L’incontro con dei poveri di madre in un vespaio di cinguettii riproduttivi

- Tracce di Tiziana Nardone

La prima volta fu prima di un concerto. Il suo. Nel senso che lui andava. Lei era già bloccata dalla riproduzione. Ne incrociò gli occhi, li scorse ritrarsi: madri. Madri cinguettanti, fascianti, annichilenti, capaci di fagocitare il creato col loro unico, sempre ripetibile, atto di creazione. Come se fossero state le prime. Come se si fossero confermate le ultime.

Provò misericordia, per lui. Non certo per se stessa. Voleva offrirgli una via di fuga, almeno verbale, in quel crogiuolo di racconti, doveri e fierezze che ogni figlio porta come fardello originale. In fondo, quei pugni stretti, quelle braccia penzoloni, quei jeans sdruciti, il volto basso, lo sguardo nell’angolo le ricordavano lei. La lei, per anni, di soli pochi mesi prima.

La seconda volta lei aveva un passeggino, lui una giacca. Gli avevano destinato un posto centrale. Si mordeva le labbra per non ridergli contro. La sua faccia mimava il voler essere ovunque, purché non lì, non allora. Dopo l’ennesima delle altrui boccate d’aria, esatte dal tabacco, credeva d’essere rimasta sola, sotto un albero, a cullare e cantare, ché la creatura s’assopisse. Si girò, erano rimasti due soli occhi. Gli stessi che schivavano il mondo, impazienti e disgustati, s’erano fermati, clandestinamente, su di lei.

Non lo vide più per anni. Anime affini, passanti. Fino all’altro giorno. Aspettava che la primogenita si stancasse dei giochi del parco. I suoi riccioli biondi, purtroppo, continuavano a sollevarsi nella discesa in picchiata. Lei pensava ad altro, esperta ormai della dissociazione tra sguardo vigile/mente vagabonda.

“Si è lanciata Bianca che è una femmina e non vuoi farlo tu che sei un maschietto?”. La testa scattò verso la ferita uditiva. Il bambino guardava la madre, supplicante, con sottili venature d’odio.

Lo rivide: calzoncini corti, rabbia al seguito d’una palla, innanzi un oratorio, d’un quartiere popolare. Una donna, non più madre ma crogiuolo di abbandono, ad attenderlo, come fosse una minaccia, troppo simile a una promessa. A ogni pezzo, analogo al padre fuggitivo, lei s’attaccava. Lo strattonava, un po’ per annientarlo, più per renderlo visibile: trofeo di guerra, scalpo rimastole tra le mani.

Solo uno tra tanti. Un altro coercitivo, vittima di passata coercizione. Un ossimoro affettivo, figlio senza madre. Avrebbe voluto dire, al bambino, che tutto sarebbe passato, che un futuro fortunato lo avrebbe risollevato. Niente, invece, lo avrebbe mai ricostituito da quella privazione affettiva, tanto dolorosa quanto contro natura. Lei lo sapeva per certo, ora che era diventata madre. Ora che era diventata madre, senza aver goduto di alcun esempio.