A Olimpia nella macchina del tempo dove Zeus mi ha sciolto i cani. E meno male che ha tralasciato i fulmini...

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

“Esistono Paesi per i quali è difficile pensare al presente: il peso della gloria di età passate è così forte e universalmente riconosciuto, la luce di tale gloria così abbagliante, da rendere difficile una visione oggettiva dell’oggi. La Grecia, culla della civiltà occidentale e del pensiero moderno, è, più di ogni altro, uno di questi Paesi”. Si apre così la guida Touring (edizione non recentissima) che ho portato con me lo scorso luglio per una breve vacanza nella Grecia continentale.

Il mio rapporto con la Grecia è in un certo senso ancestrale, come ricorda il mio nome, quello di un gigante, re di Libia, il quale, consapevole della propria invincibilità derivante dal contatto con la Terra, sua madre (Gea), sfidava alla lotta chiunque e poi adornava con i crani delle sue vittime il tempio di Poseidone, suo padre. Eracle, di ritorno dal giardino delle Esperidi, sfidò Anteo alla lotta, abbattendolo due volte; ma il gigante si risollevò, poiché la madre gli restituiva le forze ogni volta che toccava la terra. Eracle, resosene conto, lo sollevò e lo soffocò. Come se non bastasse il Sommo Poeta lo colloca all’Inferno, nel pozzo dei giganti, che avevano solo osato dar battaglia agli dei dell’Olimpo. Anteo non partecipò alla battaglia e per questo è l’unico dei giganti non incatenato, condizione che gli consente di aiutare Dante e Virgilio a raggiungere il nono cerchio, quello dei traditori, sul quale sorvolo per non sconfinare dal mito al recentissimo calciomercato…

Uno dei paradossi della mia vita è che i miei genitori, nonostante tale “imprinting battesimale” e la sterminata disponibilità in casa di “tentazioni” (la biblioteca paterna), hanno cercato di distogliermi dalla passione per la mitologia e la storia greca, anche attraverso la scelta del liceo scientifico e non di quello classico (la non conoscenza del greco antico è uno dei miei limiti più gravi).

Ma il mio essere “filoelleno” (definizione che mi è stata data da Thomas, la guida ateniese del nostro tour, uomo di cultura eccezionale e che parla un italiano da accademico della Crusca) ho cercato in ogni modo di gridarlo al mondo, a cominciare da questa mia rubrica sul Vaglio.it, che non a caso si chiama “La botte di Diogene”.

Nel corso delle tappe del recente viaggio, il mito e la storia hanno preso corpo: attraversare come Agamennone la Porta dei Leoni a Micene, passeggiare nell’Agorà di Atene come Socrate, calpestare alle Termopili lo stesso terreno dove Leonida e i suoi Trecento affrontarono la morte, mi ha regalato emozioni impareggiabili. Si parva licet, arrivo a dire che solo in alcuni luoghi della Terra Santa ho provato sensazioni più forti! Per molti dei siti si può affermare, senza tema di smentita, “qui è nato…”; penso al teatro di Dioniso ai piedi dell’Acropoli o al poggio dell’Ecclesìa, culla della democrazia.

Siamo ora nei giorni della festa dello sport di Rio de Janeiro, quelli della XXXI Olimpiade moderna, aggettivo che ci ricorda come ci furono Giochi Olimpici antichi, che si tenevano appunto a Olimpia, ogni 4 anni. La prima delle 292 edizioni si tenne nel 776 a.C. (Roma fu fondata oltre vent’anni dopo…), l’ultima nel 393 d.C., quando l’imperatore Teodosio, che nel 380 d.C. con l’editto di Tessalonica aveva proclamato il Cristianesimo come religione di Stato dell’Impero Romano, ordinò la fine dei Giochi Olimpici, considerati come una manifestazione pagana.

Il sito di Olimpia è magnifico e lascia addirittura senza fiato al pensiero di come dovesse essere all’apice del suo splendore, quando le città greche e i potenti del mondo antico facevano a gara per lasciare un proprio tesoro al santuario di Zeus Olimpio. Il luogo traboccava di templi ed edifici magnifici, incluso un albergo “a cinque stelle” per i “vip” dell’antichità, senza contare la cosiddetta “officina di Fidia”, nella quale lo “scultore per antonomasia” realizzò la statua di Zeus Olimpio, una delle 7 meraviglie dell’antichità. Strepitoso il museo del sito del quale mi limito a segnalare la spettacolare decorazione dei due frontoni del tempio di Zeus e l’Hermes di Prassitele!

La suggestione di Olimpia è intatta e si fa brivido entrando nella palestra o nel sito dinanzi al tempio di Era, dove anche le odierne vestali accendono la fiaccola che andrà ad ardere nel braciere degli stadi olimpici dei Giochi moderni. Ho letto, su richiesta di Thomas, con sincera emozione, l’invocazione ad Apollo che apre la “liturgia” dell’accensione della fiaccola. Nei quasi dodici secoli della loro storia, i Giochi di Olimpia erano, per la Grecia e il mondo antico, talmente importanti che si sospendevano le guerre nei giorni delle gare; erano prese come riferimento cronologico (gli anni erano contati in gruppi di 4 dando loro il nome del vincitore della corsa) e la lunghezza dello “Stadion” di Olimpia era l’unità di misura per lo spazio!

Quando ho messo piede nello Stadion ho immediatamente realizzato che ero entrato in una macchina del tempo. Mi sono accovacciato ai blocchi di partenza insieme a Orazio (amico siciliano conosciuto in viaggio), per dar luogo a una sorta di “olimpiade della Magna Grecia”, ho chiuso gli occhi e sono partito di corsa.

Il risveglio è stato inglorioso. Due cani ci hanno inseguito aggredendoci, interrompendo l’impresa a metà dello stadio, tra l’ilarità dei turisti (scena immortalata dagli scatti impietosi di mia moglie e di Jenny, l’altra siciliana compagna di viaggio). Evidentemente Zeus Olimpio ha voluto punire il nostro sacrilegio. E meno male che per una volta, non ha utilizzato i fulmini…