sono l’esempio reale. A loro il mio affetto e la mia stima.

Questa esperienza ha cambiato inevitabilmente la scala dei valori della mia vita e oggi i miei occhi vedono cose che altri non riescono a vedere. La vita conservata mi ha dato tanto e come dono grandi momenti con gli affetti più cari, una passeggiata, un caffè, un amico.

Ecco perché spero che da oggi quel dannato sport nazionale di criticare l’operato di chi lavora, a volte anche di chi sbaglia, dal balcone dell’inerzia e della ignoranza, sia praticato di meno. Spero ancora che con l’aiuto di tutti
si possa sconfiggere a breve il coronavirus, anche solo pensando un po’ di più a noi stessi e a quegli angeli in quei reparti d’ospedale da sostenere con tutta la forza che abbiamo e i nostri degni comportamenti.

Dunque, siamo seri e consapevoli e rispettiamo i divieti per il coronavirus, non andiamo in giro in questi giorni, senza un grave motivo, perché nessuno è al sicuro e può capitare a tutti di dover vivere un’esperienza come quella che vi ho raccontato. “Io resto a casa”.
Enrico Castiello è stato consigliere e assessore al Comune di Benevento