Una vasta mobilitazione a sostegno dell’area ASI di Ponte Valentino a Benevento

- Economia Lavoro di Luigi Diego Perifano*

Sono persuaso che occorra una vasta mobilitazione, anche sul piano della tutela legale, per evitare che si consumi un grave danno nell’agglomerato ASI di Ponte Valentino.
Si è infatti appreso, da un documentato articolo de “Il Mattino”, che una società con sede in Torino (ne abbiamo verificato il capitale sociale pari a soli 10mila euro), ha acquisito, in area ASI, la disponibilità di un immobile industriale ove vuole realizzare, avendo già avviato la pratica per il rilascio dell’Autorizzazione Unica, un impianto di digestione anaerobica di rifiuti organici per la produzione di biometano e un impianto cogenerativo per la produzione di energia elettrica e termica .

Da progetto si prevede una quantità giornaliera di rifiuti in ingresso pari a circa 351 tonnellate, per un totale annuo di 110.000 tonnellate. In pratica oltre 40 mezzi carichi di immondizia attraverserebbero quotidianamente l’agglomerato per sei giorni alla settimana.

Il biogas prodotto dal trattamento e dalla raffinazione dei rifiuti diventa biometano, mentre il digestato, ovvero il residuato solido delle fasi di lavorazione, viene smaltito in un termovalorizzatore dove la combustione del materiale avviene ad altissima temperatura con la produzione di fumo e calore, oltreché di un ulteriore residuo solido.

È stato giustamente osservato che siccome la produzione di rifiuti organici raggiunge, nell’intera provincia di Benevento, 38mila tonnellate/anno, l’impianto progettato dovrebbe necessariamente accogliere, per generare profitti , ingenti quantitativi di rifiuti dal resto della Regione.

Altrettanto opportunamente si è voluto sottolineare come una tale iniziativa si ponga completamente al di fuori della programmazione dell’Ente d’Ambito, ovvero dell’organismo competente alla elaborazione del Piano provinciale rifiuti.

Infine è stato puntualmente denunciato il limite di una caotica proliferazione di progetti imprenditoriali senza che sia possibile comprendere né il livello di integrazione fra impiantistica pubblica e privata, né la relativa scala di priorità.

Tutte considerazioni che ripropongo per il piacere di farle integralmente mie.

Ma nel caso dell’ impianto di Ponte Valentino esse non esauriscono il tema.

Sia chiaro: non mi iscrivo al partito del no a qualunque cosa, dei nonsipuotisti ad oltranza. Ritengo che innovazione e qualità possano procedere di pari passo, che sviluppo economico e sostenibilità debbano sorreggersi vicendevolmente, che le trasformazioni urbane, come quelle del tessuto produttivo, rappresentano altrettante opportunità, purché governate e non subite.

Tuttavia il rischio di compromettere le caratteristiche dell’area ASI mette in discussione indirizzi strategici consolidati aprendo a un futuro nebuloso.

Gli anni in cui ho avuto l’onore di guidare l’Ente sono stati caratterizzati da situazioni difficili, dovute al crollo verticale degli investimenti pubblici e privati, ad una pesante situazione debitoria, alla disastrosa alluvione del 2015, al naufragare delle proposte di riforma regionale delle aree di sviluppo industriale.

Nonostante le condizioni avverse, un obiettivo, tuttavia, è stato tenacemente perseguito: impedire che Ponte Valentino diventasse una sorta di ricettacolo di operazioni corsare nel settore dello smaltimento rifiuti, come accaduto per altre aree ASI del casertano e del napoletano.

Abbiamo concepito come un dovere, per ragioni di principio e di coerenza, preservare l’immagine di un nucleo industriale dove operano con successo primarie imprese della filiera agroalimentare e di quella meccanica, con un vasto credito commerciale ed un importante patrimonio di rapporti sui mercati internazionali.

Si è inteso dunque dare continuità ad una scelta lungimirante effettuata già nei primi anni 2000: fare di Ponte Valentino una delle prime Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate (Apea), ovvero aree industriali di nuova generazione impostate su criteri di sostenibilità sociale, ambientale ed economica, finalizzati a : tutela della salute, della sicurezza e dell’ambiente; salubrità ed igiene dei luoghi di lavoro; prevenzione e riduzione dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua ,del suolo; contenimento del consumo dell’energia e suo utilizzo efficace; drastica riduzione della produzione di rifiuti e di emissioni.

Questa scelta è stata difesa con atti concreti, anche a costo di uno scontro aperto con interessi di segno opposto: e proprio per scoraggiare varie proposte di investimenti legati al ciclo dei rifiuti , il Consiglio Generale dell’ASI, con la delibera n.10 del 27 aprile 2015, nel confermare la scelta strategica dell’APEA, ha approvato apposite linee guida per disciplinare il sistema insediativo. In tali linee guida è espressamente previsto che "non saranno pertanto ammesse nuove attività di gestione-trasformazione dei rifiuti che non siano integrative rispetto a quelle già esistenti e che non siano a servizio esclusivo dell'agglomerato ".

Oggi è tempo di rivendicare gli scopi di quel deliberato e farli rispettare.

L’impianto di cui discutiamo ha poco o nulla a che vedere con le aree produttive ecologicamente attrezzate, nelle quali il principio cardine è la diminuzione dell’impatto ambientale, puntando a ridurre la produzione di rifiuti e favorendo la localizzazione di imprese ed attività che operano con tecnologie idonee a raggiungere questo scopo. E –come detto- gli unici impianti per il trattamento dei rifiuti concepibili in un’Apea sono quelli a servizio delle imprese insediate, per realizzare, per quanto possibile, la chiusura del ciclo dei rifiuti all’interno dell’agglomerato, e sviluppare il riciclaggio e il riutilizzo di materie prime secondarie.

Dunque l’esatto contrario di quanto si vorrebbe fare.

E non si risponda con la solita canzone per cui gli impianti di trattamento dei rifiuti non possono che essere allocati nelle aree industriali: a parte che ciò non è vero, in quanto essi sono ammissibili anche nelle zone agricole, pure per le aree industriali vale il principio della programmazione, della diversificazione delle funzioni, per cui è possibile selezionare le attività compatibili in una logica di valorizzazione del nucleo industriale e delle sue specializzazioni produttive.

Perché dovremmo consentire di alterare i connotati di un agglomerato, piccolo ma di qualità, e con una sua identità, per farne un’anonima area industriale dove è possibile mettere insieme di tutto, dal polo mondiale della pizza surgelata all’ammasso dei rifiuti organici, dall’eccellenza dei nostri maestri pastai al camino che brucia il digestato ?

Perché accontentarci di lavorare la “munnezza” e rinunciare all’ambizione di attrarre a Ponte Valentino industrie di nuova generazione, sfruttando il potenziale di un contesto ambientale ancora favorevole e la presenza di una Università vocata alla ricerca tecnologica?

Perché rassegnarsi a svolgere il ruolo di territorio di risulta, anziché sfruttare patrimonio naturale e capitale umano per rialzare la testa e giocare la sfida della modernità?

Si impongono allora scelte di campo e assunzioni di responsabilità molto nette: assecondare gli interessi – non sempre cristallini e certamente estranei a quelli del contesto territoriale- di quanti immaginano di trasformare il Sannio in un grande sversatoio, oppure volgere lo sguardo al Piano Sud 2030, accompagnando le PMI e le startup tecnologiche nei processi di crescita e promozione nei mercati internazionali.

Ponte Valentino, dando seguito ad un progetto già in fase di realizzazione, e a suo tempo finanziato coi fondi del Patto Territoriale, ben potrebbe candidarsi a diventare un hub per la diffusione del marchio “MadeIT” che, nelle intenzioni del Governo, supporterà̀, con apposite risorse dei fondi coesione, le imprese tecnologiche attraverso programmi di collaborazione reciproca e con incubatori e acceleratori d’impresa italiani e stranieri.

Dovremmo puntare alla trasformazione digitale delle nostre aziende e prepararci alla piena entrata a regime delle Zone Economiche Speciali (ZES),lavorare ai protocolli energetici per ridurre il costo dell’energia e al potenziamento delle infrastrutture materiali ed immateriali.

E invece, da Sassinoro a San Nicola Manfredi, passando per Ponte Valentino, per restare alle proposte più recenti , sembra che il Sannio non possa candidarsi ad altra funzione che non quella di fungere da pattumiera della Campania ( se fossero approvati tutti e tre i progetti in itinere, arriverebbero nel Sannio esattamente 200mila tonnellate all’anno di rifiuti organici, un terzo, per intenderci, di quelli prodotti nell’intera regione! E ciò a non considerare l’impianto per la lavorazione dell’umido programmato a Casalduni nell’area dello STIR!).

Questo “approccio” non è più oltre tollerabile.

La Regione Campania deve mettere ordine nella programmazione dell’impiantistica: deve farlo subito e bene, per evitare che lo stesso Piano Regionale dei Rifiuti possa essere stravolto. Sono certo ,altresì, che il Sindaco di Benevento e il Presidente della Provincia non mancheranno di far sentire la loro autorevole voce sulla vicenda. E sono altrettanto certo che il Presidente dell’Asi, chiamato in questi mesi a disimpegnarsi in un compito non facile, saprà difendere le scelte che egli stesso ha contribuito a prendere negli anni passati. Non è questione di pregiudizi, è questione di orgoglio.
*Già presidente del Consorzio ASI di Benevento di Ponte Valentino