Un Paese socialmente indebolito si presenta politicamente diviso all'appuntamento col Referendum: e così la Costituzione è tradita nel suo spirito autentico

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

È difficile pensare al 5 dicembre senza fare un sospiro di sollievo!

Quel lunedì sapremo, finalmente, se le amicizie che si sono rotte, i rapporti incrinati, le alleanze contraddette e gli avversari riavvicinati potranno ritornare, anche se faticosamente, alla normalità. L’attuale scontro referendario può essere paragonato, ci si chiede, a quello che ci fu nel 1946 per la scelta della forma di governo? Sembrerebbe, ma non è, operazione ardita perché - udite, udite! - allora, secondo quanto ricorda il presidente emerito della Corte costituzionale, il contesto non era maggiormente conflittuale, come si potrebbe immaginare, ma addirittura più sereno. “Io, che sono anziano - ha detto, infatti, Zagrebelsky al XXI congresso di Magistratura democratica a Bologna - non ricordo un referendum in un clima come questo, nemmeno quello del 2 giugno aveva spaccato così il Paese. La posta in gioco era rilevante, ma la Dc aveva lasciato libertà di voto ai propri elettori e questo aveva contribuito ad abbassare il tono del conflitto”. È evidente a tutti, infatti, la frattura profonda che si è scavata, con posizioni apparentemente omogenee su fronti sicuramente eterogenei, la cui rappresentazione non è, però, quella che si vuole rimandare propagandisticamente. L’ANPI non è con Casapound, Bersani non è con Salvini, Grillo non è con D’Alema che non è con Brunetta così come Santoro non è con Verdini o Alfano con Benigni né Casini con Tosi. Troppo semplicistica sarebbe tale lettura.

La verità è che questo referendum è un referendum tecnico che, però, come avviene in questi casi, connotato in modo non tecnico, è diventato un’arma o uno strumento per rompere equilibri politici e sollevare questioni non costituzionali. E questo utilizzo l’ha legittimato innanzitutto chi avrebbe dovuto evitarlo. Nonostante oggi si affanni a dimostrare il contrario, è stato il presidente del consiglio a personalizzare lo scontro, legando i risultati referendari alla continuità del proprio governo. La convinzione di vincere facile, però, in un periodo in cui questa era la percezione diffusa, lo aveva spinto, arditamente, a dichiarazioni avventate, tanto da richiedere un veloce, ma non abbastanza, dietrofront quando ha capito che, se avesse dovuto mantenere la promessa di dimettersi in caso di vittoria del NO, avrebbe seriamente messo a rischio la propria posizione. Nel frattempo, infatti, il fronte del NO non solo era cresciuto, ma si era talmente rafforzato da risalire, imprevedibilmente, nei sondaggi e mettere in forse esiti referendari e posti di potere. Jim Messina ha corretto la rotta e il percorso ha preso una piega differente, mediaticamente organizzata, rigorosamente pianificata anche nelle scelte dei contesti e degli interlocutori dei confronti televisivi.

Intanto, come una mano invisibile di smithiana memoria, quella vittoria del NO, qualche mese fa impensabile, è diventata possibile. Certo, invece, è lo stato di conflittualità determinatosi: un clima da guerra civile, riproposto da talk show urlati e ragioni assolutizzate, nel quale gli estremismi prevalgono e si è tacciati di conservatorismo retrivo se non si accoglie il dinamismo riformista del Sì o di attentato alla Costituzione se non si decide di votare NO. La riforma della Costituzione richiede un’ampia, amplissima condivisione: non interessa soltanto le formazioni partitiche né l’attuale cittadinanza, ma impegna il futuro delle generazioni a venire e dunque dovrebbe essere sottratta, con senso di responsabilità, non solo alla volubilità delle maggioranze parlamentari e delle situazioni congiunturali, ma anche agli schieramenti ideologici. Se maggiore fosse stato il consenso, consenso che avrebbe richiesto una partecipazione più plurale e un’azione governativa meno muscolare, migliore sarebbe stato l’assetto della futura Costituzione. Più saggiamente e umilmente, perciò, il governo avrebbe dovuto muoversi, cercando appunto una base coesa e non creando fratture né imponendo toni alti o spocchiosi, come ha fatto, nella persona del suo primo ministro, anche nei vari confronti con uomini di cultura che non ha voluto semplicemente contrastare dialetticamente, ma addirittura delegittimare professionalmente.

Il registro utilizzato nei vari interventi non è differente da quello usato in passato da Berlusconi: quello del 4 dicembre, però, non può essere “un derby tra cinismo e speranza, tra conservazione e riformismo” né una questione che riguardi soprattutto “la compagnia dei rancorosi” e neppure una contrapposizione “tra due gruppi dirigenti diversi: quelli del sì hanno un progetto, idee, un orizzonte e quelli del No che se li chiudi in una stanza e gli dici ‘uscite con un’idea’ non escono più" Certamente i toni sono duri anche dal fronte opposto, ma Matteo Renzi non è un politico qualunque: è il Presidente del Consiglio e capo di quel Governo da cui è partita la riforma della Costituzione. È vero che ha iniziato la sua carriera politica all’insegna di un non molto elegante invito alla rottamazione, ma, nel corso del tempo, una volta premier, avrebbe dovuto rimodulare la comunicazione e adottare uno stile meno aggressivo. Senza dimenticare che, essendo il parlamento in carica, della cui maggioranza è espressione il suo governo, eletto con una legge dichiarata incostituzionale, forse avrebbe dovuto porsi qualche problema di legittimazione morale a modificare la carta costituzionale.

In ogni caso, la scelta dell’umore da dettare sarebbe potuta essere meno divisiva ed estremistica di quanto non si è invece realizzata di fatto: essa non solo non aiuta a capire le ragioni di fondo, ma ha posto una frattura pregiudiziale tra retrogradi e immobilisti, quelli del NO, e innovatori e progressisti, quelli del SI’, dividendo un paese già socialmente indebolito dalla crisi economica e legandone, terroristicamente, il futuro all’esito referendario. È di oggi la sua dichiarazione che non è disponibile, in caso di sconfitta, a nessun accordo per un governo tecnico o di scopo. E questa è la definitiva pietra posta su qualsiasi negazione di personalizzazione. A chi ancora credeva che si stesse votando, come dovrebbe essere, per la riforma costituzionale, Renzi ha risposto che il SI o il NO sono al suo governo: uno schiaffo per tutta quella sinistra che avrebbe voluto essere libera di votare per una riforma senza dover rompere definitivamente con la propria tradizione; un ricatto morale che rende prigionieri coloro che voteranno NO. E che rafforza il fronte di un’opposizione politica che, invece, appare quanto mai compatta e virulenta.

Renzi non sta soltanto spaccando il paese in due; sta affossando qualsiasi possibilità di pensiero critico, alternativo, all’interno della parte politica che voleva continuare a riconoscersi nella sinistra. È naturale che infastidisca, e molto, votare allo stesso modo di persone dalle quali ci si sente lontani anni luce, per visioni della vita e cultura politica e con le quali non si ha alcuna affinità o empatia e che doloroso resti lo strappo di non condividere il voto con coloro ai quali ci si sente vicini per afflato civile e battaglie ideali. La democrazia, quella matura, però, è soprattutto questo: l'autonomia di un'espressione libera e personale, nel rispetto del pensiero altro. E questo proprio in nome di quei principi fondamentali che la Costituzione cerca di tutelare e che tutti, nella forma, gridano di voler difendere. Si sarebbe indotti a sperare che, una volta passati questi giorni bui, di contrapposizioni innaturali e innaturali convergenze, le fratture interne si ricompongano e, nello stesso tempo, ritornino a delinearsi le necessarie differenziazioni politiche e culturali. Ciò che, al momento, sembra, però, definirsi è uno scenario inquietante che, o in improbabili elezioni post-referendum o nell’attesa di quelle del 2018, vedrà sul terreno più cadaveri di quanti ce ne sarebbero stati con una campagna referendaria rispettosa dello spirito autentico della Costituzione. Ma il profilo equilibrato è ormai “cosa vecchia”: la comunicazione d’effetto e i social richiedono un altro linguaggio, immediato, di facile presa, che solletichi la risposta veloce delle emozioni più che la fatica della riflessione e che opportunisticamente e specularmente è ormai quello scelto e rimandato da buona parte dell’attuale classe politica.