Sul perché sia da temere la maggioranza antidemocratica che ha eletto Trump presidente degli USA. Il voto libero e l'attitudine predatoria della demagogia

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Aderenti al Ku Klux Klan
Aderenti al Ku Klux Klan

Dal giorno dell'elezione di Trump a oggi, gli Stati Uniti si sono resi protagonisti di un'escalation di incidenti a sfondo razzista degna di approfondimento. “Ora che il nostro uomo Trump è stato eletto, bisogna organizzare squadre punitive di vigilantes e andare ad arrestare e torturare quei pervertiti leader universitari che parlano continuamente di questa spazzatura della diversità” (volantino apparso tra i curatissimi giardinetti della Texas State University); in Connecticut, una ragazzina di dodici anni ha sentito pronunciare da un suo compagno di classe le seguenti parole: “Ora che Trump è presidente sparerò a te e a tutti i neri che trovo”; e poi le svastiche a fiancheggiare gli slogan neopresidenziali come sottolineatura della nuova grandezza dell'America; eccetera, eccetera.

E qual è stata la reazione a questi episodi da parte di colui che aveva ottenuto l'endorsement dell'ex leader del KKK (così parlò lo special one dei cappucci bianchi: “La candidatura di Trump ci dà un'opportunità senza precedenti”)? Una battuta accomodante: “Sono addolorato. Voglio unire il paese”. Bart Simpson, al suo posto, avrebbe commentato con un “non sono stato io”.

Ma non poteva pensare alle conseguenze prima di soffiare sull'odio? Evidentemente no. Quell'odio ha giovato sin troppo in termini di riscossione elettorale.

D'altronde, il marketing politico, che ha rubato definitivamente la scena alle antiche visioni d'insieme, non implica, per chi se ne serve, una componente affettiva nei riguardi delle parole pronunciate, né un'assunzione di responsabilità. Sono parole vuote, calibrate sapientemente per essere quanto più prestazionali possibili in un dato momento e in un dato luogo (motivo per il quale mi interrogavo nel mio articolo precedente su quanto fosse ragionato o istintivo il razzismo trumpiano). Il problema, però, è che per i destinatari di quelle parole, e che destinatari (!), esse hanno una loro pienezza salvifica. L'american beauty fatta di cheerleaderismo gossipparo, quarterback avvezzi al bullismo vecchia maniera, bifolchi suprematisti candidati allo stragismo, cowboy politically incorrect in odore di commozione da petrodollaro, psicotiche religiose antiabortiste, promulgatori di Halloween come stile di vita, casalinghe nostalgiche di Reagan, pensionati armaioli, delusi del Tea Party, delusi dai delusi del Tea Party e via dicendo, ha premiato con un voto maggioritario la grazia postsessuale di quell'orrenda parrucca arancio perché in essa ha trovato riassunta la propria volontà di dominio frustrata dall'esperimento Obama. In mirabile sintesi fedeziana-arendtiana: un tuffo nel male nazional-popolare.

Tuttavia, l'eugenetica morale teorizzata dalla comunicazione trumpiana perlopiù con finalità elettorali (?), in grado di risvegliare quei geni dell'intolleranza mai domi nell'articolato contesto socio-culturale statunitense, potrebbe essere sfuggita di mano agli apprendisti stregoni promotori del parruccanesimo. Ma lasciamolo lavorare, giusto?

Ecco le prime mosse: Stephen K. Bannon, ex ufficiale di marina e dirigente di Goldman Sachs (la lotta all'establishment la si fa dall'interno?) è stato insignito del titolo di chief strategist. Per capire di chi stiamo parlando, basti pensare che il sunnominato è il presidente del “sito d'informazione” Breitbart News, punto di riferimento del movimento Alt-Right. Tale movimento è noto alle cronache per il suo rifiuto di un conservatorismo soft e per l'affermazione dell'identità bianca. Me ne rendo conto, troppa vaghezza. Meglio esemplificare con un'intestazione-emblema comparsa sul portale Breitbart News: “Preferiresti che tua figlia avesse un cancro o il femminismo?”.

Non contento, il vecchio Donald, negazionista del problema dell'inquinamento globale (e, in base ad alcune fonti, della gravitazione universale), per calmare le acque in seguito alla discussa nomina, ha spacchettato il suo estroso concetto di tolleranza nel corso di alcune briose interviste in cui lo scanzonato intervistatore-liberal di turno, dopo aver posto con leggerezza la domanda sull'imminente edificazione del muro (“non facevi sul serio, vero?”), ha dovuto poi ingoiare con puntualità la vetriolica conferma. Insomma, a Trump piace toccarla piano. Ma lui vuole “unire”, va capito.

La cosa pazzesca è che, a causa dell'effetto sorpresa del fenomeno, il dibattito sull'argomento sta infliggendo un'inflazione della categoria “trumpiano”, ormai onnicomprensiva. In tanti, soprattutto in Italia, non riescono a desistere dal definirsi parruccaranciofili, pur di mungere un po' di carisma provvisorio da quella vacca grassa. In astinenza da Berlusconi, del quale il neopresidente USA condivide una concezione avanzata delle donne, i vari Salvini e Grillo provano ad aggiudicarsi, più o meno esplicitamente, qualche modesta ciocca. E il fabbisogno giornalistico peninsulare, su una notiziona dai riflessi geopolitici del tutto imprevedibili, tende ad assumere il goffo carattere di un mea culpa corporativo: le previsioni e i suggerimenti hanno steccato ancora una volta, meglio pararsi il culo.

Ma, forse, tutta questa agitazione analitica generale non tiene conto di un quesito imprescindibile, che qui riporto così come l'ho già formulato in altre sedi: il problema dell'elezione di Trump è rappresentato da un'intellighenzia pantofolaia fiaccata nella sua capacità di penetrazione degli sviluppi storici, oppure da quella marea di piccolo borghesi già virtualmente nazisti (leghisti, fascisti, omofobi, razzisti, misogini, ecc.) che lo ha votato?

La risposta che mi sono somministrato prevede una corresponsabilità asimmetrica. Cioè, quantunque la cultura abbia fallito nella sua missione formativo-emancipativa, non impedendo a fenomeni politici controversi (in misura differente) di prendere piede (direbbe Adorno: “tutta la cultura, compresa la critica urgente a essa, dopo Auschwitz, è spazzatura”), bisogna pur riconoscere, al contempo, una difficoltà oggettiva da parte della dimensione culturale a immettersi in un contesto socio-mediatico caratterizzato da una semplificazione totalitaria.

Il linguaggio della modernità, che segue logiche di banalizzazione maneggiabili ad ampio spettro, esclude, ad esempio, il costituirsi dell'intellettuale in qualità di figura guida, consegnando il destino dell'umanità nelle mani dei semplificatori, perfettamente allineati sul pensiero unico tecno-economicista. Per paradosso, chi porta avanti istanze critiche, chiavi di lettura complesse, viene addirittura guardato con sospetto. Infatti, per un certo pubblico, sempre più legittimato nella propria ignoranza in virtù di una capacità di feedback senza precedenti ottenuta grazie ai social media, la complessità risulta delittuosa di per sé. Gli assiomi di fondo recitano: “se non lo capisco è sbagliato”; “ciò che non puzza di immediatezza spicciola è distante da una narrazione attendibile della realtà”. Il problema, però, è che senza strumenti culturali consoni alla decifrazione delle dinamiche politiche, il voto “libero” può facilmente piegarsi dinanzi all'attitudine predatoria della demagogia. Risultato: la democrazia sopravvive come finzione giuridica, come sistema disfunzionale a garanzia dei privilegiati, e il messaggio del miliardario razzista-omofobo-misogino amico dei poveri, parallelamente, resiste senza trovare la dovuta opposizione. In tal senso, Donald Trump, propugnatore di uno schema interpretativo del reale rozzamente radicalizzato, è stato in grado di offrire una soluzione politica di largo accesso, un formidabile specchio in cui una massa consistente di individui, gravati dal disagio post-recessivo, è riuscita a riconoscersi senza sforzi.

Quindi, per rispondere al quesito fissato in precedenza, direi che, al di là dell'interventismo/incisività degli intellettuali, ciò di cui bisogna preoccuparsi precipuamente è la nutrita maggioranza a sostegno del parrucanesimo. Maggioranza dalla vocazione antidemocratica, poiché ben salda a quei parametri trumpiani finora descritti che negano il principio di uguaglianza a trecentosessanta gradi. Maggioranza composta da moltitudini di ignoranti, perché per votare Trump non devi essere necessariamente ignorante, ma se lo sei aiuta; e aiuta perché non conosco illuminato al mondo che darebbe la propria preferenza al becerume razzistoide di cui il tycoon si fa portavoce. In fine, maggioranza che è da temere perché l'America sin troppo spesso precorre gli scenari europei.