Trump nuovo presidente degli USA: il verdetto democratico si accetta, non lo si giustifica a tutti i costi

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Mentre scrivo l'incredulità collettiva ancora non riesce a deporre le armi. Un mattina triste. Io, col mio amico Culo di gomma, famoso meccanico, sul ciglio di un divano a contemplare l'America: Donald Trump, magnate maschilista e xenofobo, l'uomo più amato dai cacciatori di tornado e dai vietnamiti fabbricatori di capelli artificiali di dubbio gusto, è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Si fa strada quella sensazione di adolescenza arrestata, impotenza e self monitoring opzionale, tipica delle rimonte elettorali berlusconiane. L'immagine che ci (a me e a Culo di gomma) balena in mente, grazie a quel mix galoppante di creatività e masochismo che da sempre osa contraddistinguerci, esibisce una platea mesmerizzata, un muro arancione, in delirio al cospetto del neopresidente americano. Il quale, estasiato dalla capacità di presa del suo rude carisma, esprime la propria approvazione lanciandosi in un prodigioso headbanging sulle note di un brano a caso tratto da quel sottogenere del rock celebre per la sua puzza di pannocchia fumè. Quasi dimenticavo, nella visione da me condivisa con l'altrettanto attonito C.d.m., la folla festosa brandisce degli scalpi neopresidenziali al posto delle canoniche bandierine a stelle e strisce. Ma torniamo alle elezioni.

Il clima geopolitico da guerra fredda 2.0, con azioni cyber-ostili portate avanti dai russi (così imparano quelli che lodano acriticamente internet, senza il quale si sarebbero risparmiati l'ISIS e quest'articolo), ha partorito un esito tutt'altro che maccartiano (dal senatore yankee McCarthy, individuo passato alla storia a causa della sua ossessione per la lotta al comunismo, da non confondere con quello del “Paul is dead”, il cui cognome presenta una diversa organizzazione vocalico-consonantica). Infatti, a prevalere nelle urne è stato proprio il candidato più propenso a una linea distensiva nei confronti dell'ex Unione Sovietica. A riprova di ciò, il plauso sornione di Putin e di tutta la Duma.

Ha vinto il cambiamento, insomma. O meglio, ha vinto il DRC (disturbo retorico compulsivo) del cambiamento. Quella strategia comunicativa che veicola il messaggio secondo cui ogni innovazione è un valore di per sé mentre il passato è un disvalore assoluto. Quella stessa strategia comunicativa che ha massacrato gli scroti delle menti meno semplici e che ha fatto eleggere promettitori di muri nel giorno della commemorazione dell'abbattimento di uno storico muro.
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Hanno perso, invece, assieme alla Clinton, i sondaggisti e qui tocca aprire una parentesi: o la sondaggistica, sotto il profilo previsionale, risulta essere una scienza persino meno affidabile dell'autorevole cartomanzia, oppure non ci sono più i sondaggisti di un tempo e ogni volta, dopo esserci addormentati in virtù di exit poll relativamente carezzevoli, scopriamo l'acqua calda con le prime luci del mattino. Ecco qualche altra spiegazione attingibile dal vasto repertorio della superstizione: i sondaggisti portano sfiga; c'è un tacito complotto tra chi dichiara le proprie intenzioni di voto finalizzato a un gustoso perculamento di chi compie le indagini; gli autori dei sondaggi sono degli scommettitori incalliti che vogliono depistare per aumentare le vincite.

Eppure, una spiegazione, forse maggiormente plausibile, potrebbe far leva su una idea di mobilitazione civica legata alla diffusione dei rilevamenti: è possibile che un certo dato, una volta divulgato con fare martellante, abbia la capacità di risvegliare l'elettorato dormiente favorevole allo sfavorito? È possibile che funga da chiamata alle armi in grado di ribaltare il pronostico? Problema aperto.
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A questo punto, è giusto precisare che a tener compagnia a Hilary nella disfatta, oltre ai bistrattati sondaggisti, spicca anche una buona fetta di poteri forti (diamogli un nome: Goldman Sachs, JP Morgan, ecc.): alta finanza, lobbisti, bancarottieri o aspiranti tali che tanto si sono mobilitati per foraggiarla durante la campagna elettorale e dei quali sarebbe stata, senza ombra di dubbio, una leale servitrice; dunque, non ci siamo persi il prototipo della working class heroine. Questo per edulcorare l'umore della sconfitta. D'altra parte, l'appassionarsi, da sinistra, al destino della Clinton è un po' come credere nella sopravvivenza del romanticismo, nonché di un livello accettabile di colesterolo, dopo una cena a lume di candela da Burger King.

Passando ora all'analisi dei flussi e dei reflussi elettorali, occorre sottolineare alcune curiose dinamiche di difficile previsione (ed ecco che la periodica fallibilità dei sondaggisti si riscatta in parte): ad esempio, gli afroamericani, gli ispanici e le donne non hanno spostato segmenti di voti significativi a vantaggio dell'ex first lady, anzi. E, considerando l'egemonia dell'elemento razzista-machista insito nel credo trumpiano, la cosa costituisce decisamente una sorpresa. Sorpresa espressa con candore altresì da un autoctono in cui sono inciampato ieri pomeriggio nei pressi di un bar. Scena: un cliente, dopo aver consumato il proprio caffè, si dirige verso l'uscita; una volta fuori incrocia un mendicante di colore, al quale, con somma delicatezza, rivolge il seguente quesito: “Cumm'èèèèèèèè (una trascrizione fonetica precisa di quella “è” eterna intinta nella sguaiataggine, che tutti noi conosciamo, non è alla mia portata, chiedo venia), pur tu e vutat pe Trump?!”. Titolo: “Breve sommario di politologia stradaiola”.

Tuttavia, ancora più eclatante è stata la risposta elettorale delle donne. Infatti, non solo la Clinton non ha potuto contare su un voto di genere (come accennato, non è stata registrata nessuna variazione degna di nota da parte dell'elettorato femminile), e, considerando il forte potere simbolico-evocativo allegabile all'idea di una prima presidentessa degli Stati Uniti, un simile scenario era tutt'altro che scontato. Al contempo, lo stesso Trump, misogino dichiarato, non è stato penalizzato dal suo curriculum (nessuna flessione del voto femminile per la fazione repubblicana). Quindi, ricapitolando, le donne americane si sono dimostrate maschiliste, oppure Hilary, a causa della sue vicende biografiche, era talmente distante dal concetto di emancipazione femminile da giustificare, simultaneamente, tanto il rinvio di una conquista storica quanto una preferenza elettorale autodiscriminante? Come siamo passati dal “girl power” delle Redstockings (femministe radicali della scena newyorkese anni 60-70) al “parrucca power”? Un altro problema aperto. Ma almeno ho potuto utilizzare il vocabolo “parrucca”; si può dire che l'articolo, nella sua interezza, fosse solo un pretesto per poterlo inserire attribuendogli un equo protagonismo.
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Altro punto degno d'analisi: il discorso d'esordio da vincitore di (Mc)Donald('s) Trump, che tanto ha spiazzato alcuni osservatori per pacatezza e toni concilianti. Ma cosa avrebbe dovuto dire? “Adesso quei mangiafagioli del cazzo avranno finalmente ciò che si meritano!”? Ovviamente, no. Il nuovo ruolo istituzionale, anche dopo qualche secondo, si sa, comporta l'abbandono della sospensione propagandistica dell'etica in vigore pochi istanti prima; la telecrazia funziona così. Per riscuotere consensi da una posizione di svantaggio ci si tuffa in una comunicazione aggressiva. Da neovincitori, invece, scatta come d'incanto un modus operandi più approachable (parola insegnatami da un'amica poliglotta ed errante che non sospettava di rovinarmi per così poco. Incauta). Questo per dire che è difficile stabilire, in percentuale, quanto razzismo istintivo e quanto razzismo ragionato caratterizzino il nostro Donald, che – come dimostrato – con qualche piccola integrazione sillabica muta il proprio cognome nella sigla della più importante catena di junk food del mondo (sarà una coincidenza?). Meno difficile è il determinare la scommessa vinta nel puntare su un taglio comunicativo xenofobo; la testa è ormai la seconda pancia e non viceversa. I due mandati di Obama, in tal senso, avevano illuso.

Ora, per concludere, due considerazioni. In primis, l'appoggio dei poteri forti alla Clinton non posizionano in automatico il miliardario Trump dalla parte dei buoni e della lotta di classe; lo dico perché ho letto numerosi commenti in balia di una simile distorsione rivalutativa. Secondariamente, va bene un'analisi attenta del fenomeno che ne rispetti la complessità, ma alcune implicite derive giustificazioniste comprendenti l'attribuzione di un sapere impulsivo e preconizzatore alle maggioranza di turno proprio non si sopporta. Il verdetto democratico lo si accetta, non lo si giustifica a tutti i costi.