La distanza emotiva ieri verso la shoah oggi verso i profughi. Il mondo tecnico rende possibile il mostruoso, ma si può evitarlo

- Zoom di Anna Maria Panella
Adolf Eichmann
Adolf Eichmann

Günther Anders, filosofo tedesco, ebreo, dopo la morte di Eichmann, uno dei principali responsabili della Shoa, sente il bisogno di scrivere una lettera a Klauss Eichmann, figlio del criminale nazista che con feroce ossequio burocratico aveva diretto l'operazione di sterminio degli ebrei. Il processo a Eichmann si svolse solo nel 1961 perché era stato dato per morto. Invece, alla fine della guerra, era riuscito a fuggire in Argentina dove si era ricongiunto con la moglie e i tre figli. A questi si era presentato come uno zio per avallare ulteriormente la notizia della sua scomparsa. Catturato successivamente dal Mossad, fu sottoposto a giudizio a Gerusalemme. Si difese nel processo affermando di essere stato solo un esecutore di ordini, giustificazione miserabile che, unita al suo aspetto comune e ordinario, spinse Hanna Arendt a stigmatizzare la banalità del Male.

Ma, perché Anders, dopo la morte di Eichmann sente l'obbligo di inviare una lettera al figlio? Questa domanda si pone immediatamente al lettore di questo testo in cui ci si inoltra con una sorta di cautela rispettosa, imposta dalla maniera delicata con cui l'autore maneggia le parole, quasi fossero ordigni. Tradurre in linguaggio l'indicibile genera una enorme responsabilità e il timore di essere riduttivi e poco rispettosi delle sofferenze delle vittime. In effetti, il filosofo si imbarca in una impresa difficilissima: a pochi anni dalla Shoa, lui, ebreo sopravvissuto per caso, cerca di operare una lucida riflessione sull'immensa tragedia consumatasi nel cuore dell'Europa. E, sceglie, incredibilmente, come interlocutore il figlio del boia nazista. Assume di sé, però, tutto il carico di un tentativo così arduo affinché non vada perduta, insieme alla vita di milioni di persone, la possibilità di ripristinare ciò che umanamente vale, la capacità di riflessione e quella di immedesimazione nell'altro. E questi due aspetti fondamentali dell'umano li mette in atto e li sollecita laddove è più difficile trovarli, nel figlio del nemico. Ma perché una sorta di comunicazione sia possibile va individuata in Klauss una condizione psicologica che possa avvicinarlo, anche solo parzialmente, al mondo delle vittime.

Anders immagina sia stato per il giovane un duro colpo sapere di essere figlio di Eichmann, sia stato terribile- scrive nella lettera - " L'istante in cui Lei comprese veramente chi Lei è. Certo, anche prima sapeva di essere venuto al mondo come figlio di un ufficiale delle SS, e forse sapeva perfino che questa SS non aveva esercitato una funzione qualsiasi. Ma di che cosa si trattava? Gli avvenimenti risalivano agli albori di un tempo che non appartenevano neppure alla sua vita cosciente ed essi si erano svolti in un punto della terra molto lontano... E poi giunse l'istante in cui crollò tutto poiché Lei venne a sapere quello che lui aveva fatto, non solo delle camere a gas e dei sei milioni - già questo sarebbe stato sufficiente. No, oltre a ciò Lei dovette comprendere che il nuovo padre che aveva cancellato la memoria del Suo primo padre - ossia l'uomo a cui Lei probabilmente era legato da amor filiale, il quale forse era stato perfino buono con Lei (soltanto con orrore riesco a scrivere questa piccola parola "buono" : i sei milioni che sono stati ridotti al silenzio sembrano volere protestare) insomma che quest'uomo era proprio Adolf Eichmann".

Sottratto al principio genealogico, così caro ai nazisti, secondo il quale le colpe dei padri ricadono sui figli, Klauss Eichmann viene invitato nel prosieguo della lettera a riflettere e a prendere posizione su quanto è accaduto e sulle sue cause. Quello su cui è importante e doveroso per il filosofo tedesco ragionare è il "mostruoso" che l'esperienza dei lager ha rappresentato. E, il "mostruoso" ha i suoi aspetti e le sue cause individuate dagli storici a cui Anders aggiunge una sua interpretazione profonda, di alta portata, che mette sotto accusa l'apparato tecnico che domina la società moderna.

"Che cosa chiamiamo "mostruoso"?
1) Il fatto che c'è stato uno sterminio istituzionale ed industriale di persone e che si è trattato di milioni di persone.
2) Che ci sono stati dei capi e degli esecutori di queste attività, e cioè: degli schiavi Eichmann che accettavano questi lavori come qualsiasi altro lavoro, adducendo come scusa ordine e fedeltà.
3) Che milioni di persone furono messe e mantenute in una condizione in cui erano all'oscuro di tutto. Ed erano all'oscuro di tutto proprio perché non volevano sapere niente; e non volevano saperne niente perché non gli era permesso di saperne qualcosa. Insomma milioni di passivi uomini-Eichmann".

Ma che cosa ha reso possibile il "mostruoso"?
La risposta del filosofo è categorica: si tratta del fatto che noi siamo diventate creature di un mondo tecnico. La tecnica è stata sì grandiosa per tanti aspetti, ma ha creato una discrepanza: quello che siamo capaci di fare è più grande di ciò di cui siamo capaci di farci un'immagine, di cui possiamo prevedere le conseguenze. La nostra capacità di produzione è illimitata mentre la nostra immaginazione è limitata per natura. Rispetto alla tecnica "l'uomo è antiquato". I compiti del nostro sentire sono annientati. "La regola: se ciò verso cui si dovrebbe auspicabilmente reagire diventa smisurato allora s'inceppa anche il nostro sentire. Il troppo grande ci lascia indifferenti. Diventiamo degli 'analfabeti emotivi ".

Quando la sensibilità si inceppa, non si reagisce, si diventa acquiescenti, passivi. Come ci si estranea dal numero infinito dei momenti incontrollabili del processo produttivo, così ci si distanzia dai grandi numeri delle vittime (si pensi alla attuale tragedia dei profughi che si consuma sotto i nostri occhi). "Sei milioni per noi rimane una cifra, mentre se si parla di dieci assassinati, forse in noi in qualche maniera riecheggia un qualcosa, e un solo assassinato ci riempie di orrore". Questo meccanismo alimentato e affiancato dal "principio delle macchine" che domina la società della tecnica del massimo rendimento che riduce a scarti chi non l'osserva, rende possibile, anzi probabile, il ritorno del mostruoso e noi tutti potenziali figli di Heichmann.

Ma, questa diagnosi del moderno non è una sorta di fatalismo, in fondo assolutorio. Infatti, per Anders "l'esperienza stessa del nostro inceppamento rappresenta ancora una chance, una positiva opportunità morale. Nello choc del nostro inceppamento risiede una forza ammonitrice". Chi si trova in quell'ultima stazione di confine, oltre la quale la via della responsabilità e quella della spietatezza si biforcano, irrimediabilmente può dirsi: " Non riesco ad immaginare l'effetto dell'azione, dunque si tratta di un effetto mostruoso, dunque non posso assumermene la responsabilità, dunque devo riesaminare l'azione progettata oppure devo rifiutarla o combatterla. Insomma, costui in questo modo ha già lasciato dietro di sé la zona del pericolo, quello in cui potrebbe capitargli qualcosa di heichmaniano e in cui lui stesso potrebbe diventare un Heichmann".
Günther Anders, Noi figli di Eichman, Giuntina