La flessibilità ideologica in politica può essere una risorsa ma anche diventare avventurismo: in risposta a Nicola Sguera

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Le considerazioni che seguono rappresentano un tentativo di replica, mi auguro quanto più esauriente possibile, alle obiezioni sollevate dall'intervento si questo quotidiano di Nicola Sguera, interlocutore estremamente gradito per puntualità riflessiva e spessore, in merito al mio articolo sull'uso populistico della fine delle ideologie, comparso su questa testata la scorsa settimana.

Per cominciare, spenderei qualche parola sulla logica partigiana, intellettualmente onesta, professata da Sguera in virtù di un dichiarato allineamento, su questo tema, con l'impostazione gramsciana. Personalmente, anziché abbracciare “il bisogna essere di parte”, mi limiterei a riconoscere, almeno in sede analitica, che non si può non esserlo, a prescindere da eventuali adesioni a movimenti o dal possesso di tessere di partito: ad ogni modo, il pensiero critico rimane tale ovunque lo si collochi e non può che far bene al contesto in cui va a immettersi.

Ciò detto, mi soffermerei su due punti essenziali presenti nella replica: l'arroccamento ideologico e il deterioramento dell'asse destra/sinistra.Per quanto concerne la prima questione, un chiarimento appare piuttosto doveroso per evitare fraintendimenti. L'esaurirsi delle ideologie “forti”, a mio avviso, non incarna in alcun modo il male di per sé.

Tuttavia, diventa un problema nel momento in cui sancisce concretamente la definitiva subalternità della politica rispetto alla vigente concezione totemica dei mercati: l'ambiente-mercato esercita delle pressioni selettive tali da spazzare via, o integrare, ogni visione oppositiva non strutturata e questo non può che decretare l'avvenuta colonizzazione della sfera politica ad opera di un certo modello economico/economicistico; ovviamente, persistono movimenti resistenziali credibili inneggianti a una “rivoluzione permanente” (Occupy Wall Street, Podemos, ecc.) ma, almeno per il momento, rispetto al capitalismo antropologico imperante, appaiono, per usare un'espressione cara a quest'ultimo, non competitivi (per dare un assaggio del tempo corrente, basti pensare alle attiviste fittizie, in realtà modelle, utilizzate dal fotografo Fred Meylan, ed emulanti i metodi di lotta del movimento Femen, per la pubblicità di alcuni gioielli, sotto lo slogan “Luxury riot”).Nessuna nostalgia, quindi, per l'ideologia intesa come orizzonte di senso, soprattutto alla luce degli inevitabili dogmatismi da essa derivanti.

Se però si concepisce quest'ultima come affidabile palestra della contestazione, ovviamente da ristrutturare in senso decostruzionista, come limite temuto e difficile da infettare per ogni forma di oligopolio, le cose cambiano. Inoltre, e ne sono convinto, il mio utilizzo del concetto di ideologia, in senso dispregiativo-marxiano, per descrivere l'uso strumentale-demagogico del post-ideologico che il marketing politico, figlio di schieramenti appunto post-ideologici, esegue, non mi sembra né acrobatico né anacronistico: in primis, perché, come ho già detto, una flessibilità ideologica può essere una risorsa, ma può anche diventare avventurismo dalle imprevedibili conseguenze (gli esempi storici negativi e radicali di dinamismo dottrinario, a partire dal partito fascista, si sprecano); secondariamente, perché va a sdoganare un approccio ultragiustificazionista rispetto a ogni contraddizione interna a un'associazione politica con l'alibi dell'eterno work in progress (in molti casi, “ideologia debole” rischia di diventare troppo facilmente sinonimo di “ideologia emorragica”); in terzo luogo, perché la posteriorità di una data categoria interpretativa rispetto a un'altra non la rende necessariamente più corretta (molte categorie nascono postume), anzi, proprio una tale presa di posizione, paradossalmente, rischierebbe di restituirci un clima filosofico pienamente ottocentesco.

In merito al secondo punto, invece, differentemente da Sguera, ci andrei più cauto nell'affermare che il novecento politico risulti interamente smaltito. Il post-ideologico, infatti, non è l'anti-ideologico. Lo scenario che delinea presenta, al contrario, numerose sopravvivenze novecentesche.

È vero che: la dicotomia destra/sinistra, sul piano partitico, tende ormai ad assumere più un valore posizionale-discorsivo, rendendo apparentemente i due termini alla stregua di contenitori vuoti; i blocchi politici hanno una genesi storica e, conseguentemente, potrebbero avere una data di scadenza; la complessificazione della società tardo-capitalistica presenta problematiche specifiche, nei confronti delle quali i vecchi impianti ideologici faticherebbero a rispondere; ecc.

D'altro canto, non si può negare che esistono, anche al di fuori dei canali parlamentari (soprattutto al di là dei confini nazionali) circuiti di resistenza organizzati, come quelli citati sopra, attratti da una vocazione ideologica moderna volta a integrare passato e futuro senza eccessivi traumi.

Per chiosare, con onestà ammetto di condividere molte battaglie portate avanti dal M5S, così come non mi sembra azzardata la lettura offertane da una certa politologia in termini di unico fronte di opposizione rimasto (perlomeno di largo consenso e nel nostro paese), ma, nel contempo, mi riesce molto difficile tollerare certe imperdonabili “farraginosità” ideologiche (Enrico Berlinguer e “I Kabobo d'Italia” faticano davvero come coinquilini).