Gli svariati volti dell'Italia dopo il referendum del 4 dicembre: la dialisi del voto

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Per la prima volta vinco un'elezione convintamente. Proprio come tanti altri trentenni che condividono e condivideranno, ne sono certo, tale considerazione. Fino a domenica solo qualche trionfetto da menopeggista. Eppure, già a pochi secondi dagli ottimistici exit poll inaugurali, l'umore inizia ad arrancare per mancanza di coordinate. Avete capito di cosa parlo; non mi riferisco a un'incapacità di assorbire la vittoria allenata dall'inesperienza o alle solite istruzioni per avvelenarsi meglio.

Scena – interno notte – ore 23.30: mi ritrovo catapultato al cospetto di un Salvini gongolante, degno portabandiera delle numerose vocalizzazioni pseudocopulatorie consumantesi in contemporanea presso i più variegati circuiti padanici; me la immagino questa allegra sagra delle presecrezioni bifolcoceltiche: una strage olfattiva. Per una volta che ci si poteva non turare il naso con mollette saldate a mo' di piercing!

Per tranquillizzarmi mi racconto che “il peggio è passato”. Qualche istante dopo la realtà mi schiaffeggia come solo la realtà sa schiaffeggiare. Onomatopee porno svolazzano anche in quel di Arcore. Non una novità assoluta per gli abitanti del luogo. E poi D'Alema, riuscito a sfuggire alla damnatio memoriae piddina intestandosi il successo per ammutinamento. E poi Mastella, padre mobile della politica peninsulare che si fa padre nobile (padre putativo?) del roboante no sannita. Tutti che si contendono la targa della conquista. La paternità viene creativamente rifocalizzata di minuto in minuto. Le giaculatorie anticasta pentastellate, spesso anticasting, si concedono un lifting: in principio cazzimmose, in mezzo neoprudenti, quindi ricazzimmose. “Al voto subito, anche con l'Italicum. Tiè!”. Il vento è in poppa e la paura di governare passa: “ora che l'abbiamo salvata, applichiamola davvero la costituzione!”; amen. Si rifà viva persino la stitica sinistretta micropartitica italiana: lontana dal disagio sociale, dai media, da un'organizzazione; insomma, lontana dalla politica che conta. Tuttavia anch'essa vincente. Dall'ANPI alle piramidi, dal Manzanarre a Casa Pound, l'accozzaglia celebra il proprio giubileo.

Intruglio consolatorio fornitomi da un'affinatissima attitudine alla razionalizzazione (dialisi del voto): se Gasparri ......mente * e altri neofascisti esultano per la difesa di una costituzione antifascista è una loro contraddizione; se Berlusconi, da sempre homo duplex, si schiera contro un riforma costituzionale che in parlamento ha votato, omaggiando il dada che è in lui, è un suo indubbio merito, l'ennesimo da performer (Dio, quanto ci manca!); se Salvini si prende le proprie soddisfazioni dove può, cioè dove non potrebbe, è un suo problema. Problema si fa per dire. Ce lo vedete Renzo Bossi, o altri militanti verdastri dall'alter ego ittico, a sottolineare l'incoerenza ideologica del proprio leader?

Dunque, nessuno scandalo: l'accozzaglia non proponeva un proprio modello alternativo e condiviso di costituzione, si batteva per il mantenimento della costituzione vigente. La trasversalità era inevitabile: niente step-point of view adoption del temporaneo partner elettorale. Se solo la paura di lasciare i rubinetti aperti prima di uscire di casa svanisse, potrei persino continuare a camminare a testa alta senza sentirmi in difetto. L'immagine di un Brunetta gaudente se ne andrà via presto. Allungare di qualche mese la vita politica di D'Alema era un rischio calcolato.

Nessuna speranza non specifica, sia chiaro. La disillusione resta sopra il livello di guardia, così come gli acciacchi psichici. Quattro gradi di turbolenza interna postreferendaria: allegro con brio; allegretto; allegro moderato; allegro ma non troppo.

L'altro volto del referendum: il segretario del PD prende commiato dalla carica di premier ammettendo la sonora sconfitta (?); due eventi rari per il panorama istituzionale italiano in un colpo solo. Lo sculettio retorico-confeRenziero seduce anche mentre annuncia l'uscita di scena. Si fa addirittura menzione della post-verità, stilema della narrazione populistica con cui l'ambizioso fiorentino ha molto da spartire: un populismo impomatato con la riga in mezzo rimane populistico.

Il discorso d'addio fa strofinare le mani, usurate dai troppi strofinii, dei dietrologi, ben memori del curriculum da gourmet della “vendetta” di chi hanno davanti (le primarie perse furono l'inizio dell'ascesa).

Analisi politicistica delle tracce elettorali a sostegno dell'ex (?) primo ministro: lo premia nettamente il voto dolomitico; più timidamente quello tosco-emiliano; il siismo incanta gli over 55, non conquista le restanti fasce d'età. Il “buddismo al contrario” di cui parla DWF (ossia uno stato di preoccupazione totale) adottato in chiave propagandistica (crolleranno le borse, falliranno le banche, Wallace tenterà un dribbling a limite dell'aria di rigore durante un derby, ecc.) per scoraggiare il dissenso, si rivela un boomerang. Non solo. I poteri forti perdono smalto, fanno autocritica e si confessano poteri fiacchi. Forse, perché distratti da altre vicende fantapolitiche più allettanti (Bello Figo Gu VS Alessandra Mussolini?).

A questo punto, Silvio Muccino, simpatico quasi quanto un capello incastrato nell'esofago, si chiederebbe “che ne sarà di noi?”. Io aggiungerei: e di loro?

Pronostico: in primis, governo tecnico capeggiato dalla leadership muscolare di Arisa; in seconda battuta, gli ammutinati non riusciranno a riarredare il PD – ma già lo sanno, il loro obiettivo consisteva semplicemente nell'indebolire Renzi per poter riguadagnare posizioni, strategia zoppicante sulla lunga distanza; in terzo luogo, la macelleria sociale continuerà indisturbata, resta da capire quale sarà il paravento di turno.

* L'avverbio di modo adatto per connotare qualsivoglia azione compiuta da Gasparri è ancora in fase di studio. Nel frattempo, autorizzo una compilazione soggettiva e colorita dello spazio lasciato vuoto.