Camicie rosse, nere e bianche: le rivoluzioni politiche in nome del popolo, contro il popolo

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Garibaldi, Mussolini, Renzi: che cosa potrebbe, in un ipotetico gioco di fantasia, accomunare questi tre uomini così diversi tra di loro, oltre la scelta, da me imprudentemente e fittiziamente creata, di definire l’appartenenza a uno stesso programma attraverso un capo di abbigliamento?

Pur nella considerazione della distanza culturale e di spessore storico, che impedisce qualsiasi accostamento ideologico, le tre personalità non hanno molto in comune se non lo straordinario carisma, l’eccellente capacità di trascinare le volontà, nonché l’abilità di vanificare i tentativi esterni di dirottare il proprio progetto verso fini diversi da quelli autonomamente tracciati.

L’Eroe dei due mondi, infatti, aveva in mente l’unificazione della penisola e sapeva che non avrebbe mai potuto raggiungere un traguardo così difficile se non avesse avuto l’appoggio popolare, come avevano ampiamente dimostrato gli insuccessi dei patrioti mazziniani, da Attilio ed Emilio Bandiera a Carlo Pisacane. Dopo essersi autoproclamato a Salemi Dittatore di Sicilia “in nome di Vittorio Emanuele II re d’Italia”, il generoso condottiero prometteva, nel giugno del 1860, di aiutare tutti coloro che ne avessero bisogno e soprattutto di distribuire equamente le terre, in nome di una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie. Quando fu chiaro, però, che le istanze di riscatto sociale non avrebbero avuto riscontro e che la tanto sospirata riforma agraria non ci sarebbe stata, quello stesso popolo si ribellò: di fronte all’insurrezione che scoppiò a Bronte, alle pendici dell’Etna, nell’agosto dello stesso anno, Garibaldi, il cui progetto non era certamente una rivoluzione sociale, inviò Nino Bixio a ristabilire l’ordine. Sottoposti ad un processo sommario, i rivoltosi furono condannati e cinque di loro passati per le armi. Cadeva, nella brutalità della repressione, la speranza per i contadini siciliani di una soluzione ai propri problemi.

Per quanto riguarda la connotazione sociale della “rivoluzione” fascista, espressione su cui si è molto discusso, veramente superflue risuonerebbero le indicazioni su come essa facesse continuamente riferimento al popolo. Una prova è anche nel titolo che Mussolini stesso diede al giornale da lui fondato “Il popolo d’Italia” che riecheggiava i toni di analoghi giornali mazziniani. La ricerca del consenso al suo regime, con l’allestimento di una struttura propagandistica capace di invadere ogni aspetto della vita civile, rimanda poi alla necessità di legittimazione popolare che è tipica di ogni dittatore che vuole giustificare di fronte alla storia il proprio totalitarismo. È del tutto inutile qui ricordare gli innumerevoli episodi in cui il popolo fu mortificato da una dittatura odiosa, fino alla sciagurata avventura bellica in cui a pagare fu ancora una volta la povera gente.

Matteo Renzi non è certamente Garibaldi, cui si può rimproverare, nella pervicace determinazione a perseguire i propri obiettivi, di aver deluso le rivendicazioni di ordine sociale, ma che è stato generoso nel combattere in nome di principi democratici ed egualitaristi; è, ovviamente, lontanissimo da Mussolini, la cui dittatura ha soffocato ogni espressione di libero pensiero, inibendo la formazione in molti giovani di un’intelligenza critica e non asservita al potere.Non indossa la camicia rossa né una camicia nera; la sua è bianca, come quella degli impiegati che dismettono la giacca, inutile impaccio al dinamismo di giornate cariche di impegni; una camicia, simbolo dell’Italia che lavora senza formalismi, che alla riflessione preferisce la prontezza dell’azione. Una camicia bianca, meglio ancora con le maniche rimboccate, che dà immediatamente un’immagine di vitalità, freschezza, svecchiamento; che sembra comunicare, con il suo candore, l’idea di pulizia e semplicità; una camicia bianca che in realtà è un brand, una marca, una divisa attraverso la quale, come nel caso delle camicie rosse e delle camicie nere, individui diversi cercano, trovano e testimoniano la stessa identità.

Il leader del PD, in jeans e camicia bianca, si definisce perciò di sinistra, ma tra lavoratori e imprenditori sceglie di stare con i secondi; è col popolo ma tra sindacati e Confindustria non ha dubbi su chi appoggiare; vuole combattere il precariato, ma giustifica un sistema che ormai “deve” accettare che “non c’è più il posto fisso”; rispetta le lotte sociali, ma bacchetta la gente che scende in piazza; inneggia alla Costituzione, ma la sta inesorabilmente modificando; sostiene la democrazia, ma rifiuta caparbiamente il voto di preferenza; è vicino ai disoccupati, ma non rallenta sull’articolo 18; vuole ridare dignità alla scuola, ma propone una riforma che, con il pretesto di premiare il merito, ad esempio, annulla gli scatti di anzianità, privando anche di un minimo adeguamento al costo della vita stipendi da terzo mondo.

Cosa ha in comune, questo yuppie del terzo millennio, con il condottiero di sinistra dell’Ottocento e lo statista di destra del XX secolo? Anche lui vuole sinceramente ascoltare la voce del suo popolo, ma, come il buon Giuseppe, non pensa di sposarne le rivendicazioni, né, esattamente come il duro Benito, sentirne la sofferenza. Renzi in realtà ne ama soprattutto gli applausi; perdoniamolo allora se, di fronte alle sue lamentele, sembra annoiarsi: è anche lui un essere umano, sia pure in camicia bianca.