Il rapporto intercorrente tra CSM e Ministro della Giustizia è un nodo politico irrisolto

- Opinioni di Massimo De Pietro*

Il rapporto intercorrente tra Consiglio Superiore della Magistratura ed il Ministro della Giustizia è un nodo politico irrisolto, assolutamente condizionante, che mina la relazione tra magistratura e potere politico. E’ necessario un adeguamento della struttura giudiziaria, non solo del CSM, all’assetto tracciato dalla Costituzione, realizzato finora solo parzialmente.

Gli artt. 105 e 110 della Costituzione esprimono in modo eloquente la volontà dei Costituenti di delimitare le competenze del CSM e del Ministro di Giustizia al fine di eliminare la dipendenza dal potere esecutivo che il potere giudiziario aveva dovuto subire fino al 1948. Come è noto, al Csm spettano tutte le attribuzioni concernenti lo status dei magistrati, al Ministro della Giustizia la cura dei servizi relativi alla giustizia: “l’amministrazione della giurisdizione” è di pertinenza del CSM, “l’amministrazione per la giustizia” è di competenza del Guardasigilli.

Nella c.d. zona mediana, ovvero per le attribuzioni di confine dei due ambiti, sorgono gravi conflittualità in cui si ravvisano competenze non facilmente ascrivibili all’uno e all’altro organo. Al Consiglio Superiore della Magistratura spettano le funzioni sancite dalla Costituzione espressamente o anche tutte quelle strumentali alla garanzia ed indipendenza della magistratura? Le norme costituzionali degli artt. 105, 106 e 107 sono disposizioni contenenti elencazioni tassative ? Risposte concordanti e precise ai suddetti quesiti segnerebbero un passo avanti fondamentale nella definizione precisa dei limiti di azione di ciascuno dei due organi. La giurisprudenza costituzionale, in questi anni, ha “ondeggiato”: ha sostenuto, prima, la residualità delle attribuzioni del CSM, poi la residualità dei compiti del Ministro della Giustizia. Gli interventi legislativi hanno creato confusione.

La legge n.150/2005 (la c.d. riforma Castelli) ha esteso il ruolo del Ministro ben oltre “l’amministrazione per la giurisdizione” rafforzandone il ruolo rispetto al Csm. Sono cresciuti i poteri del Ministro soprattutto nella riorganizzazione degli uffici del pubblico ministero, nel conferimento degli incarichi direttivi e nell’ambito dell’azione disciplinare. La scelta legislativa di riorganizzare gli uffici del Pubblico Ministero, secondo un assetto gerarchico, in base ai criteri del comma 4 dell’art.2 della Legge n.150/2005, ha avuto un impatto dirompente nella relazione tra politici e magistrati. Il Procuratore della Repubblica “da cui tutto dipende”, è soggetto solo al controllo del Procuratore Generale, nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura, di concerto con il Ministro della Giustizia. Il Guardasigilli deve dare il suo consenso alla scelta del CSM.

Questa impostazione, di dubbia costituzionalità, ha alimentato “contatti informali” tra toghe e politici, accertati dalle copiose intercettazioni di conversazioni tra magistrati e tra giudici e parlamentari. I politici hanno acquisito la convinzione di poter controllare la magistratura requirente; i Procuratori della Repubblica, a loro volta, godono di un potere straordinario nel veicolare o avocare le inchieste, specie quelle più scottanti, sottraendole ai sostituti procuratori assegnatari. Non ci si può più limitare ad auspicare soluzioni “buoniste” fondate sulla condivisione e sulla moralità di giudici e politici; occorre risolvere in via legislativa la conflittualità attuando il dettato costituzionale nel rispetto del ruolo di guardiano dell’indipendenza ed autonomia del potere giudiziario del CSM.

*avvocato