I migranti a Ponte e il sonno della ragione: a differenza di pochi urlatori, c'è chi sceglie la parte giusta da cui stare. Con equilibrio e senso morale

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Sophìa era una ragazza di 16 anni che viveva in un piccolo paese dal nome semplice, semplice: Ponte. Sua madre, fin da piccola, le aveva spiegato che, anche se insignificante per la geografia, sulle cui carte non era neppure riportato, il nome della loro città aveva un valore altissimo e, più che un toponimo, era una metafora, un’idea, un concetto”.

Inizia così un racconto che, in un mio recente libro, ho voluto dedicare a una comunità, la Città di Sophìa, dal nome bellissimo, Ponte: un nome che evoca apertura, accoglienza, comunicazione, solidarietà. Non ho intenzione di scriverlo tutto, rilassatevi!, ma l’incipit dà un’idea di cosa pensi quando pronuncio il nome Ponte.

In Italia, molti paesi iniziano con questo nome: Ponte di Legno, Ponte di Piave, Ponte San Pietro, Ponte in Valtellina, ma non c’è nessuno che sia solo Ponte. Non è una diminutio, ma un arricchimento: il nome, infatti, è perfetto nella sua astrazione, privo quasi di storicità, sublimato nella genericità che lo pone in una dimensione atemporale, priva di riferimenti concreti e perciò più universalmente concepibile. In questo paese, nel mio paese, Ponte, è in atto un dibattito che, pur nella consapevolezza della complessità del momento storico di cambiamenti epocali e di questioni non facili da affrontare, è risultato, per qualche forma di esasperazione, incomprensibile a chi, come me e tanti miei concittadini, è da sempre abituato a confrontarsi con l’alterità, in tutte le sue declinazioni.

Il dibattito è stato occasionato da una notizia secondo la quale a Ponte dovrebbe arrivare una quota di migranti, ma non ci sono informazioni certe su “quando” e “se” arriveranno. Tanto è bastato per destabilizzare parte della comunità che, preoccupata da ciò che potrebbe accadere (ma cosa dovrebbe accadere?), si è lasciata vincere da paure e pregiudizi e ha reagito, come spesso induce a fare la non conoscenza dei fatti, in modo confuso, sulla scia di emozioni non controllate. Alcuni commercianti e residenti di Via Giuseppe Ocone si sono anche rivolti a un avvocato che ha scritto, per loro conto, una lettera al Prefetto, al Sindaco, ai Carabinieri, poi inviata a diversi giornali. Mentre Il Vaglio.it l’ha integralmente pubblicata (si legga qui, Ndr), però, altre testate hanno omesso di indicare la via dei sottoscrittori, ingenerando l’equivoco che tutti i commercianti e i residenti di Ponte fossero rappresentati da quello scritto, cosa assolutamente inesatta.

L’equivoco va chiarito perché ad esempio io, che sono cittadina e residente pontese, non ho dato a nessuno mandato di parlare a mio nome, un nome che mai avrei voluto legato ad una lettera nella quale si pongono arbitrarie e ingiustificate correlazioni tra rifugiati e “sicuro” danno all’economia e si prospettano aumento della criminalità, atti delittuosi e “nocumento alla società”, come se gli accolti non fossero esseri umani in cerca di una speranza, ma votati, deterministicamente, alla delinquenza in virtù della loro condizione di migranti.

Ad alcuni dei miei concittadini, a coloro cioè che stanno vivendo un momento di palese confusione, non so se e da chi alimentata, vorrei soltanto ricordare la natura accogliente della nostra comunità che è stata sempre aperta a chiunque ci facesse l’onore di scegliere il nostro come il proprio paese, tanto che è difficile, per chi volesse fare una ricerca, risalire alle famiglie originarie pontesi. Molti di coloro che oggi inveiscono contro gli stranieri, sono stati essi stessi stranieri. Non c’è bisogno di sottolineare che per tanti di noi, invece, nessuno è mai stato straniero, dal momento che l’ideale cosmopolitico costituisce l’humus culturale, filosofico e morale per sentirci tutti figli della stessa Terra, l’unica patria veramente comune che riconosciamo. Vorrei ricordare che la nascita è un caso e non un merito o un demerito: è solo fortuna, perciò, se non siamo noi a dover abbandonare le nostre case, i nostri affetti, il nostro paese e a dover scegliere tra una morte certa e una vita incerta. Ma potremmo trovarci in queste condizioni. Basterebbe un terremoto, una guerra, un evento naturale incontrollabile perché la vita di chiunque potrebbe improvvisamente cambiare. I fatti alluvionali dell’anno scorso dovrebbero risuonare come un monito alla nostra fragilità di condizione e come una speranza, richiamando la solidarietà di tante persone che si sono strette intorno a chi viveva la precarietà di un alloggio e la perdita delle sue cose più care.

Vorrei ricordare che sarebbe bello che non ci fosse un problema migranti da affrontare, soprattutto per i migranti stessi, ma che esiste, è un fenomeno inarrestabile, che dobbiamo imparare a gestire con ragionevolezza e senza rinunciare alla nostra umanità. Vorrei ricordare che, come scrisse Goya nella sua incisione nel 1797, “el sueño de la razón produce monstruos” e che l’unica difesa di fronte ai fantasmi di cui possiamo essere vittime è l’uso di una ragione che non si oppone, ma si completa con il sentimento, inteso come condivisione delle sofferenze altrui. Vorrei ricordare che siamo parte di un’Unione e di uno Stato che è fatto di tante regioni, di tanti comuni e che non possiamo evitare di fare la nostra parte né possiamo dire: “Che lo facciano gli altri” perché gli altri siamo anche noi.

Vorrei ricordare che, quando un’associazione pontese ha raccolto beni e aiuti per le popolazioni di Amatrice e li ha portati in quei luoghi di disperazione, siamo stati tutti orgogliosi di aver potuto dare un piccolo contributo di solidarietà. Ed era giusto, perché non c’è niente che faccia più bene che fare del bene.

Vorrei ricordare che papa Francesco, quando parla di “globalizzazione dell’indifferenza che ci ha tolto la capacità di piangere”; quando denuncia che ”La cultura del benessere rende insensibili alle grida degli altri, fa vivere in bolle di sapone: una situazione che porta all’anestesia dei cuori”; quando ammonisce che “Non è cristiano chi difende Gesù e vuole cacciare i rifugiati” e che “ L’ipocrisia è il peccato più grave di tutti”, quando dice tutto questo non lo sta dicendo a esseri che vivono fuori dal mondo, ma lo sta dicendo a noi, proprio a noi, a tutti noi, credenti e non credenti; lo sta dicendo, soprattutto, a coloro che vanno a messa tutte le domeniche, che partecipano alle processioni e vivono i sacramenti del cristianesimo.

Vorrei ricordare che ciò che dovremmo lasciare ai nostri figli non è un’eredità di chiusura egoistica ma virtù civili, un’etica dell’inclusione e un nome di cui non debbano scontare il peso: pochissimi, fino a qualche giorno fa, conoscevano Goro ma ora tutti sanno a cosa è legato il nome di questo piccolissimo paese, nel quale, sicuramente, molti erano contrari alle barricate, ma che a quelle barricate verranno comunque associati. Vorrei ricordare che a Ponte non facciamo così, e che, a differenza di pochi urlatori, c’è una gran parte che pensa e agisce in silenzio, con equilibrio e senso morale, scegliendo ogni giorno, con i pensieri e con gli atti, la parte giusta da cui stare.