La vis comica di Salemme principale e applaudita protagonista di "Una festa esagerata"

- Cultura Spettacolo di Lorenzo Preziosa
Vincenzo Salemme
Vincenzo Salemme

Per il secondo appuntamento del cartellone Palcoscenico Duemila, è andata in scena al Teatro Massimo, lunedì 21 novembre, “Una festa esagerata”, la nuova commedia scritta, diretta ed interpretata da Vincenzo Salemme. Dinanzi ad una platea al solito gremita, con tanto di Sindaco e signora (ma mancava forse qualcosa per il sold-out), si è assistito a una recita giocata tutta sulla presenza scenica del mattatore di turno e su una buona compagnia.

Esile, invece, la trama. Gennaro Parascandolo, piccolo costruttore edile, deve organizzare la festa per il diciottesimo compleanno della figlia. Ne dà avviso ai condomini del piano inferiore, scusandosi in anticipo per il fastidio arrecato. I condomini in questione sono don Giovanni, un novantenne, e la figlia Lucia la quale non accoglie affatto di buon grado l’annuncio datole da Tonino, l’aiuto-portiere. Venuto il giorno della festa, in casa Parascandolo fervono i preparativi, con gli operai al lavoro per allestire il tutto sul terrazzo e un cameriere indiano (ma che è in realtà un puteolano smagato) di rinforzo. Gennaro è alle prese con le manie di grandezza della moglie: i 42 invitati di cui conosce l’esistenza sono in realtà 84 e tra essi è compreso l’assessore Cardellino il cui figlio è fidanzato con la figlia di Gennaro. Il fidanzato ha regalato alla giovane addirittura un’automobile e i due scendono in strada a provarla. Proprio mentre risalgono, sentono delle grida provenire dall’appartamento della signorina Lucia: l’anziano don Giovanni sta male. I due salgono al piano superiore e ne danno notizia ai genitori di lei, al parroco (nel frattempo sopraggiunto) e a Tonino. I quattro decidono di scendere al piano inferiore a controllare: con un morto nel palazzo, le convenzioni del buon vicinato renderebbero impossibile lo svolgimento della festa.

Scesi dabbasso, è proprio questa l’evenienza che si presenta. Don Giovanni è morto all’improvviso e anche se la figlia in lacrime gli dice di far svolgere lo stesso la festa, ai coniugi Parascandolo si presenta ugualmente il dilemma: rinunciare alla festa o contravvenire all’etica condominiale? La soluzione pare stare in questo escamotage: convincere la signorina Lucia a dare solo l’indomani l’annuncio della morte del padre. Naturalmente l’ingrato compito del convincimento viene affidato a Gennaro, chiamato a scendere nuovamente dalla signorina Lucia.

Quest’ultima, però, zitella attempata, riserva delle avance a Gennaro che, a suo dire, l’avrebbe baciata in ascensore. In realtà si trattava di un tentativo di rianimazione bocca a bocca. Ma Lucia non vuol sentire ragioni: acconsentirebbe alla richiesta di Gennaro solo in cambio di un amplesso. Al rifiuto di Gennaro la donna rivela la verità: ha lei stessa avvelenato il padre solo per rovinare la festa dei vicini e, detto questo, beve il medesimo veleno.

Rimasto solo, Gennaro recita un breve monologo sulla cattiveria e l’indifferenza che avrebbero minato i rapporti tra i vicini e, nel tempo stesso, si convince a fare svolgere la festa perché questo sarebbe l’unico modo di attestare la propria non conoscenza di quanto avvenuto in casa dei condomini.

Mentre sta per andar via, avviene il colpo di scena: la dose di veleno era sbagliata e sia Don Giovanni che la figlia si risvegliano, mentre Gennaro è colto da un infarto. Qui la scena si interrompe, per riprendere un mese dopo, quando in casa Parascandolo si svolge una cena per celebrare la pace fatta coi condomini: presente virtualmente è anche Gennaro costretto, però, su una sedia a rotelle e lasciato solo sul terrazzo a contemplare quella Napoli che, vista dall’alto, somiglierebbe a un presepe. A questo punto arriva la voce fuori scena del grande Eduardo a chiedere a Gennaro se “te piace o’ presepe?”. “Nun tanto!” è l’amara risposta.

Salemme tenta anche nelle note di regia di mettere al centro della commedia il tema del cinismo e dell’indifferenza che minerebbe i rapporti tra gli uomini, tanto nei micro-conflitti e nelle invidie tra vicini, quanto nei grandi scenari mondiali. Ma la verità è che lo spettacolo funziona come una rodata macchina comica, poggiandosi sulla sua verve e sui giochi verbali. Il pubblico ottiene quello che chiedeva: una risata forse anche un tantino grassa, velata appena da un filo di riflessione. E alla fine è applauso lungo e convinto (come avvenuto anche a tratti a scena aperta) con un Salemme particolarmente vitale anche nei ringraziamenti. Si replica anche martedì 22 novembre, mentre il cartellone prosegue il 2 dicembre con Giulio Scarpati in “Una giornata particolare”.