Perché io ho deciso di votare No al referendum costituzionale del 4 dicembre

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Per nostra fortuna, la martellante campagna elettorale della quale siamo vittime di lungo corso sta per volgere al termine. Il fatidico 4 dicembre si avvicina: tremate, tremate, le urne son tornate. Dovremmo prendere lezioni di yoga, la sindrome da stress pre-referendario – o nevrosi costituzionale – sta sfuggendo al nostro controllo.

Colpo d'occhio: l'inevitabile polarizzazione delle posizioni (sempiterna brama delle genti italiche), dovuta all'assetto dicotomico del voto, sta spingendo tanti individui, persino numerosi insospettabili, a un apparente, nonché preoccupante (nonché arrembante), abbassamento del quoziente intellettivo. Circostanza in grado di gravare, nonostante i vaccini, anche sulla nostra psicologia, non più abilitata a gestire qualsivoglia contenuto lontano da considerazioni sul CNEL.

Impossibile distrarsi. Pure la Castro-enterite virale può poco. Gli slogan sono dappertutto, con i siisti meno chiassosi ma pronti a strofinarsi le mani in gran segreto durante la serata dello spoglio (nonostante la fanbase di Renzi sia stata autorizzata a stalkerare i dubbiosi inermi) e i noisti alle prese con il coccolamento del proprio spocchioso ego in virtù dei soliti sondaggi favorevoli. E poco conta se questi ultimi siano ormai meno affidabili dei biscotti della fortuna. Insomma, parecchio rumore per nulla. Perché, tanto, come sempre accade, sarà l'elettorato senza fissa dimora a decidere per tutti. Quell'elettorato incattivito dai giornalisti saputelli. Quello stesso elettorato ignaro dei risvolti, delle riflessioni toniche, dei costituzionalisti, dei tecnicismi e delle capriole argomentative pro e contro adoperate dall'esausto partigiano di turno. La psicosfera italica ancora una volta ci sorprenderà, garantito: le ragioni del boh prevarranno, evviva il refe-random! L'intellighenzia steccherà di nuovo le previsioni, professandosi lontana dal paese reale. Qualcuno, per redimersi, proporrà come forma di compromesso la scrittura di un saggio sul tema “ruttologia teoretica”. Prefazione: “Perché l'Unesco si è sempre disinteressata dei rutti?”. Ma non sarà sufficiente. Gli si dirà: “Basta, più rutti, meno libri!”.

Fortuna che il quesito è unico. Non oso immaginare la confusa proliferazione di spot e scenari contorti se i quesiti fossero stati molteplici. Aneddoto esplicativo: interrogato sul proprio comportamento elettorale a cavallo di un referendum con più opzioni di voto, un creativo elettore di nostra conoscenza, di sicuro il più amato dagli scrutatori autoctoni, ci confidò di aver votato tre Si e un Viespoli. Sillabiamo ed esclamiamo per bene: MI-TO!

Eppure, con una tempistica che speriamo possa rivelarsi monocamerale, tenteremo ugualmente una disamina parziale della nuova costituzione, se non altro per svuotare la nostra mente dall'accumulo propagandistico dell'ultimo trimestre: una seduta psicopolitica. Caro lettore, sei pregato di non fare scrolling. Ti vediamo perfettamente. Sentiti sporco.

Partendo dal principio, comincerei col sottolineare come il rimprovero più abusato da ambo gli schieramenti consista nell'affibbiare alla sponda opposta un'incapacità capziosa a entrare nel merito della materia referendaria. Che sia vero? In effetti, è assai complicato offrire un parere esaustivo e al contempo sintetico su un argomento così vasto (e, in certi frangenti, dall'appetibilità passionale tipica di trasmissioni come Un giorno in pretura). Motivo per il quale ci concentreremo solo su alcuni punti. Quelli che riteniamo bastevoli per giustificare la nostra bocciatura.

Qualche preambolo. In primis, e senza nasconderlo, l'illegittimità da parte di chi propone la modifica della carta fondamentale: i figli costituenti, oltre ad avere uno spessore politico decisamente modesto rispetto ai padri (l'assemblea costituente, operativa dal 1946 al 1948, vantava nomi del calibro di Croce, Calamandrei, Labriola, Pertini, Togliatti, ecc.), si ritrovano ad agire, di fatto, all'interno di un quadro istituzionale suinico, poiché diretta espressione del porcellum, legge elettorale giudicata incostituzionale. Che piaccia o no, una simile obiezione non può essere considerata un dettaglio per chi si arroga il diritto di modificare in profondità l'intelaiatura dello stato. Senza considerare che l'attuale esecutivo, autore della riforma, nella sua composizione non è altro che il mero frutto di un regolamento di conti intrapartitico.

Passiamo alle criticità del testo. L'abolizione del bicameralismo perfetto o paritario (o macchinoso), con relativi tagli ai costi e alla lentezza della politica, rappresenta di sicuro l'aspetto chiave dell'intero disegno dei riformatori. Proposta interessante in teoria. Peccato che quando si scopre il come l'adrenalinica novità perda di fascino: la soluzione impugnata dal triumvirato ri-costituente (Boschi-Verdini-Renzi) consiste nella trasformazione del sistema bicamerale in vigore in un bicameralismo bislacco nel quale sindaci e consiglieri regionali, nominati per legge(rezza) dai partiti ed esentati dal voto fiduciario, avrebbero il compito di mediare con l'Europa, facendosi portatori delle istanze territoriali; in sintesi, un semifederalismo stiracchiato che eviti il ping pong. Ora, al di là della curiosa concezione post-niceana (uno e trino) del senatore che verrà, sfociante, per essere compatibile con gli impegni politici derivanti dalle singole cariche, nella schizotopia, non si capisce per quale motivo i profeti della semplificazione non abbiano contemplato la cancellazione senza mezzi termini della seconda camera. Spieghiamoci meglio. Non che i consiglieri regionali siano ontologicamente inclini all'acquisto di mutande verdi con i soldi pubblici o ai festini burlesque, ma era proprio necessario mantenere in vita un senato numericamente ridotto all'osso rendendone i membri non elettivi? In un periodo storico contrassegnato, in ogni dove, dalla lotta all'establishment, che senso ha l'inibire ulteriormente la partecipazione dei cittadini, nonché l'annessa capacità di controllo, nella scelta di chi li rappresenta. Con l'elargizione, per giunta, di immunità parlamentari e tenendo presente che il meccanismo delle elezioni regionali è tale da prevedere una diversificazione delle date, ragion per cui il nuovo senato si ritroverebbe costretto a una maggioranza variabile. Nel complesso, un bel pasticcio e dell'introduzione del vociferato mandato imperativo, utile strumento di tutela degli elettori, neanche l'ombra.

Il paradosso è che persino la Devolution di ispirazione leghista racchiudeva un'idea più precisa di stato. Questa riforma è ibrida. Si finge federalista, ma presenta tracce significative di una logica centralista. Ad esempio, procedendo nell'analisi, occorre segnalare la controversa “clausola di supremazia”. La quale dispone che “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell'interesse nazionale”. In sostanza, il potere centrale può, all'occorrenza (i limiti di un eventuale intervento dello stato non sono specificati), scavalcare le decisioni degli organi regionali. Risultato: la commozione dei federalisti è rimandata.

Altro punto saliente: il combinato disposto. La riforma, sostengono i promotori, non altera in alcun modo i poteri del premier. Vero. Tuttavia, se la si abbina alla nuova legge elettorale, le cose cambiano. Quest'ultima, infatti, prevedendo un doppio turno con premio di maggioranza consistente per il vincitore del ballottaggio, una volta sovrapposta alla costituzione renziana che dà alla camera l'esclusività del voto fiduciario e specifiche competenze, produce indirettamente un vantaggio enorme per chi governa, condannando le opposizioni a un ruolo simbolico: i poteri del premier non vengono aumentati, ma vengono diminuiti gli ostacoli parlamentari alla sua azione.

Dunque, il mito della governabilità, coadiuvato da una cieca devozione al maggioritario, è un sintomo evidente di quella rivoluzione finanziaria silenziosa (?) che tanto spinge affinché il si possa affermarsi nelle urne. D'altronde, a chi fanno veramente comodo gli esecutivi forti? Non a noi, che siamo a favore di un proporzionale puro in grado di salvaguardare le minoranze e, di conseguenza, la democrazia. Non ci siamo dimenticati della lezione berlusconiana: le pudenda di Topolanek in bella mostra nella sobria Villa Certosa, i bunga bunga, le leggi ad personam, gli editti bulgari, e le tante altre schifezze arginate, in parte, anche in virtù del bistrattato bicameralismo perfetto e da un solido ingranaggio fatto di pesi e contrappesi .

Ci fidiamo poco delle maggioranze, le stesse che eleggono Erdogan, Trump e che, in passato, hanno eletto Hitler. Ed è questo il motivo per cui non abbocchiamo all'insostenibile leggerezza della retorica renziana. Noi non vogliamo “un paese più semplice”, ma un paese più equo. Non vogliamo che il primo articolo della costituzione diventi “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sulle agenzie di rating”. “Cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi" (G. Anders).

Le sudate carte verdiniane e la comunicazione della Boschi (la faccenda del cancro è l'abbraccio mortale al pudore) stridono con questo monito. Motivo per il quale ci riteniamo fieri esponenti dell'accozzaglia per il No.