Dall’epigrafe di Simonide al “selfie” di Serena: il mito delle Termopili si aggiorna

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Tra il 19 e il 21 agosto del 480 a.C., l’esercito persiano del Gran Re Serse I e quello della lega delle poleis greche, comandato dal re di Sparta Leonida I, si affrontarono presso il passo delle Termopili, nella Grecia centrale, in una delle battaglie più famose della storia. Molti elementi hanno contribuito a rendere quasi mitico l’episodio della seconda guerra persiana, a cominciare dalla prima fonte, Erodoto, il “Padre della Storia”, che lo descrisse nel VII Libro delle sue “Storie”. Dieci anni dopo la sconfitta subita dal Gran Re Dario I a Maratona (12 settembre del 490 a.C.), per mano degli ateniesi (e dei platesi), i persiani invasero nuovamente la Grecia. La sproporzione delle forze in campo era notevole, anche se le dimensioni dell’esercito persiano calcolate da Erodoto (oltre due milioni e mezzo di soldati e altrettanti di supporto) sono considerate esagerate dagli storici moderni, che stimano in circa 300 mila gli effettivi persiani e 10 mila quelli greci.

Al momento della prenotazione del tour della Grecia classica, non avevo notato che era prevista una visita al sito delle Termopili. Quando la nostra guida ateniese, Thomas, ci ha letto il programma, alla vista della mia reazione entusiastica (eufemismo), si è sentito in dovere di prepararmi a una possibile delusione, anticipandomi che il luogo era molto diverso da quello di 25 secoli prima.

All’epoca, infatti, il passo delle Termopili, punto di passaggio obbligato per chi arrivava da nord, era una strettoia costiera, tra il monte Eta e il mare del golfo Maliaco, larga poche decine di metri che avrebbe consentito ai Greci di limitare gli effetti della schiacciante superiorità numerica persiana, tale che le frecce dei loro arcieri avrebbero oscurato il sole. “Meglio, così combatteremo all’ombra”, fu la risposta dei Greci a un ambasciatore di Serse che cercò di indurli alla resa. Per due interi giorni gli opliti greci fecero strage dei fanti persiani, grazie al fatto che la strettoia del passo aveva trasformato la battaglia in una serie infinita di combattimenti corpo a corpo. Neppure l’intervento dei cosiddetti “Immortali”, i 10 mila uomini della guardia scelta di Serse, cambiò le sorti dello scontro. Serse era sgomento e meditava di ritirarsi, anche perché le cose non andavano meglio alla sua flotta tenuta in scacco da quella greca, comandata da Temistocle, presso capo Artemisio, estremità settentrionale dell’isola di Eubea che è di fronte alle Termopili.

Ma come spesso è accaduto nella storia, il tradimento ebbe la meglio sul valore (gli esempi sarebbero infiniti, lungo un piano inclinato che potrebbe scendere fino ai nostri giorni, si parva licet per non dire si prata licet...). Un pastore greco, in cambio di una notevole ricompensa, informò Serse dell'esistenza di un sentiero di montagna che aggirava le Termopili e che avrebbe consentito di prendere i Greci alle spalle. Il suo nome, Efialte, rappresenta per il mondo greco classico l’equivalente di Giuda per il mondo cristiano. Quando Leonida si rese conto che non vi era più alcuna possibilità di difesa, congedò i contingenti delle altre città greche, immolandosi con 300 spartiati (oltre a 700 opliti tespiesi) per proteggerne la ritirata, in ossequio alle leggi di Sparta che prevedevano che un guerriero tornasse a casa “con lo scudo o sullo scudo”.

Come mi era stato preannunciato, del passo delle Termopili non vi è più traccia, poiché il mare in due millenni e mezzo è arretrato di molti chilometri e un’autostrada divide in due il sito (la si attraversa a piedi!). Sulla collina ai piedi del monte, in cima al tumulo degli Spartani, nel punto dove avvenne l’estrema resistenza spartana, vi è stata la lapide che reca inciso l’epigramma di Simonide di Ceo: “O viandante, vai a dire a Sparta che qui siamo caduti obbedendo alle sue leggi”. Mi è venuto un autentico groppo alla gola quando Thomas mi ha chiesto di “recitarlo” (in italiano).

Ho pubblicato sulla mia pagina Facebook il video della “performance”, come pure dell’altra che ho messo in atto dal lato dell’autostrada verso il mare, dove, sull’area della battaglia, è il monumento innalzato in onore di Leonida e dei suoi 300 guerrieri, per ognuno dei quali è stato piantato un cipresso (recentemente è stato innalzato anche un monumento ai 700 tespiesi). La statua in bronzo di Leonida è collocata in cima a una colonna sulla quale è incisa la risposta che il re spartano diede all’ambasciatore persiano che gli intimava di cedere le armi: “molòn labè” (“venite a prenderle”).

Ho acquistato una maglietta con tale frase, talmente “kitsch” (con tanto di opliti spartani), da ottenere la “liberatoria” da mia moglie a condizione che la indossassi alle Termopili e mai più…

Nonostante siano passati 2496 anni esatti dalla battaglia, la fama delle Termopili è intatta ed è entrata nell’immaginario collettivo occidentale (del sottoscritto in primis…) come esempio ineguagliato di eroismo e sacrificio estremi compiuti in nome della patria e dei propri ideali. Le modalità dell’omaggio si rinnovano, ma l’epopea di Leonida e dei Trecento sfida i millenni: Serena, giovanissima compagna di tour, ha ritenuto doveroso “farsi un selfie” (anzi un “selfone”, per usare le sue parole precise) con la statua del re spartano!

Del resto, l’eternità del mito era già stata profetizzata da Simonide nella lirica di “Per i morti alle Termopili” che, nella versione di Salvatore Quasimodo, ho osato “recitare” ai piedi del monumento:
“Di 
quell i
che 
caddero 
alle
Termopili
famosa 
è 
la 
ventura,
 bella
 la 
sorte
e 
la 
tomba
 un’ara. 
Ad
 essi 
memoria
e
 non 
lamenti;
 ed 
elogio 
il 
compianto.
Non 
il 
muschio, 
né 
il 
tempo 
che 
devasta
ogni 
cosa 
potrà
 su 
questa 
morte.
Con
 gli 
eroi, 
sotto 
la 
stessa 
pietra,
abita
 ora 
la 
gloria 
della 
Grecia”.