L'area del Terminal secondo il Bando periferie: un altro esempio di come negli ultimi decenni a Benevento si è progettato. Male

- Opinioni di Luca Coletta*

Il progetto riguardante l’ex campo del Collegio La Salle, inserito dall’attuale Amministrazione nel pacchetto di interventi di riqualificazione urbana, confezionato ai sensi del cosiddetto “Bando Periferie" di cui al Dpcm 25/5/2015, e redatto illo tempore da professionista successivamente nominato dirigente esterno a tempo determinato del Settore Urbanistica del Comune - inopportunamente - competente per l’istruttoria del medesimo intervento, induce ad alcune considerazioni critiche sia sui contenuti progettuali che sulle scelte effettuate in materia di gestione del territorio.

Il progetto prevede sull’area in questione, strategicamente posta vicino a numerosi istituti scolastici e adattata da decenni a capolinea dei mezzi del trasporto pubblico locale ed extraurbano, la realizzazione di un edificio di 5 piani, dei quali due saranno adibiti a parcheggio e tre a residenze, servizi e commercio. La nuova struttura verrebbe realizzata grazie a 7 milioni di euro di fondi pubblici, e 2 milioni messi dal privato proponente in cambio della gestione dell’opera per 30 anni, introitando tutti i fitti ed i proventi dei parcheggi.

Il terminal bus, poi, verrebbe dirottato presso la stazione ferroviaria centrale e ciò, a dire dell’amministrazione comunale, al fine di favorire lo scambio intermodale col trasporto ferroviario della cosiddetta Alta Velocità. In tal modo tutti i ragazzi che la mattina presto devono andare a scuola (Liceo Giannone, Istituto Guacci, Istituto per Geometri e Liceo Scientifico, Scuola Mazzini), così come i numerosi utenti che si recano in centro, innescherebbero un meccanismo perverso, costretti a prendere giunti alla stazione di Benevento un altro mezzo di trasporto sia in entrata a scuola che in uscita per tornare finalmente a casa.

Questo li costringerebbe a partire dalla provincia almeno 20 minuti prima e tornare a casa 20 minuti dopo, con un totale negativo di 40 minuti, in barba all’alta velocità! Il tutto per far spazio a un “progetto” che poteva essere proposto già 50 anni fa e che poteva essere collocato “ovunque” senza alcuno spirito innovativo, ecologico, estetico ma addirittura peggiorativo della realtà esistente a Benevento già critica almeno da trenta anni (vedi indagini del Sole 24 ore).

Insomma un altro esempio di come negli ultimi decenni a Benevento si è progettato: utilizzare male soldi messi a disposizione del pubblico e trasformarli non in una risorsa, ma in una iattura per cose inutili e addirittura dannose per la città.

In tal modo si è persa, ancora una volta, l’occasione di destinare uno spazio significativo alla vita e alle funzioni sociali e farne così un esempio concreto di standard urbanistico, intendendosi con detta espressione un’area di adeguata dimensione da acquisire alla proprietà o gestione pubblica per soddisfare esigenze collettive.

Gli standard urbanistici rappresentano, tecnicamente, i rapporti massimi, stabiliti dalla legge, tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali o usi privati e gli spazi pubblici riservati alle attività collettive, all'edilizia scolastica, per l'istruzione, ad attrezzature di interesse comune, a verde pubblico, parcheggi e cosi via.

Poteva, allora, ben immaginarsi o studiarsi una destinazione ben diversa; ad esempio, un terminal vero e proprio con adeguata sistemazione a verde, oppure una cittadella sportiva, un parco, una piazza. Meglio ancora, un qualcosa di mai visto e, per cosi dire, quasi eversivo per una città in cui, dal 2016, la manutenzione del verde è tramutata in “distruzione del verde”, come un bosco urbano selezionando ben mirate essenze arboree particolarmente votate, secondo noti studi del CNR, all’assorbimento della CO2 e al sensibile abbassamento delle temperature nelle stagioni più calde.

Insomma un grande polmone verde in zona fortemente urbanizzata, benefico per la salute fisica e mentale, esempio emblematico di cd. agopuntura urbana capace cioè di curare una parte malata con effetti rigeneranti per tutto il corpo, perfettamente rispondente al presupposto del consumo di suolo zero richiesto dal Bando Periferie per qualsivoglia proposta progettuale, nonché alle tipologia tra quelle previste di “manutenzione, riuso e rifunzionalizzazione di aree pubbliche per finalità di interesse pubblico”.

Presupposto del consumo di “suolo zero” e finalità di interesse pubblico, rispettivamente mancante e difficile da vedersi nell’ immancabile scavo di parcheggi e ulteriore sovrastante colata di cemento, il cui beneficio per la comunità ha contorni piuttosto nebulosi.

La cosa appare ancor più gravemente miope in una città dove la privatizzazione degli spazi pubblici è oramai, da anni, la regola. Si pensi alle tante piazze trasformate di fatto in parcheggi, pubblici e privati, o agli edifici pubblici venduti e riadattati a residenze, uffici e locali commerciali. Ancora, al massiccio “sacrificio” di aree destinate a standard siccome edificate in forza delle numerose riclassificazioni urbanistiche conseguenti alla decadenza e mancata reiterazione dei vincoli espropriativi rimasti inattuati nei termini di legge; decadenza scoccata inesorabilmente anche per il vigente Piano Urbanistico Comunale (PUC), dopo quella riguardante il precedente Piano Regolatore Generale e formalmente dichiarata nel 1996 con delibere dell’allora “governante” Commissario Straordinario.

Inutile dire che per siffatta, ricorrente problematica non si è ancora assunta, al netto di un maldestro e per fortuna abortito tentativo, alcuna valida e legittima soluzione.

Tale edificazione, cui va aggiunta quella dovuta al Piano Casa e alle nuove costruzioni spacciate per “demolizioni e ristrutturazioni a parità di volume”, destinata a chi poteva permettersi i prezzi di mercato, non è minimamente servita a ridurre il disagio abitativo e sociale o a riqualificare aree marginali o depresse, in un contesto dove l’edilizia residenziale per i ceti meno abbienti, così come quella privata convenzionata e agevolata, arranca da decenni. In tal modo, aree aventi sulla carta una destinazione a uso pubblico sono state soffocate di cemento mangiasuolo, a vantaggio della rendita fondiaria e dell’interesse di pochi ma a discapito di molti.

In definitiva, in perfetta continuità con siffatta Urbanistica, l’intervento in questione si pone in palese contrasto con le finalità e lo spirito dei programmi di riqualificazione urbana delle periferie: recuperare alla vita della città aree, spazi, immobili abbandonati, dismessi, degradati, maleutilizzati o inutilizzati, ma potenzialmente idonei a soddisfare esigenze sociali, secondo un’idea di città non asservita agli interessi immobiliari e finanziarii. Per dirla con Renzo Piano una citta che cresce in maniera “implosiva e non esplosiva ”.
* Avvocato