Da Delfi ad Amatrice in cerca dell’ombelico del mondo

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Si può parlare di miti raccontando un viaggio nei giorni del grande terremoto del Centro Italia, specie se il sisma ha coinvolto, per miracolo senza conseguenze fisiche, amici carissimi originari di Amatrice? Gli antichi divinizzarono le forze della natura che li atterrivano. L’umanità ha poi svelato molte delle sue leggi, anche se ci sono eventi, come i terremoti, vissuti con lo stesso senso di terrore impotente dell’alba dei tempi. Si chiede alla scienza di trovare strumenti per prevederli, ma non vi sono risposte al quesito “dove e quando esattamente un sisma si verificherà”. E l’uomo moderno, a differenza di quelli dell’antichità, non dispone più neppure di oracoli.

Quando da ragazzo leggevo che Temistocle (prima della vittoriosa battaglia di Salamina contro la flotta persiana nel 480 a.C.) e Alessandro (prima di partire per la spedizione contro l’Impero Persiano nel 354 a.C.) erano “saliti” a Delfi per ricevere dalla Pizia il vaticinio dell’Oracolo di Apollo, immaginavo che il verbo “salire” fosse utilizzato in senso metaforico, per indicare l’ascesa spirituale alla divinità.

La mia interpretazione aveva un fondamento, poiché Delfi era forse il luogo più sacro dell’antichità, sede dell’Oracolo di Apollo dal XV secolo a.C. al 392 d.C., quando l’imperatore Teodosio soppresse i culti pagani, dopo aver proclamato il Cristianesimo religione dell’Impero Romano con l’editto di Tessalonica del 380 d.C. Cessarono contestualmente anche i Giochi Pitici (o Delfici) che si tenevano con cadenza quadriennale nel teatro (gare di poesia) e nello stadio (gare sportive), tuttora visitabili nel sito archeologico di Delfi.

In realtà il verbo “salire” può essere adoperato anche in senso stretto, poiché Delfi è situata a quasi 600 metri sul livello del mare, nella Focide, sulle pendici del Monte Parnaso (oggi è una stazione sciistica). Risalendo i rocciosi tornanti rossicci (colore dovuto alla bauxite) del Parnaso, non si fa fatica a immaginare come mai gli antichi vi collocassero la residenza di Apollo e delle nove Muse, le divinità delle Arti e della Bellezza.

Due infinite macchie di colore regalano uno spettacolo quale raramente mi è capitato di contemplare: il verde delle sterminate piantagioni di ulivi della valle di Amfissa e sullo sfondo l’azzurro del mare dell’incantevole golfo di Corinto.

A Delfi, il mio amico ateniese Thomas (guida del nostro tour) ci ha fatto innanzitutto visitare, con l’attenzione dovuta a un capolavoro assoluto dell’arte classica, la “Tholos” del santuario di Atena Prònaia e ci ha mostrato i resti del Ginnasio. Per raggiungere il santuario di Apollo, abbiamo poi percorso la Via Sacra, lungo cui sono i resti dei tesori votivi delle città greche (ricostruiti quelli di Atene e di Sifno), per raggiungere il tempio di Apollo Delfico, sede dell’Oracolo, interrogato per quasi due millenni da potenti e persone comuni. Sul frontone del tempio vi era il celeberrimo motto “conosci te stesso”, poi fatto proprio da Socrate.

I criteri di priorità e le modalità rituali per consultare l’Oracolo di Apollo erano ben precisi. I responsi erano dati dalla “Pizia”, nome che richiama il gigantesco pitone (figlio di Gea, nato dal fango del Diluvio Universale) che custodiva l’Oracolo prima che Apollo lo uccidesse impadronendosene. Il serpente giaceva sotto la pietra dell’Omphalos, “ombelico del mondo” secondo gli antichi, nel punto in cui si erano incontrate le due aquile inviate da Zeus, in due direzioni opposte intorno alla terra. Per il turista è “obbligatoria” una foto accanto a una copia dell’Omphalos, il cui originale in marmo è conservato nel magnifico museo del sito, del quale mi limito a segnalare alcune statue come la Sfinge dei Nassi, l’Auriga, il Pugile, quella romana di Antinoo (amante dell’imperatore Adriano), oltre a quel che resta di secoli di offerte votive.

Ricevuto il quesito, la Pizia, si purificava nelle acque della fonte Castalia (esiste ancora) e si sedeva su un tripode collocato su una voragine dalla quale salivano esalazioni (pare fossero idrocarburi) che la facevano cadere in uno stato di estasi nel corso del quale pronunciava frasi poco comprensibili. Toccava poi ai sacerdoti di Apollo “tradurre” queste frasi e trasmettere al questuante il responso del dio, in una forma che rendeva possibile interpretarlo in un senso o nel suo opposto. Infatti l’Oracolo non sbagliava mai…

Gli uomini sbagliano dalla notte dei tempi, ma hanno progredito facendone esperienza; l’alternativa è consegnarsi al Fato. Secondo molti esperti, in Italia sarebbe bastato investire in prevenzione quel che negli ultimi decenni si è speso per rimediare ai danni dei tanti disastri annunciati, per impedire la distruzione totale dei nostri borghi, forse il solo elemento “identitario” della “civiltà italiana”. Ricostruiamoli al più presto: quando Zeus invierà di nuovo le aquile in cerca dell’ombelico del mondo, si poseranno sulla torre dell’orologio di Amatrice.