Chiesa e politica - Non per caso si diventa papa a Roma e parroco di S. Nicola Manfredi

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Teresa Bellanova
Teresa Bellanova

Il sacerdote che fa politica ufficialmente non facendo politica è cosa nota ed è riflesso dell'importanza troppo spesso decisiva nella storia di questo travagliato Paese delle gerarchie cattoliche e delle loro ingerenze (indebite ma accettate perché cariche di orientamenti di voto).

Il rettore del Santuario diocesano di San Nicola Manfredi, per esempio, fa le pulci al Decreto cosiddetto “Rilancio”, l'illeggibile e indigeribile malloppo di centinaia di pagine e numeri recentemente licenziato dal governo Conte (leggi sul Vaglio.it). Don Pietro D'Angelo porta all'attenzione del lettore quella che egli ritiene sia una grave mancanza del Decreto, e cioè la scarsa o nessuna attenzione verso il mondo degli invalidi civili, universo umano condannato a una pensione di soli 285 euro al mese senza alcuna prospettiva di miglioramento all'orizzonte, neppure in questi tempi di pandemia e della filosofia governativa del non voler lasciare “nessuno indietro”.

Nel perorare la sua causa, don Pietro si abbandona a qualche passaggio 'politico' di troppo, sconfinando nel terreno antipatico del mettere a confronto, quello stesso che egli potrebbe arare nelle sue prediche dal pulpito (ora, poi, le messe riprenderanno...) e che, inoltre, costituisce testimonianza della riottosità di parte del clero ad accogliere 'determinate' istanze di apertura (civile, innanzitutto).

Senza citarla, dunque, don Pietro dedica un inciso (ben più che comprensibile) alla ministra Teresa Bellanova: “Nel nuovo Decreto gli invalidi civili sono stati nuovamente dimenticati. In compenso hanno pensato al bonus per le vacanze o per l'acquisto di monopattini e biciclette, ed un ministro si è commosso (così tanto da non riuscire a trattenere le lacrime) per l'approvazione del provvedimento che prevede la regolarizzazione dei braccianti agricoli stranieri; ministro che in precedenza aveva addirittura minacciato il Governo di rassegnare le proprie dimissioni se la sua richiesta non fosse stata presa in considerazione”.

Traferiamoci 250 chilometri più a nord, come passatempo sfogliando sul web l'edizione di Avvenire del 28 aprile scorso, che riporta un “passaggio della risposta recapitata al segretario generale della Fai Cisl, Onofrio Rota, da parte della Segreteria di Stato a nome del Sommo Pontefice: È certamente condivisibile la necessità di venire incontro a quanti, privati di dignità, avvertono in modo più acuto le conseguenze di un’integrazione non realizzata, venendo ora maggiormente esposti ai pericoli della pandemia. È dunque auspicabile che le loro situazioni escano dal sommerso e vengano regolarizzate, affinché siano riconosciuti ad ogni lavoratore diritti e doveri, sia contrastata l’illegalità e siano prevenute la piaga del caporalato e l’insorgere di conflitti tra persone disagiate”. Ci deve per forza essere un disegno superiore perché Bergoglio è Papa e don Pietro è a San Nicola Manfredi.