Sui Darwin Awards e sul ruolo, l'importanza, l'incidenza e la trasmissibilità dell'idiozia

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

L'ex studentessa di Stanford Wendy Northcutt, coinvolta in ricerche sull'argomento “suicidi accidentali per menti poco evolute” sin dal 1993, ha dato vita a un “consequenziale”, nonché piuttosto curioso, sistema di premiazioni: i Darwin Awards (consultabili sull'omonimo sito). L'assegnazione dei premi, partoriti senz'altro da un concetto singolare di “amore per l'umanità”, è legata a un requisito essenziale: chi lo riceve deve aver contribuito al miglioramento del pool genico umano “rimuovendosi da esso in modo spettacolarmente stupido” o rendendosi sterile secondo modalità analoghe.

Oltre a una stupefacente incapacità di giudizio da coniugare a un'autoselezione (è necessario che il premiato sia la causa del proprio improbabile congedo dall'esistenza), sono richiesti ulteriori parametri: essere in grado di intendere e di volere; veridicità dell'accaduto. Una morte bizzarra, ma semplicemente sfortunata, non soddisfa le condizioni.

Ecco alcuni esempi di vincitori: un giocoliere croato decisosi a utilizzare per un proprio numero delle bombe a mano anziché delle banalissime palline salva-vita (2001); alcuni individui smaniosi di accarezzare degli squali famelici intenti a circuire il cadavere di una balena (2001); due persone ustionatesi per assecondare una voglia estemporanea di piromania da sfogare su un videogioco all'interno di un bar (2002); eccetera. A voler tirare le somme, in un primo momento si può notare come il biennio 2001-2002 sia stato parzialmente risparmiato dall'intelligenza. Ma, se l'obiettivo è spendere qualche parola in più sul senso dell'intera operazione “Darwin Awards”, ci si dovrebbe concentrare su altro.

Per cominciare, occorre fare chiarezza sull'idea di selezione della specie propugnata da Darwin, spesso fraintesa e strumentalizzata: a sopravvivere non è il più forte, bensì il più adatto (caratteristica soggetta a continue variazioni, nonché al caso – nessun finalismo nell'operare della natura). Precisazione volta a sottolineare come un certo grado di interferenza pianificata da applicare al corso naturale delle cose – l'idea di “aiutare” le “inevitabili” dinamiche selettive – rientra in una logica finalistica estranea al modello darwiniano. Oltretutto, se si prendesse per buono un abituale malinteso legato alla vulgata della teoria, bisognerebbe paradossalmente accettare, data la persistenza, l'importanza evolutiva dell'idiozia. Questo per dire che l'intitolare a Darwin un simile meccanismo premiale potrebbe rivelarsi fuorviante.

In più, il convincimento di un'umanità meglio rispondente alla propria definizione ideale se avulsa dall'idiozia presuppone una teoria istituzionale dell'umanità: come se esistesse un'idea generale di uomo preesistente alla sua assortita natura, la quale comprende senz'altro la presenza dell'idiozia. Anche se, a beneficio dei sostenitori del sito, ci sarebbe da specificare che, almeno sotto il profilo tassonomico, la nostra specie viene definita Homo sapiens sapiens, per cui...

A questo punto, essendo difficoltoso dimostrare la trasmissibilità dell'idiozia per via genetica senza scomodare parole come genotipo, fenotipo, trascrittoma, epigenetica e altre eventuali categorie, diamo momentaneamente credito, senza entrare nel merito, all'ipotesi innatista. In base alla quale l'idiozia è innata, si trasmette geneticamente e non si esprime solo in virtù di circostanze favorevoli. Ma siamo proprio sicuri che non esista il portatore sano di idiozia? Oppure, che l'idiozia sia una condizione permanente e non part-time?

In fondo, eccetto i cultori della materia, sussistono un'infinità di strimpellatori dell'idiozia o promettenti idioti dal destino incerto. Iperbole: per fare piazza pulita con cinismo e metodo, ritenendo uno spreco di cellule chiunque si accosti a una condotta idiota, non si smetterebbe mai di lavorare e ci si troverebbe al cospetto di insospettabili commistioni. D'altra parte, sono davvero in pochi gli immuni a 360 gradi: basti pensare al fatto che il core business di molte aziende si fonda sull'idiozia del consumatore medio; per non parlare dei contenuti demenziali svolazzanti per il web, da sempre i più cliccati.

Non è che, forse, l'idiozia pubblicamente esposta, magari su supporto audio-video, serva a far sentire gli annessi frequentatori criptoidioti in odore di superiorità (secondo il sempiterno schema frequentato da trasmissioni cultural come Paperissima finalizzate a far smascellare gli intelligenti)? Se così fosse, sarebbe indispensabile mantenerla in vita, specialmente in versione “pubblico ludibrio”, affinché l'umanità riesca a custodire una solida autostima. Non può essere trattata come un subplot di Lady Brienne qualunque.

Inoltre, se si prende alla lettera la missione del repulisti, la si potrebbe estendere arbitrariamente anche ad altre categorie umane. Perché, ad esempio, non istituire i Chomsky Awards per tutte le esistenze sgrammaticate deambulanti sui social network? Non dico di stabilire la pena di morte per qualche anacoluto di troppo o per un uso sadico (percepito come tale dallo sventurato lettore) dei segni d'interpunzione, ma come si fa a non sentirsi sporchi nello scrivere “interpretRare”?

Scherzi a parte (si fa per dire...), un eventuale argomento a tutela dell'esistenza del poco ambito Darwin Award potrebbe fondarsi su una differenziazione meticolosa tra i vari livelli di idiozia. Mi si dirà, un conto è sciorinare numerosi esempi di redimibili idioti borderline, altra faccenda è l'esaminare, come nel caso dei premiati, delle vere e proprie idioteche ambulanti virtualmente dannose (il giocoliere che esegue il numero con le bombe a mano sembra a metà strada tra l'io narrante in Coda di lupo e Steve Buscemi in Armageddon; ma che ci faceva un giocoliere con delle bombe a mano?): per queste ultime – affermerebbe la fondatrice stanfordiana – è da ipocriti il sostenere di dispiacersi nel momento in cui vengono citofonate da Dio, nonché l'indignarsi rispetto all'ottenimento di un riconoscimento postumo (che serva da monito ai viventi) in virtù del loro strampalato testamento spirituale.

Tuttavia, una morte clamorosamente idiota, sebbene costituisca un indice attendibile, non è la prova definitiva di un'idiozia conclamata. D'altronde, non ci si può immaginare, forse un po' a fatica, un astrofisico quarantacinquenne in preda a un'estemporanea e imprevedibile scelta insensata in grado di costargli la vita (ho optato per un esponente delle “scienze dure” perché, a differenza del portavoce delle “scienze molli”, in tempi color giallo-parrucca-di-Trump, gode di unanime considerazione)? In sintesi: cinque secondi di idiozia contro una vita di studi complessi. Secondo i miei calcoli dovrebbe essere ricordato prevalentemente in qualità di studioso. Eppure, i criteri per l'assegnazione dei premi stipulati dai Darwin Awards non contemplano approfondimenti biografici.

D'accordo, siamo nell'ultraimprobabile e, riconosciamolo, l'interfacciarsi con l'idiozia, alle volte, può essere davvero spiacevole.

Se penso al flash mob capitatomi davanti qualche settimana addietro avente per protagonista un carnaio sobbalzante in costume e per sottofondo l'imperdibile hit “Andiamo a comandare”, non posso non ammettere di aver sperato fino all'ultimo nella giusta apparizione di un'onda anomala (non assassina ma molto fastidiosa).