Bisogna accettare la sfida di nuove didattiche che sappiano con sapienza integrare le nuove tecnologie

- Scuole Università di Nicola Sguera

Ho letto con molto interesse le riflessioni di Alma Iacobacci, trovandole del tutto condivisibili. Scrivo, dunque, non per manifestare dissenso ma per ipotizzare – partendo da premesse condivise - il buon uso di una “catastrofe pedagogica” in un momento propizio ad una seria riforma della scuola che non sia più nel solco di quanto avviato tra gli anni Ottanta e i Novanta, sulla scorta delle indicazioni europee, che la volevano dentro la competizione del mercato globale, dunque essa stessa ispirata a logiche economistiche, ben messe in evidenza.

Il rischio, però, che tutti noi docenti corriamo, nel denunziare la reductio ad oeconomicum della scuola, è quello di dimenticare come effettivamente l’ingresso nell’epoca digitale ha modificato finanche le strutture mentali e i meccanismi di apprendimento dei nostri allievi. Dunque, il mio invito è quello a portare avanti una doverosa battaglia (di resistenza) contro gli eccessi della burocratizzazione e la centralizzazione delle decisioni, per una scuola che sia palestra di esercizio critico e “tempo liberato” (per citare il mio amico Amerigo Ciervo), ma nel contempo accettare la sfida di nuove didattiche che sappiano con sapienza integrare, e non ponendosi in maniera ancillare, le nuove tecnologie. Per evitare astrazioni, vorrei fare degli esempi molto concreti, maturate nella forzosa esperienza di questi mesi.

Personalmente, ho avviato un canale Youtube lo scorso anno. La DaD (didattica a distanza) ne ha moltiplicato l’uso, trasformandolo nell’archivio digitale di brevi lezioni fruibili liberamente dagli studenti. Io credo che buona parte di quanto normalmente è affidato alla cosiddetta “lezione frontale” (che purtroppo è ancora magna pars di quanto accade nelle aule) possa essere affidato a video che ciascuno di noi può produrre senza particolari dotazioni tecniche. Tutti gli alunni hanno mostrato alto gradimento per una modalità che non solo è perfettamente integrata nella “medialità” espansa e diffusa che è il loro habitat ma più banalmente consente anche un uso personalizzato (nel tornare indietro per riascoltare, nella scelta del momento migliore per ascoltare, nella trascrizione in forma di schemi o mappe).

Da cinque anni, inoltre, ho abolito il libro di testo (sia per storia che per filosofia, rendendolo la norma possibile), sostituito da materiali reperiti in rete o forniti da me. Anche in questa direzione credo sia necessario più coraggio, con l’elaborazione definitiva della “fine del programma”. Questo è uno degli aspetti liberatori di una “autonomia” che ha molti aspetti perniciosi. Le programmazioni devono essere modulate su classi specifiche con propri talenti e intelligenze, e continuamente modificate e adattate. Non possiamo continuare a riproporre, come nella vecchia scuola, i “programmi” al punto da poter, a fine anno, cambiare solo l’anno delle relazioni da consegnare.

Il tempo liberato dall’uso sistematico di repertori video, il tempo relazionale della classe, deve diventare certo luogo di “verifica” (periodicamente) degli apprendimenti ma soprattutto di sperimentazione didattica e di discussione “osservata” (non valutata!). In questo modo, soprattutto grazie ad alcune discipline, sarebbe possibile contribuire a far maturare coscienza critica e comprensione del presente (tanto più urgente quanto più esso appare opaco e complesso).

Ed è assolutamente fondamentale che gli alunni “interpretino” (nel senso dell’esecuzione musicale) quanto apprendono, e lo restituiscano, creativamente, nelle forme proprie del loro tempo.

Da questo punto di vista, mi pare ancora tutta da elaborare la consapevolezza di una faglia generazionale. Per quanto evoluti, noi resteremo sempre “analogici”! È il nostro modo di pensare (e di essere) che è stato plasmato da una logica sequenziale, dal “libro”, dalla fruizione silenziosa nelle sale cinematografiche, dalla deep attention.

I nostri studenti sono naturalmente “attivi”: apprendono facendo (e vogliono fare più cose insieme). La scuola deve valorizzare questo aspetto. Ad esempio, quando abbiamo letto un bel capitolo del libro Storia imprevedibile del mondo sulle ombre, in un piccolo gruppo, richiesto di un esercizio libero, un mio allievo ha prodotto un video in cui raccontava con le ombre cinesi una favola esopica.

Solo in questo modo si lavora sulla motivazione che, come noto, è vero propulsore del successo scolastico. Ogni qual volta valorizziamo la creatività dei nostri alunni scopriamo in loro talenti nascosti, che sfuggono alle maglie della valutazione scolastica. Anche in questo caso si tratterebbe di fare un buon uso di una categoria che spesso si è rivelata controproducente come quella di “competenza”. Io preferisco, appunto, parlare di talento. E in questa produzione (davvero multimediale perché i nostri ragazzi vivono immersivamente in un mondo dove musica, parola e immagine sono fusi insieme) di manufatti si potrebbe valorizzare finalmente la cooperazione (contro la competizione della didattica ordinaria).

Infine, l’uso delle piattaforme di web-meeting. Tutti noi docenti le abbiamo sperimentate. Anch’io, lo confesso, per la prima volta. Ebbene, se è vero che ci sia una sensazione spesso frustrante di voce che grida nel deserto con i gruppi-classe, questi strumenti (che restano pur sempre, direbbe Ivan Illich, “conviviali”, e dunque relazionali) funzionano benissimo con i piccoli gruppi omogenei. La parte più creativa anzi tutto per me è stata proprio il lavoro con gruppi ciascuno con tematiche e modus operandi diversi. E perché allora non continuare in tal direzione soprattutto (ma non solo!) con i gruppi che hanno bisogno di recuperare ritardi?

Se il Governo davvero creasse parità di condizioni a livello tecnologico, i ragazzi della provincia, ad esempio, non dovrebbero essere costretti per alcuni corsi pomeridiani ad estenuanti tour de force che li penalizzano nel dispendio di energie.

Insomma, ci troviamo di fronte ad un turning point della scuola. Alla nostra virtù far sì che la catastrofe sia propizia. È necessario dismettere sia lo sconfittismo che il lamento permanente. «Nihil sine magno labore vita dedit mortalibus».