Il rugby beneventano si inchina al ricco Vigorito che ne sarà presidente onorario. L'ultimo atto di una storia sportiva che era stata orgogliosamente e davvero differente

- Opinioni di Carlo Panella

L'esercizio della memoria è un dovere etico, prima ancora che civico, in sede pubblica: ricordare il passato serve innanzitutto a farlo conoscere a chi non l'ha vissuto; e serve anche, se non soprattutto, a evitare che se ne ripetano gli errori, parafrasando la famosa frase di Santayana, il filosofo.

Nel giornalismo, poi, tale dovere si trasforma in un obbligo: un articolo con l'omissione del background, del racconto sul retroterra dei fatti accaduti e/o dei loro protagonisti e dei luoghi in cui si sono svolti, quasi sempre inganna il lettore, non mettendolo in condizione di potersi fare su una vicenda, in maniera completa e accurata, la propria opinione. Ricordare, ricostruire e inquadrare un fatto nella propria storia è uno dei principali comandamenti del nostro modo di operare nell'informazione (pratica che, ahinoi, veleggia verso il quarantennio...) e va posto assolutamente come premessa di quanto andiamo a scrivere.

Ci riferiamo a una notizia data in maniera celebrativa da un giornale di famiglia (Ottopagine) oppure meramente e acriticamente trasmessa da altri. E' stato scritto su Ottopagine del 27 luglio scorso: Il consiglio direttivo del Rugby Benevento, tramite il presidente Rosario Palumbo, ha deciso di offrire a Oreste Vigorito la presidenza onoraria della società che “onorato” ha accettato. Il milionario imprenditore di Ottaviano, per sette anni e fino a giugno patron del Benevento Calcio, già sponsorizzava il quindici di Pacevecchia (Ottopagine Rugby Benevento); dall'anno prossimo “anche la squadra femminile della società biancoceleste porterà il nome di una delle aziende della famiglia napoletana e diventerà Caravaggio Sporting Village Rugby Benevento... A settembre nel corso della cerimonia di presentazione delle varie squadre biancocelesti, andrà in scena anche la simbolica consegna delle chiavi della società all'Avvocato Oreste Vigorito, che sarà il presidente onorario nella stagione in cui si festeggeranno i 50 anni di attività...”.

Nel leggere siamo rimasti sbigottiti, prima ancora che amareggiati, ma abbiamo atteso qualche giorno prima di scriverne, sperando di dar conto di qualche reazione a tale pomposo annuncio, in particolare da qualcuno dei tanti rugbisti meno giovani. Invece nulla, tutti a tacere, evidentemente acconsentendo... Il pubblico silenzio di fronte ai fatti che accadono nella realtà sannita è la prassi più diffusa, noi ancora una volta la nostra la diciamo.

C'era una volta il mondo del rugby a Benevento...
Dagli inizi nel 1966 e fino alla fine degli anni Ottanta, l'Unione Sportiva Rugby Benevento ha ottenuto il più importante risultato: avviare alla, dura ma sana, pratica sportiva migliaia di ragazzi, molti dei quali probabilmente avrebbero fatto altro; in secondo luogo, ha pure raggiunto i più brillanti risultati tecnici, portando, a un certo punto, la squadra sannita finanche nel massimo campionato nazionale.

La storia poi racconta che ci sono state traversie societarie, scissioni, frammentazioni, momenti bui, altri meno, vicende di cui qui solo si accenna per dire che, via via nel tempo, con un'accelerazione impressionante nell'ultimo periodo, quel mondo del rugby è andato via via perdendo la propria identità iniziale, a lungo mantenuta. Un'identità che era pure marcata da alterità rispetto agli altri sport e innanzitutto rispetto a quello più popolare a Benevento, il calcio.

Una peculiarità questa, invero, non solo beneventana e che il rugby ha sbandierato a lungo a livello generale, racchiusa nel motto “Il mio sport è differente”, sottintendendo che era ancora molto più vicino ai valori etici e cavallereschi delle pratiche sportive rispetto soprattutto al mondo del calcio e alle sue note degenerazioni, in campo e fuori dal campo.

Ma è una fase chiusa. Il rugby non solo è diventato, nel tempo, uguale agli sport "meno duri e puri", ma anche “più uguale”, se si pensa a quanto accaduto, per soldi, il 15 giugno scorso agli atleti italiani della pallovale che hanno abbandonato il ritiro della Nazionale in vista della Coppa del mondo che si disputerà in settembre in Inghilterra. I rugbisti per protesta sono tornati a casa, dopo che la Federazione ha rivisto al ribasso i premi, legandoli ai risultati e non alla sola presenza in Nazionale.

Se tuttavia l'omologazione della pallovale allo sport business è cosa fatta nella sostanza, le forme almeno quelle i rugbisti tendono a salvarle. Perché la forma è di per sé sostanza, contando ancora la forza dei simboli, al di là del buon senso che ricorda come ci debba essere un limite a tutto.

E allora se si può arrivare a capire, obtorto collo al tempo della grande crisi, che si sia andati a chiedere una sponsorizzazione, per tenere in vita la società e le attività, al presidente in carica della squadra di pallone cittadina, dando un calcio alla storia che orgogliosamente differenziava, non si capisce perché i dirigenti debbano aggiungervi questo gesto di sottomissione, culturale anzitutto, dell' offrire la presidenza onoraria di una società con tanta storia, a un ricco imprenditore del vesuviano, estraneo a tale storia.

Perché si è andati tanto oltre le reciproche convenienze di un contratto di sponsorizzazione: io ti faccio abbinare il nome delle tue imprese alle mie squadre che hanno conquistato un valore sportivo cinquantennale e tu in cambio mi fornisci soldi o altro in contraccambio?

Perché offrire pure all'imprenditore il prestigio di una carica che, proprio perché onoraria, non può non avere a che fare con la storia di quella società o come minimo del mondo rugbistico?

E sì che ce ne sono di beneventani e sanniti – e sono davvero tanti - che per quanto fatto per decenni meriterebbero quella carica! Non solo ex atleti, tecnici o dirigenti, ma anche imprenditori, a cominciare da quelli dell'Imeva!

E se non ci si voleva, comprensibilmente, fermare ai confini locali per conferire tale carica, peraltro, alla vigilia dell'importante appuntamento del cinquantennale della fondazione del sodalizio sportivo, chi se non Franco Ascantini dovrebbe essere il presidente onorario dell'Unione Sportiva? Colui che ha piantato questo sport in città e con tanta abnegazione, assieme agli altri pionieri, l'ha fatto attecchire e radicare: per rispetto alla lunga storia di una società che oggi – solo pro tempore... – si ha la fortuna di dirigere, se non per gratitudine verso l'allenatore degli esordi e del periodo aureo.

Vigorito è un ricco imprenditore dell'eolico e non solo, da qualche anno si è dedicato al calcio e da ancora meno ha sponsorizzato l'US Benevento rugby. Troppo poco, per non dire niente, per dargli il massimo onore. E' stata una decisione davvero mortificante e amara.

Lo si è fatto sperando di portare ancora più soldi al movimento rugbistico? Ma, tranne in qualche caso, di soldi non ce ne sono stati mai abbastanza, in alcuni anni quasi per niente; ma col sacrificio e la passione di dirigenti, giocatori e loro parenti si è andati avanti. Così salvando il corpo Unione Sportiva Rugby Benevento e chi lo componeva, ma anche l'anima che doveva essere tutta e fieramente rugbistica.

Si badi, non siamo stupiti: che questo sport, anche a Benevento, non fosse più per niente differente ci era chiaro, essendosi omologato sempre di più nel tempo. Con questo inchinarsi e privare l'ambiente della massima carica onoraria, siamo forse all'ultimo step.

L'orgoglioso, identitario e, probabilmente anche per questo, glorioso passato è confinato nella storia.
Dalla quale estraiamo un solo bell'esempio - fortemente simbolico - tra le migliaia possibili, noi meno giovani che non vogliamo dimenticare: la cura, senza esagerazione, affettuosa e protettiva con la quale Franco Fiore ha provveduto, per anni, come verso un figlio, al campo da gioco, finalmente in erba. Oggi al posto delle radici a Pacevecchia si onora il vento che non sai da dove viene, né sai dove andrà...