A chi è convenuto e a chi no il Recovery fund,e chi ne dovrà pagare il costo

- Opinioni di Luigi De Nigris

L’accordo europeo sul Next Generation Eu, più conosciuto come Recovery fund, è stato accompagnato da una certa eu(ro)foria. Per molti si trattato di un risultato “storico” – che non significa automaticamente anche positivo – per sostenere la ripartenza economica degli Stati più colpiti dal Coronavirus. Un grande compromesso che ha consentito a ciascun Paese di rivendicare la propria vittoria nei confronti degli altri.. L’Italia avrebbe vinto perché con 208,8 miliardi di euro (81,4 tramite sussidi a fondo perduto e 127,4 tramite prestiti) sarà il più grande beneficiario tra gli Stati Ue delle risorse messe a disposizione. Si parla di circa 750 miliardi di euro, di cui quasi 400 a fondo perduto. Ma hanno vinto anche la Francia e la Germania, artefici di una decisione che sembrava impossibile. Più che di una comune solidarietà nei nostri confronti si è però trattato di interessi comuni.

La caduta dell’Italia avrebbe infatti compromesso l’intera Eurozona, tra cui la loro economia. Pure l’Austria, la Svezia, la Danimarca e i Paesi Bassi, i cosiddetti paesi “frugali”, hanno vinto. Rinunciando alle loro posizioni critiche nei nostri confronti hanno ottenuto molti più sconti sul pagamento del bilancio Ue, oltre ad aver fatto diminuire i trasferimenti a fondo perduto: dai 500 miliardi inizialmente previsti, a 390.

Hanno vinto, ancora, la Polonia e l’Ungheria. I beneficiari del Fondo non saranno infatti obbligati a rispettare alcuno stato di diritto, come talvolta sono state accusate. Più in generale, ha vinto soprattutto la possibilità di condividere o di emettere debito comune europeo, circostanza tutt’altro che immaginabile prima del Covid.

Viene allora da chiedersi: possibile che in un accordo così difficile nessuno ha perso?
In realtà non è così.

A essere sconfitto è il bilancio pluriennale dell’Unione, 2021-2027 che esce più povero e striminzito. Per soddisfare i singoli interessi ed egoismi nazionali, sul loro altare sono stati infatti sacrificati i programmi congiunti europei. Come quelli legati alla ricerca e all’innovazione (Horizon20); alla sanità (le risorse previste in piena emergenza Covid con il programma EU4Health è sceso da 9 a 1,67 miliardi di euro, ribadendo il concetto che la salute è competenza esclusiva dei singoli Stati); alla transizione ecologica (Just Transition Fund) e digitale (Digital Europe).

Il programma InvestEU, per la crescita economica, l’innovazione e lo sviluppo di infrastrutture sostenibili è stato tagliato di ben 6,9 miliardi. Così come l’Erasmus, ridotto di 5 miliardi. Perfino il Green new deal della Von der Leyen, l'agenda green della Commissione Ue, è stata di fatto smontata destinando poche risorse per raggiungere gli obiettivi previsti.

E allora, perlomeno in Italia, prima di illudere i cittadini di una storica vittoria, andrebbero spiegate le condizioni per l’utilizzo di questi fondi e anche chi - e come - pagherà il debito. Dopo l’ormai famoso a Benevento “e chi corr’…chi corr’...?’”, che ha accompagnato la storica promozione della squadra in Serie A, dobbiamo ora chiederci: “e chi paga…..chi paga?”. Saranno come sempre i lavoratori dipendenti, i pensionati, i redditi bassi, sui quali grava l’80% del fisco, oppure i ricchi e/o i grandi evasori?

L’impegno imposto al nostro Paese è ciò che l’Europa ha sempre chiesto: una politica economica sana, con un’ambiziosa agenda di riforme, sotto la sorveglianza dei suoi gendarmi. Che tradotto significa due cose ben precise: tagliare la spesa sociale in tutti quei settori in cui l’Unione europea non ha esplicitamente deciso di investire; ricordare che non si potrà spendere fintanto il nostro bilancio non sarà in linea con quanto prescritto dal Patto di stabilità e crescita.

E’ bene anche ricordare che le risorse del Recovery fund non saranno disponibili prima del secondo semestre del 2021, e dunque solo da quella data potranno esplicare un’attività propulsiva per la ripresa produttiva e occupazionale. Non sarà certo questa prospettiva, o le immotivate esultanze di questi giorni, a evitare le drammatiche previsioni economiche e sociali che potranno alimentare pericolosi squilibri fin dal prossimo autunno.

Continuo a sostenere che su questi argomenti andrebbe avviato un serio dibattito ed una attenta riflessione politico-istituzionale. All’attività di analisi ed ascolto per capire e programmare ciò che serve per la ripresa, si preferisce rifugiarsi in un dibatto politico inquinato da notizie false o da dichiarazioni confezionate per produrre uno sterile consenso elettorale. A ogni decisore andrebbe pertanto ricordata una famosa citazione di Seneca: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”,