Girovagare per le strade della città di notte come aggirarsi nei meandri della propria mente

- Zoom di Anna Maria Panella

È bello, quando si legge un libro, essere tirati in ballo direttamente dall'autore. Cervantes, per dire di qualche sommo, convoca complice il desocupado lector (che ideale d'esistenza!), Manzoni, con modestia retorica, i suoi venticinque lettori, invece Pamuk - di cui ora ci occupiamo - coinvolge con affetto i cari lettori. Il patto di narrazione si sospende per un po' e narratore e lettore mettono in campo un' altra forma di complicità, più prossima alla narrazione orale. La forza di quest'ultima è ben nota sin da quando si ascoltano le favole da bambini: il momento presente svanisce e si approda nei luoghi e nei tempi della storia.

Orhan Pamuk, nobel per la letteratura 2006, nel suo ultimo romanzo, La stranezza che ho nella testa, proprio come un affabulatore, si rivolge a noi cari lettori, passa di volta in volta il filo della storia direttamente ai protagonisti, e ci presenta "il nostro eroe". Il suo nome è Mevlut, il suo mestiere, venditore di boza, il luogo del racconto Istanbul, il tempo, quello che scorre dagli anni sessanta al 2012.

Mevlut è un eroe di una realtà semplice ma non per questo meno epica perché con molte fatiche, per tutta la vita, lotta per trovare il suo spazio nel mondo. La storia inquieta della Turchia, ancora oggi di tragica attualità, accompagna il protagonista e mostra un paese contraddittorio e i suoi tentativi convulsi di modernizzazione. Sfuggito al destino familiare di pastore, Mevlut si reca col padre a Istanbul in cerca di fortuna e, acquisita una istruzione approssimativa in una scuola affollatissima e violenta, vivrà giorno per giorno nelle strade i rapidi e profondi cambiamenti della città. Nelle strade, perché l'attività a cui, tra le tante praticate, rimane fedele per tutta la sua vita è quella di venditore ambulante di boza.

Ma di cosa è fatta questa tipica bevanda turca che assurge, per il suo valore simbolico, quasi al ruolo di coprotagonista? "La boza è una bevanda tradizionale asiatica a base di grano fermentato, leggermente alcolica, densa, profumata e giallognola. Siccome con il caldo si deteriorava velocemente, nella vecchia Istanbul, ai tempi dell'impero ottomano, questa bevanda si vendeva nelle botteghe esclusivamente in inverno. Ma già nel 1923, anno della fondazione della Repubblica, la maggior parte delle botteghe di boza avevano chiuso i battenti da un pezzo, soppiantate dalle birrerie alla tedesca.

Eppure i venditori di questa bevanda tradizionale, come Mevlut, non sparirono mai del tutto dalle strade di Istanbul. Dopo il 1950, nelle sere d'inverno percorrevano le strade povere e maltenute della città gridando, boza. Erano voci che sembravano provenire dal passato, un ricordo vivente dei bei giorni andati". Il venditore ambulante, il suo richiamo, il suo rapporto con la strada, le abitazioni, gli acquirenti sono i primi elementi di riconoscimento di una Turchia più prossima di quanto s'immagini. Una sfasatura di qualche decennio, tutt'al più, sembra separare le nostre comunità. Ad esempio, durante la cerimonia nuziale descritta nel testo che avviene negli anni ottanta gli invitati appuntano sull'abito della sposa i loro doni in banconote, una identica ritualità pare fosse in vita nei nostri paesi ancora negli anni sessanta. Un dettaglio.

Ma sono molti gli aspetti narrati che riportano in vita una memoria recente di abitudini e mentalità condivise. Il venditore tradizionale di boza porta in spalla una sorta di bilancia di legno poggiando sui piatti i contenitori della bevanda. Il peso dell'attrezzatura nel tempo può deformare le spalle come è avvenuto al suocero di Mevlut detto per questo Collostorto. A lui il protagonista ha rapito, in una fuga d'amore, una delle figlie vista una sola volta a cui ha indirizzato per tre anni lettere d'amore. Ma quella fuggita con lui è veramente la ragazza a cui aveva indirizzato le sue missive o, per un assurdo inganno, la sorella meno bella di lei? Sarà questo uno dei leitmotiv che attraversa tutta la storia.

Ma, forse, il più importante è quello che il mestiere di Mevlut indirettamente rivela: la forza che lega l'uomo al suo spazio fisico che ne impronta la mente. Dopo quarant'anni trascorsi dal suo arrivo a Istanbul Mevlut osserva dall'alto di un moderno grattacielo le trasformazioni avvenute nella città: le colline sepolte sotto migliaia di torri e palazzi, i vecchi torrenti ricoperti di cemento e di asfalto e, al di là della cortina di cemento, l'ombra della vecchia Istanbul.

Gli si rivela finalmente, mentre guarda la metropoli nella notte, anche il senso del suo stretto rapporto con le vie della città, il senso della stranezza che ha nella testa: "Mevlut capì, in quel momento, che il gioco di luce e buio che sentiva da sempre dentro di sé non era diverso dal paesaggio notturno che aveva di fronte. E forse era per questo che da quarant'anni andava a vendere la boza per le strade addormentate della città, senza davvero preoccuparsi di quanto ci guadagnasse. Fu in quell'istante che Mevlut riconobbe chiaramente la verità che a livello inconscio conosceva da tempo: girovagare per le strade della città di notte faceva nascere in lui la sensazione di aggirarsi nei meandri della propria mente. Perciò parlare con i muri, i manifesti, le ombre e gli strani e misteriosi oggetti di cui, al buio, non riusciva a discernere i contorni era per lui come parlare con se stesso".

D'accordo in questo con Rousseau che Pamuk cita in esergo all'ultimo capitolo: "Non riesco quasi a pensare quando sto fermo; bisogna che il mio corpo si muova per comunicare il movimento al mio spirito".