La quotidiana lotta per la sopravvivenza nel traffico di Roma

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

“Non uscire adesso, aspetta che smetta”, mi ha detto mia moglie, con un tono da Calpurnia la mattina delle Idi di Marzo, mentre il temporale si faceva sempre più intenso. “Non posso aspettare c’è lo sciopero dei trasporti pubblici e tra poco il traffico impazzirà”, le ho risposto. Erano più o meno le 7,30 e la strada era illuminata solo dai fulmini e dai fari delle auto in progressivo aumento. Indossato l’abbigliamento da pioggia, mi sono avviato al lavoro preparato al peggio, che ho incontrato quasi subito, al semaforo della confluenza dei “fiumi” Cassia antica e nuova.

Ero collocato tra i “veliti” in scooter che tipicamente precedono la legione delle automobili pronte alla quotidiana pugna nel traffico dell’Urbe. In direzione opposta, proveniva un autobus a tutta velocità sollevando una muraglia d’acqua. Non avevamo via di scampo e ci ha sommerso. I restanti 12 chilometri del viaggio sono stati una sofferenza, non solo perché percorsi come “in immersione”. Quando piove, al mattino presto o la sera, la visibilità diventa problematica per la luce dei fari che si rifrange sul parabrezza bagnato dello scooter, notoriamente privo di tergicristalli.

Non è la prima volta, e certamente non sarà l’ultima, che metto le difficoltà di spostamento a Roma al centro di un mio articolo, per la rilevanza quasi esistenziale che esse assumono. In 32 anni sono cambiate le mie modalità di movimento e la quantità di tempo, più o meno grande, sottratto alla mia vita dal traffico romano. Programmare le mie giornate è quasi impossibile. Partecipare a un evento, prendere un caffè con un amico, andare a nuotare, “è un fatto di traffico, non di voglia”, potrei dire parafrasando il Guccini di “Eskimo”.

Mi approssimo al mezzo secolo, un’età dove l’ultima tappa può dipendere dai milligrammi di colesterolo, ma anche da un ragazzino in minicar… specie se si vive a Roma nord, area della città individuabile a prima vista atterrando con un paracadute per la concentrazione di queste “auto di bambini ricchi”, come sono solito definirle. Ve ne sono alcune color “mimetico”, vetri oscurati, marmitta bucata per produrre rumore che il giovane “intellettuale” (mentre “messaggia”) rinforza ascoltandone un altro, sincopato, a volume sufficiente a far vibrare i vetri delle due file circostanti, e a “shakerare” il contenuto semiliquido della sua scatola cranica …

Percorrere in scooter il ponte di corso Francia accanto a una minicar rappresenta un’esperienza analoga a sfidare i cecchini che infestavano la strada dall’aeroporto alla città di Sarajevo durante la guerra civile jugoslava. Raggiunto illeso il semaforo, devo esercitare un quotidiano sforzo di autocontrollo per evitare di estrarre il pilota dalla vettura, ovviamente al solo scopo di suggerirgli come spendere i 500 euro renziani, una volta raggiunta la maggiore età, meritatissimi per l’approccio alla vita improntato alla velocità e alla semplificazione, magari “asfaltando” chi, riottoso al cambiamento, pone intralci …

La situazione delle strade e del traffico a Roma, a mio parere, è la rappresentazione plastica dell’inarrestabile declino della capitale. L’abc della sopravvivenza è memorizzare la posizione dei “crateri lunari” del manto stradale (preciso, onde evitare che qualcuno dell’amministrazione mi prenda alla lettera, che trattasi di immagine metaforica).

Sul Lungotevere è difficile farsi largo anche per i motorini, visto che la sede stradale del versante “cisteverino” (certamente in pomeriggio) è stabilmente occupata da automobili in doppia fila (credo davanti a una scuola), cui succede una doppia fila di bus turistici fin quasi all’Ara Pacis, dove si propone una nuova fila di automobili in sosta vietata. Per percorrere i 3100 metri che separano il mio posto di lavoro dall’Ara Pacis impiego in media circa dieci minuti, ma si può superare la mezz’ora se una manifestazione (esperienza recentissima) non provochi la deviazione di molte linee di autobus sul Lungotevere! E quando non c’è una manifestazione, c’è uno sciopero dei trasporti pubblici, in pratica un venerdì sì e uno no.

Una delle domande che più spesso mi fanno è se l’avvento della sindaca Raggi abbia prodotto qualche miglioramento. Nessuno, anche perché sinceramente, quasi non se ne percepisce la presenza (e lo dico con rammarico). Ma forse è inutile aspettarsi che qualche miglioramento possa piovere dall’alto in una città (in tale accezione a pieno titolo capitale) dove c’è il disinteresse totale per la cosa pubblica. “FCCCP” (famo come c… ce pare) ha ormai sostituito il vetusto “SPQR”.

Guai a opporsi. L’altra sera, rincasando, ho assistito a una discussione che ha sfiorato la rissa perché un vicino ha osato rimproverare un paio di energumeni che stavano scaricando di tutto da un furgoncino, per di più fuori dal cassonetto.

Unica vera novità di questo triste autunno, la scomparsa degli storni che negli anni scorsi flagellavano soprattutto il Lungotevere con le loro deiezioni, rendendo pericolosissimo percorre le strade in termini di incolumità personale, delle vetture e dell’abbigliamento. A cosa attribuire la loro sparizione? Perché “schivano” la città? E con questa citazione del duo Totò / Nino Taranto (“I due colonnelli” per chi desideri approfondire) mi preparo a una nuova settimana.