Il Nobel per la letteratura conferito a Bob Dylan fa riflettere, l'avessero dato a Baricco ci saremmo indignati...

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Il Nobel per la letteratura a Bob Dylan non fa indignare, fa riflettere. L'avessero dato a Baricco, ci saremmo indignati: un po' come se Myrta Merlino – co-conduttrice dell'Aria che tira insieme ad Alessandra Mussolini – venisse premiata con il Pulitzer, o con la medaglia d'oro alle ingiustamente non ideate olimpiadi dell'onomastica. Ma, stando le cose in altro modo, possiamo rilassarci e affidarci al più promettente universo delle perplessità. Oddio, rilassarci ma non troppo.

In principio, o nei pressi del principio, è stato proprio il menzionato Baricco ad agitare accuse di incongruenza tra lo storico premio e il destinatario di quest'anno: “Che cosa c'entra con la letteratura?”. Il braccio letterario del PD, con fare cattedratico-leopoldino, ha poi aggiunto: “E' come se dessero un Grammy Awards a Javier Marias perché c'è una bella musicalità nella sua narrativa”.

Il controcanto, invece, ce lo ha fornito Scanzi con il suo personalissimo “i believe in Zimmerman”. Laureatosi nel 2000 sui cantautori, e sentendosi per questo un eretico (la mia antologia, in prima media, già riportava testi di De André – correva l'anno scolastico 97-98, circa 15 edizioni del Grande Fratello fa), ha definito “inattaccabile” l'importante onorificenza conferita all'autore di Blowin' in the wind, ritenendo “chi critica questo Nobel” un “fuori tempo […] che non capisce un cazzo di musica, di arte, di letteratura”.

Gli spunti e gli isterismi non mancano, proviamo a mettere ordine. In primis, è indiscutibilmente curioso il vedere collocati in un medesimo elenco Bob Dylan, Camus, Bergson, Beckett, Montale, eccetera: e non solo un fautore del puritanesimo tassonomico, persino un futurista, avvezzo a urinare nei musei sui capolavori incustoditi, potrebbe interrompere per un attimo i propri sacrileghi rituali una volta informato. E le ragioni sono molteplici.

Considerare il cantautorato non come letteratura pura, ma in qualità di fenomeno artistico borderline, ad esempio, è una tipica obiezione impugnata dai detrattori. Obiezione superabile citando altri casi di Nobel assegnati ad autori principalmente teatrali: la scrittura di una canzone è concepita come inscindibile dalla musica, vero, ma anche la scrittura di un testo teatrale non è separabile dalla messa in scena.

Un altro possibile rilievo da guastafeste, forse più ostico da contestare, potrebbe consistere nel far notare come l'alta letteratura o lo statuto di classico non siano categorie applicabili con leggerezza al cantautorato. Siamo sicuri che Bob Dylan, o magari Nick Cave o Leonard Cohen (che personalmente reputo di un livello più elevato), abbiano composto testi in grado di reggere il confronto con l'alta letteratura su scala mondiale? È credibile il pensare che non esistano scrittori viventi superiori al vincitore di quest'anno?

In effetti, soprattutto in materia letteraria, non esiste un riconoscimento che possa idealmente fungere da Cassazione internazionale. Quindi, è sempre ipotizzabile che anche i vincitori antecedenti non fossero, in maniera insindacabile, i migliori su piazza al momento della premiazione; le esclusioni illustri, d'altronde, abbondano. Il problema, però, si presenta, come nel caso-Dylan, quando si ha la fondata “sensazione” che ce ne siano troppi, in potenza, più meritevoli, tra cui quelli, (per attenerci alla medesima area geografica) come Philip Roth, inseriti da anni nella lista dei candidati a giusto titolo. Ammettiamolo senza malizia, è quasi innegabile che la vittoria di Dylan fosse al di sopra di ogni sospetto (i bookmaker davano maggiori chance allo scudetto di Ranieri), chiediamoci il perché.

A questo punto, intendiamo incanalare la riflessione entro tre possibili proposte interpretative: autocritica (sull'opportunità, data la non reversibilità della società di massa, di ridefinire certe gerarchie culturali), critica (sulle prevedibili dietrologie da cui neanche l'assegnazione del Nobel può dirsi più dispensata), semantica (sugli slittamenti di significato di una tale onorificenza).

In base alla prima prospettiva, ecco una domanda fondamentale da cui poter partire: la differenza tra cultura alta e cultura di massa è un mero giochino teoretico-consolatorio? Sarebbe in grado di sopravvivere a un'analisi disincantata?

Ci sono estetologi pragmatisti, vedi Shusterman, che risponderebbero negativamente a quest'ultimo quesito, valutando l'accanimento nel far persistere la suddetta distinzione come una forma nostalgico-illusoria di elitismo: il concepire che una cultura (ancora) con la c maiuscola possa incarnare, al giorno d'oggi, uno Spirito non corrotto dalla cultura di massa in cui un'aristocrazia intellettuale possa riconoscersi e tracciare confini appare, per tale scuola di pensiero, un'idea sbiadita.

Dunque, che i dotti lacrimanti e lacrimogeni si rassegnino, piacere a pochi non significa essere migliori né piacere a molti implica necessariamente l'essere peggiori (ogni fenomeno artistico è comprensibile a più livelli): altrimenti bisognerebbe ammettere l'indubbia superiorità artistica di un gruppuscolo di nicchia progressive-metal australiano propenso a improbabili incursioni punk-rap (inventato adesso) rispetto ai Beatles.

Decongestionare il conservatorismo culturale dai suoi stereotipi canonizzanti rimane un'operazione urgente (malgrado T. S. Eliot – Nobel a sua volta – avrebbe molto in contrario). E noi, talmente elitisti da snobbare l'elitismo, non ci tiriamo indietro, cercando di maturare, da apocalittici moderati, un approccio volto a un'integrazione critica di tutti quei prodotti culturali giudicabili come abnormi dalla tradizione: nessun adornismo di ritorno. “Il mestiere dello storico – afferma P. Veyne – consiste nel dare alla società in cui vive il senso della relatività dei suoi valori”, per cui, pur non essendo storici di professione, tentiamo ugualmente, per un momento, di equiparare, seguendo le istruzioni dell'insigne studioso, le grandi firme della narrativa e della saggistica campeggianti in pianta stabile sui manuali con i nuovi convertiti all'olimpo dei classici, senza pregiudizi: prendiamo atto di una evoluzione dei valori estetici, tra i più relativi. Il risultato è una visione a dir poco stravagante: J. P. Sartre in preda ad alchimie acustiche con armonica in dotazione.

Battute a parte, rimane inimmaginabile, a nostro avviso, un'esistenza scevra dalla compagnia del cantautorato. Eppure, qualcosa continua a non convincere e la grandezza di Dylan continua ad apparire troppo relativa. Non sarà dimostrabile secondo criteri sempre verificabili la distinzione tra cultura alta e cultura di massa, e in molte circostanze non è neanche detto che sussista. Tuttavia, quando pensiamo a Memorie dal sottosuolo e lo paragoniamo ad Hurricane, siamo indotti a sussurrare “eppur si distinguono”. In conclusione, non siamo stati all'altezza “rivoluzionaria”, almeno non fino in fondo, della prima proposta interpretativa.

Passiamo alla seconda: la svolta pop del Nobel. Trattandosi di accademici, quindi di individui sovente annodati al passatismo, ci troviamo dinanzi a una concezione della coolness, per forza di cose, anacronistica: l'attuale produzione artistica di Bob Dylan, infatti, la si potrebbe definire superflua rispetto ai suoi lavori migliori, ben più rappresentativi e cronologicamente lontani; in relazione a ciò, l'assegnazione del Nobel a un autore non più simbolo della contemporaneità (un vero e proprio salto nella cronaca per lui che è ormai storia vivente), e che non ha neanche mai fantasticato sull'essere tra i competitor, può somigliare molto a un goffo tentativo di svecchiamento, di rilancio mediatico, di un cerimoniale che ha smarrito l'antico appeal. Una logica analoga a quella a cui andrebbe incontro Kafka nel confrontarsi con un editore moderno renziano: “Suggerirei di modificare il nome del protagonista. Passa da Gregorio Samsa a Gregorio Samsung, in modo tale da attirare sponsorizzazioni nel Nord-Est Asiatico”.

Ma è impossibile, si obietterà, che in sedi parrucconiche si dia così tanto peso a un controverso fiuto per gli affari rispetto a parametri di premiazione meritocratici: non ce li vediamo gli accademici a discutere del rilancio del brand Nobel ascoltando Bob Dylan durante una riunione e a esclamare “eureka!” all'unisono. Ma non sarà che la cultura ufficiale vuole disintossicarsi dalla cultura ufficiale rendendo ufficiale la cultura meno ufficiale a causa di improbabili e ufficiose ragioni economico-giovanilistiche? Un flashforward istantaneo ultra-distopico: Fabio Volo a Stoccolma.

Capitolo tre: l'odissea semantica del nome. Ci si soffermi sulla dichiarazione di intenti: il premio viene assegnato in diversi campi dello scibile a tutti coloro che hanno apportato “considerevoli benefici all'umanità”. Bene. E come si spiega il Nobel per la pace a Kissinger, a Obama o all'Unione Europea (!)? È stato conferito horroris causa? Oppure bisogna ipotizzare una certa sudditanza scandinava, quasi caricaturale, nei riguardi delle grandi federazioni o confederazioni di stati? Giochetti politici, temiamo. Insomma, la cultura ufficiale, quando è così ufficiale, forse, andrebbe presa meno sul serio. Proprio come ha fatto Dylan, ancora in silenzio sul premio ricevuto.