La sinistra, il suo deficit ideologico e il suo non saper dialogare con il futuro che l'hanno resa gregaria del pensiero dominante

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Le recenti dichiarazioni di Alessia Morani, vicecaporguppo PD alla Camera, rappresentano un'imperdibile occasione per riflettere su ciò che resta della sinistra italiana. La settimana scorsa, infatti, ospite del talk show Quinta Colonna, la deputata piddina, sollecitata a fornire delle proposte sul tema “pensioni basse”, si è lasciata andare a suggerimenti “concreti” (evviva?) capaci di scatenare pelle d'oca e isterismi: “Esiste uno strumento che conosciamo poco, che è fatto apposta per gli anziani proprietari di casa che percepiscono pensioni basse, che si chiama prestito vitalizio ipotecario”.

Approfondiamo: l'utilizzo di tale strumento finanziario “di nicchia”, rivelatoci dai preziosissimi studios di Rete 4, implica, per un pensionato, la possibilità di ottenere liquidità senza dover rimborsare l'istituto di credito a cui si rivolge in virtù di un'ipoteca di primo grado sull'immobile di residenza. Straordinario, no? L'unico intoppino consiste nel fatto che, una volta deceduto il destinatario del finanziamento, il debito da estinguere è a carico degli eredi. I quali, se non hanno modo di coprire la somma (soggetta a interessi), sono costretti a vendere l'immobile. Considerazione preliminare severamente vietata ai deboli di stomaco: i rottamatori e i rottamati appaiono piuttosto equidistanti sull'argomento “sodomizziamo le generazioni future”. L'unica differenza è che, nella fattispecie, non ci si è neanche premurati di usare la vasellina.

Risulta davvero facile, a questo punto, immaginare la Morani mentre, invitata a discutere la sua eccellente proposta in altre trasmissioni, si defila, equipaggiata di cadenza vomerese, con scuse del tipo “ho l'agenda piena, in settimana proprio non posso. Dovrei disdire un combattimento di cani giovedì e un sacrificio rituale di gatti venerdì”; insomma, una linea di pensiero riconducibile alla storica frase “non hanno pane, che mangino brioches”. Siamo passati dagli atti mancati della sinistra agli atti da mancamento.

Ora, se è vero che scegliamo raramente i nostri maestri, è altrettanto palese come gli sventurati maestri, di frequente, si ritrovino al cospetto di improbabili allievi che non sarebbero stati scelti nemmeno sotto tortura (altrimenti come spiegare la confusione che alcuni fanno tra le dottrine di Nietzsche e il bullismo o tra le stesse e Veltroni). In sintesi: cosa c'entrano questi signori con la loro pesante eredità politica? Sono degli intrusi?

Basandoci sul Jobs Act, che ha smantellato i diritti dei lavoratori, o sulle soluzioni che prevedono le banche come vicarie del welfare, possiamo certificare ufficialmente (per l'ennesima volta) la frattura tra tradizione e sinistra di governo. La quale, forse, più che essere una pessima allieva, si dimostra una fiera autodidatta: il suo deficit ideologico, il suo non sapersi riformulare e dialogare con il futuro, l'hanno resa gregaria del pensiero dominante (soprattutto in Italia, paese in cui il partito comunista si è espresso meglio, numericamente parlando, che nel resto d'Europa); il timone pedagogico dell'economicismo ha rubato il posto all'idea di democrazia progressiva.

Tuttavia, nel momento in cui ci viene rivelato dalla Morani l'abominevole retropensiero del PD – a bassa digeribilità per molte famiglie politiche –, partito che si confessa persino più scadente della fragile apparenza che lo sostiene, bisogna prenderne atto, tracciare un bilancio, tesaurizzare e smetterla di accontentarsi, in alternativa, del solito scongelamento episodico-sagraiolo dei Bottari: ovviamente mi rivolgo a coloro che, per amor di fedeltà e di nostalgia, hanno mantenuto immutato, sebbene con protagonisti agli antipodi, quell'atteggiamento di fondo secondo cui il vero tesserato è disposto a credere che il nero sia bianco se il partito lo richiede. Appello forse inutile, perché, a dirla tutta, l'attuale bacino elettorale dei dem, in prevalenza, non si edifica su un voto strutturato. Tant'è che si fatica a tracciare un profilo, anche stilizzato, del militante medio o dell'elettore medio.

Per cui, non potendo ancora stabilire, storiograficamente, se i rappresentanti del parolaiato in voga durante la seconda repubblica fossero meglio o peggio dei successori-rottamatori (senza dimenticare che i primi hanno annusato una politica di maggior spessore mentre i secondi hanno annusato solo gli annusanti), dovremmo concentrarci su questioni più urgenti, nonché più appassionanti, e appiedare le crisi d'identità del PD, dal quale chi si dichiara di sinistra, tutto sommato, non può che esserne distante anni luce. Non siete d'accordo? Liberi di credere che Alessia Morani, teorica degli ammortizzatori sociali bancari, o Pina Picierno, la più amata dal precariato italico, incarnino lo spirito di Rosa Luxemburg.

Per carità, andiamo oltre: il capitalismo (un tempo nemico numero uno), nonostante aspiri a diventare trascendentale e si proponga in qualità di sistema economico metastorico, ha, come tutte le cose umane, una data di scadenza; non fa parte, ammesso che esista, dell'archiscrittura della storia. Giungerà alla propria deadline, nonostante – Marx docet – si sforzi di rinnovare continuamente, per garantirsi la sopravvivenza, i modi di produzione, disperdendo la conflittualità sociale tramite un isolamento degli attori del disagio e generando forme di cattiva ribellione. E questo accadrà non perché gli individui diventeranno, come per magia, solidali da un momento all'altro, ma perché l'egoismo di massa, con l'aumentare delle diseguaglianze materiali e con il consumarsi delle velleità, non troverà più nutrimento e sarà obbligato a un cambio, più o meno organizzato, di strategia. In una rivoluzione antropologica crediamo poco, perché il capitalismo (già definito “tardo” da molti illustri saggisti), come detto, si consumerà, ma non si azzererà di punto in bianco senza disseminare le proprie spore. Quello che temiamo è una rivoluzione demagogica.

Spetterebbe, quindi, a un nuovo movimento di sinistra, di necessità transnazionale, lo stabilire di svolgere il compito di guida, nonché di interprete, di un tale inevitabile processo per impedire possibili derive autoritarie. L'opzione B sancisce il crogiolarsi nell'attendismo. L'opzione C consiste, invece, nell'accettare l'irreversibilità del primato, dogmaticamente sancita, di un mercato incontrollato pronto a piegare stati, popoli, individui, mettendo in campo la propria collaborazione attiva (leggasi PD).

Tirando le somme, un risvolto plausibile è che la funzione storica della sinistra (o della sua eredità da riplasmare) sia tutt'altro che esaurita, soprattutto adesso che il grande capitale finanziario sta muovendo, quasi indisturbato, un'offensiva dirimente alla vita democratica su scala mondiale.

Una nuova fase costituente, che riesca a coniugare le istanze più libertarie con una difesa limpida dei ceti deboli, l'ambientalismo e il movimentismo non è solo un qualcosa di auspicabile, ma è un qualcosa che può contare su uno spazio politico potenzialmente significativo e in continua espansione.