In The Young Pope Sorrentino non ha avuto il coraggio di portarsi alle estreme conseguenze

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Jude Law
Jude Law

È appena terminata la prima stagione di The Young Pope, l'attesa serie televisiva scritta e diretta da Paolo Sorrentino. Da parte mia, alla luce dei trent'anni appena compiuti e della prevedibile ricapitolazione esistenziale che ne consegue, non posso evitare di parlarne. Infatti, qualche giorno addietro, neanche a farlo apposta, frugando tra le reliquie biografiche, mi sono imbattuto in una pagella risalente alla seconda elementare su cui era impressa una valutazione del mio insospettabile temperamento da settenne misticheggiante che sin troppo bene si amalgama con l'argomento in questione. Ecco il giudizio ufficiale formulato dalla scuola laica sul mio conto (anno scolastico 1993/1994): primo quadrimestre – “Segue con interesse le letture e le conversazioni. Ha intuito il valore e la bellezza del Creato come Dono di Dio. È sensibile ai valori di carità e solidarietà”; secondo quadrimestre – “Conferma una buona sensibilità e una capacità di autonomia riflessiva sui problemi religiosi”.

Ora, questo episodio documentale rimosso, abbinato al gentile invito di un professore di Storia delle dottrine teologiche – durante la compilazione del verbale di un esame svolto il 21/12/2012, data amatissima dagli apocalittici di ultima generazione sensibili alle profezie Maya – a scrivere la tesi di specialistica sotto la sua supervisione, mi danno da riflettere sulla mia vocazione atea (e sulla mia successiva decisione di laurearmi in Estetica...). Domanda fondamentale: perché l'essere anziché il nulla? Risposta fondamentale: non lo sappiamo, ma le improvvisazioni metafisiche preferiamo lasciarle agli altri. Crisi mistica archiviata. Una crisina, tutto sommato. Di quelle che ti fanno riapprodare all'ostinato punto di partenza in base al quale l'insensatezza cosmica, da una certa prospettiva, può rivelarsi un'opportunità irripetibile: la sconvolgente improbabilità della vita, non giustificata per mezzo di demiurghi di qualsiasi sorta, potrebbe rappresentare, di per sé, un primo motivo, magari non sufficiente, per apprezzarla. Non si tratta di affermare l'assurdo per poi dissiparlo con espedienti consolatori cari a un certo esistenzialismo. Si tratta di conviverci una volta per tutte: abbiamo l'essere, teniamocelo. Una marcia evoluzionistica della mia inclinazione teoretica, forse. O, forse, eterna e inesorabile convalescenza stemperata dall'ironia.
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A questo punto, lasciando in sospeso il problema per non divagare – tanto, il pensiero insoddisfatto è pensiero vitale e virtuoso – passiamo al giovane papa televisivo: ci stiamo inoltrando in una spoiler zone, il lettore è avvisato.

L'esordio è dei più cazzuti: “Sono una contraddizione”. Un Jude Law in grande forma si ritrova a vestire i panni del personaggio inafferrabile e carismatico; taumaturgico, eppure prossimo alla miscredenza (anche la fede, si scoprirà più avanti, è passibile della banale crisi di mezza età che coinvolge le restanti vicende umane ). L'atteggiamento schivo, attiguo all'inquietante, in controtendenza con il rassicurante asse dream-pop Wojtyla-Bergoglio, produce nello spettatore la domanda “cos'è il Vaticano?”. D'altronde, il fuori luogo, o presunto tale a causa della recenti politiche ecclesiastiche ben espresse dal binomio W-B (non a caso il puzzo di tradizionalismo di Ratzinger è stato messo alla porta), come ebbi a dire diversi articoli fa, aiuta, per paradosso, a definire i confini del luogo in cui si incunea: l'incongruenza tra un proselitismo morbido, secolarizzato, più telegenico, quello a cui ormai siamo abituati, e un rigorismo accusatorio decisamente meno inclusivo, è la plastica raffigurazione tensiva delle due anime storiche della chiesa.

I primi episodi incuriosiscono. Cardinali raybanati, canguri, tabaccologia gnostica, accenni di fantapolitica, relegatio in Alaskam e spasmi reazionari, tratteggiano un'atmosfera da realismo magico, tipica cifra stilistica sorrentiniana, più che gradevole se ben dosata. La sigla trash è un colpo di genio e il culto della personalità fondato sull'invisibilità piuttosto che sull'onnipresenza, contrariamente a quanto prediligono le strategie propagandistiche più inflazionate, promette sviluppi imprevedibili; i timori sulle difficoltà di padroneggiamento di una materia così vasta e complessa si prendono una vacanza.

Poi, col trascorrere delle puntate, cominciano ad affiorare i limiti e la pretenziosità. L'enfasi conversazionalista sorrentiniana, la sua vena aforistica, si traduce in una ricerca continua di dialoghi sui massimi sistemi, spesso forzati, con derive teologiche da pub in tarda serata: già da Youth, prima operazione filmica del regista partenopeo dall'assetto più polifonico in cui anche miss universo sentenzia, direi che le cose, su questo punto (deformazione narrativa?), gli sono un attimo sfuggite di mano. Per farla breve, ok lo straniamento e le incursioni surreali, ma un repertorio di massime memorabili in grado di coprire dieci episodi metterebbe in ginocchio persino Oscar Wilde.

La dimensione quasi atemporale, non adeguatamente gestita, in cui si svolgono gli eventi, sulla lunga, porta a un collasso del tessuto narrativo. Il quale, privo di strutture coesive solide, induce la sensazione, in molti passaggi, che le scene si appoggino l'una all'altra senza soluzione di continuità. Il protagonista, da personaggio chiaroscurale, istrionico, temerario, quasi impenetrabile, diventa una banderuola frignante con qualche picco di decisionismo intransigente, allentando il proprio fascino in maniera inesorabile con l'avanzare del minutaggio. Gli altri personaggi, eccetto il segretario di stato (Silvio Orlando) e il monsignor Gutierrez (Javier Cámara), non vengono sviluppati a sufficienza. Su tutti suor Mary (Diane Keaton) e il cardinale Dussolier (Scott Shepherd): la prima, madre sostitutiva un po' troppo defilata; il secondo, migliore amico e vittima sacrificale di una imbarazzante sottotrama narcos.

Tanti, forse troppi, i compromessi con alcune consuetudini narrative, tipiche delle sceneggiature americane di largo consumo, nell'andare a trattare la vicenda, più che centrale nell'economia del racconto, dell'abbandono dei genitori (vista la biografia di Sorrentino, era lecito aspettarsi qualcosa di più autentico). I quali, ovviamente, non potevano scapparsene a Campobasso, dovevano per forza andarsene a Venezia affinché la poetica cartolinesca inaugurata con La grande bellezza non venisse rinnegata: anche se giustificare una fuga dagli Stati Uniti per andare in Molise, regione dalla dubbia esistenza, sarebbe stato complicato, bisogna ammetterlo.

Procedendo nell'analisi, ancora uno stereotipo (incredibilmente riscontrabile, a onor del vero): coloro che abbandonano il futuro Pio XIII all'orfanotrofio sono due fricchettoni. Preziosa lezione che, un giorno, ci farà rivalutare le bacchettata sulle mani, colonna portante di ogni pedagogia rudimentale: i figli dei figli dei fiori tendono ad assumere posizioni clerico-fasciste, si pensi anche al destino analogo di Ned Flanders. Ovviamente, le cose valgono anche a parti invertite: Nietzsche, figlio di un pastore protestante, si proclamerà deicida. La componente autoritaria, in qualche modo persiste. Chi la subisce, la combatte, chi non la subisce, la cerca. Ma nella dialettica genitori-figli pare destinata a ritagliarsi sempre un suo spazio di primissimo piano.

La regia è meno ardita rispetto alle ultime uscite cinematografiche, con qualche riferimento iconografico dall'approvazione facile e una fotografia talmente didascalica da risultare stucchevole: i continui tagli di luce a sottolineare la presenza dell'elemento soprannaturale, in particolar modo nelle scene girate in esterno, ricordano gli annoiati smarmellamenti di Duccio Patanè.
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In conclusione, Sorrentino non ha avuto il coraggio di portarsi alle estreme conseguenze, cedendo a un format ibrido, a metà strada tra un Sorrentino più asciutto e una rivisitazione parziale della grammatica della serie tv che non accede alla doverosa efficacia compensativa. Lo sforzo di dimostrarsi all'altezza dell'immagine che una certa critica apologetica gli ha costruito potrebbe averlo indotto a un momentaneo deragliamento: tante premesse interessanti, pochi gli sviluppi ben riusciti. La grande incompiutezza. Dalla bambina prodigio che fa action painting nel film che ha vinto l'oscar, al suicidio macchiettistico in Youth, fino alla binocolata di Piazza San Marco, tutto torna. I primi lavori, meno velleitari, sono privi di sbavature. Gli ultimi, deficitari in equilibrio, risultano a tratti un'autoparodia. Da qui il generatore automatico di scene sorrentiniane: interno giorno. Una punk rugosa vestita da karateka fa un solitario in una sala da biliardo. In sottofondo, Nothing's gonna hurt you baby dei Cigarettes after sex.