La solitudine dei numeri nove ovvero della realizzabilità di ciò che appare impossibile

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

La mattina dell’11 settembre 2001 la mia allora “quasi moglie” mi raccomandò di tornare presto nel pomeriggio, perché dovevamo ritirare le bomboniere per l’imminente matrimonio. Accadde però che mi assorbisse la discussione con un amico su un libro che stavamo scrivendo. Pertanto, quando squillò il cellulare, risposi rassegnato a una sicura lavata di testa. E invece l’inimmaginabile: “Non sai che è successo”, mi ripeteva in lacrime mia moglie, facendomi temere una tragedia familiare. Poi in un crescendo di inverosimile: “E' scoppiata la guerra, hanno attaccato l’America”. Tentai di immaginare lo scenario, ma riuscivo a figurarmi solo quelli raccontati da Orson Welles nel celeberrimo programma radiofonico 'La Guerra dei mondi' del 30 ottobre 1938 che scatenò il panico negli Stati Uniti, con la radiocronaca di un’immaginaria invasione dei marziani. Feci fatica a impormi che il suo racconto fosse plausibile, ma l’unica ipotesi alternativa era l’improvvisa follia. Del resto, se qualcuno al mattino mi avesse prefigurato gli eventi di quel giorno gli avrei riso in faccia!


Intorno alle 23 dello scorso 14 maggio mi avviavo con mia moglie verso la fermata della stazione Campi Flegrei. Avevamo assistito a Napoli-Frosinone, partita “storica” per il ritorno degli azzurri in Champions League, ma anche per il record di 36 reti in campionato raggiunto dal numero 9 del Napoli, il quale, con una tripletta completata da un gol di rara bellezza, superò il milanista Nordhal dopo 66 anni. Il pubblicò si unì alla gioia del suo campione, vivendola come propria, e sul volto di molti di noi fu difficile distinguere le lacrime dalla pioggia incessante di quella serata. Alfonso, il mio amico di infanzia, che era con noi, sottolineò come il sottoscritto continuasse a gridare il nome del numero 9 anche nell’attimo in cui tornava il silenzio dopo ogni rete segnata: “Vuoi avere l’ultima parola anche su uno stadio”. E quel nome lo stadio continuò a invocarlo a fine partita, tributando al giocatore un trionfo da generale della Roma antica.

La scena del numero 9 azzurro che si recava sotto la curva a cantare “difendo la città” era una consuetudine al San Paolo, tanto da farne un simbolo di Napoli, non solo della sua squadra di calcio. Dopo Diego Armando Maradona un nuovo argentino tornava sul trono di quella che fu una grande capitale, prima che l’arrivo dei “liberatori” piemontesi la relegasse al ruolo di capoluogo di provincia. Il numero 9, proprio per il suo continuo e ostentato atteggiamento da “capo-tifoso” napoletano (non richiesto dal suo contratto), aveva oscurato la popolarità del suo predecessore, Edinson Cavani, che pure aveva realizzato prodezze ancora maggiori (104 gol in soli 3 anni con la maglia del Napoli).


Anche l’ultimo dei tifosi azzurri (figuriamoci il “capo-tifoso”, “re” della città) vive un’avversione che non ammette sfumature per una ben nota squadra, per un’infinità di motivi, forse risalenti, in maniera ancestrale, proprio alla citata “liberazione”. Quella sera dello scorso maggio, mentre nella stazione dei Campi Flegrei attendevamo che il treno partisse, continuava ad arrivarci la voce del popolo azzurro che, rimasto nello stadio, invocava il suo idolo. Ebbene, se in quel momento qualcuno mi avesse detto che quel numero 9 avrebbe segnato il suo gol successivo indossando proprio la maglia più detestata dai tifosi napoletani, avrei reagito allo stesso modo che per l’annuncio dell’11 settembre: ridendo in faccia all’interlocutore.

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La scelta estiva del numero 9, già inaudita per il “re di Napoli”, è avvenuta poi con modalità che lui stesso deve aver ritenuto poco nobili, tanto da non trovare il coraggio di avvertire né l'allenatore Maurizio Sarri, che lo aveva rigenerato calcisticamente e verso il quale ostentava affetto quasi filiale, né i compagni di squadra, ai quali ha continuato a negare, garantendo il suo arrivo in ritiro, quando invece aveva già svolto segretamente le visite mediche per la nuova compagine!

Un tale “sacrilegio” imponeva una riparazione. La sera del 14 maggio promisi a mia moglie che se il Napoli si fosse qualificato per la Champions l’avrei portata alla prima partita al San Paolo. Promessa mantenuta. L’organizzazione è stata meticolosa, anche perché prima della partita, fuori dallo stadio sarebbe avvenuta la “riunificazione” tra i componenti delle due chat alle quali sono iscritto: una costituita prevalentemente da sanniti, l’altra da napoletani “esuli” a Roma come il sottoscritto. Qualche foto ricordo, poi l’ingresso dello stadio, non prima di una breve chiacchierata e un “selfie” con Carlo Alvino, il telecronista tifoso ostracizzato da Sky (il sottoscritto “per rappresaglia” vede le partite su quella emittente senza commento, in modalità “altro”).

Visto anche il grande blasone dell’avversario, il Benfica di Lisbona (“poi Milan e Benfica, Milano che fatica”, cantava Lucio Dalla), ho acquistato due biglietti in tribuna numerata, sacrificio economico vanificato dall’aver dimenticato gli occhiali...

La partita ci ha regalato 4 gol del Napoli, proprio come nella citata sera di maggio, prima dei due gol lusitani che hanno reso interminabili gli ultimi minuti per il sottoscritto. “Per te le partite del Napoli sono tutte una via crucis”, dice il mio amico Pasquale. Ha ragione, ma se tifassi per vincere facile imiterei il numero 9 ma, da queste parti, quelle agevoli scelte sono comprensibili solo nella prima infanzia…