Quel che significa la scelta del consigliere comunale Scarinzi per il Partito Democratico di Benevento ormai in caduta libera

- Politica Istituzioni di Giovanni Festa
Luigi Scarinzi
Luigi Scarinzi

Sia pure attraverso quel linguaggio dei segni volutamente incomprensibili che è il 'politichese' degli annunci a mezzo stampa, ha trovato conferma nelle parole vergate dallo stesso interessato l'anticipazione del Sannio Quotidiano del 9 dicembre sull'allargamento, 'indiretto', della maggioranza consiliare che sostiene il sindaco di Benevento Clemente Mastella (il consigliere comunale Luigi "Scarinzi lascia il Pd", pur avviandosi dapprima a una posizione di neutralità). E c'è intanto poco da stupirsi: del trasformismo come corollario addirittura indispensabile della politica sono sempre piene le cronache quotidiane, e ovviamente - ma nella sua accezione più alta (la prassi italica inaugurata sul finire del diciannovesimo secolo) - anche i libri di storia.

La notizia, invece, rilancia un tema mai a sufficienza dibattuto nella fase post-elettorale delle amministrative di giugno, e con specifico riguardo al monolite sannita fattosi carne nel Pd: semplicemente, un'adeguata riflessione.

Per quanto sollecitata perché indispensabile alla chiarezza, essa è sempre venuta meno. Addirittura si è trincerata dietro il valore apparente del risultato delle urne, come è accaduto anche con la recente consultazione referendaria. La quale, lungi dall'aver costituito ancora un campanello d'allarme, si è risolta, in fase di valutazione dei flussi elettorali da parte dei consueti analisti di partito, nell'appropriazione (indebita?) del complessivo voto intestato al "Sì": alla stregua, insomma, della parallela paternità che proprio Mastella ha inteso attribuirsi per l'esito debordante del "No".

Se l'argomento politico più pregnante, in casa Pd, è stato - nel fine settimana "illuminato" dell'attuale amministrazione cittadina - il presunto torto subito dalla Prefettura di Avellino in occasione della partita di calcio fra irpini e giallorossi, non ci si può dunque affatto dolere della sostanziale perdita di pezzi consiliari, che giunge a sublimare l'assoluta inconsistenza, quanto a credibilità, della forma e delle forme di contrasto al populismo mastelliano scandito appunto da bagni di folla sotto le lampadine.

E' la dimostrazione di come sia stata a monte concepita l'operazione (ogni operazione) elettorale da parte del Pd, di come cioè le liste siano state assemblate, a suo tempo (giugno), con il solo scopo di mettere assieme preferenze, in una sorta, si direbbe à la Renzi, di spuria mescolanza che ha badato all'esito personale prima ancora che al successo di coalizione eleggendo il sindaco: il dato è cristallizzato dagli esiti stessi del primo turno, col candidato designato ben al di sotto del valore numerico quasi maggioritario espresso appunto dalle liste a suo sostegno.

Frantumata in più parti, troppe parti per l'esiguità del numero; priva di una oggettiva leadership consiliare, che non sia (incredibilmente) quella del solo Fausto Pepe, peraltro minata dal malgoverno decennale alle spalle e sulle spalle dei beneventani; l'opposizione di centrosinistra ascrivibile in senso lato al Pd non può in fondo che augurarsi davvero un progressivo distacco di nomi senza adeguate motivazioni e quindi nient'affatto utili ad alcuna causa (e invero lasciare finalmente il passo dinanzi a una manifesta inutilità dovrebbe costituire la stella polare di ben più di un consigliere, ancora) per avviare una operazione/verità sul suo futuro di potenziale alternativa di governo. Operazione peraltro impossibile se non coniugata, in via primaria, col ricambio di una classe dirigente che ha fallito persino quando ha vinto: perché autoreferenziale, poco umile, strafottente nei confronti dell'elettorato, un bel po' patetica pure nei suoi inviti ("...insomma, tutti in campo!", ha scritto l'ineffabile segretario provinciale presentando una recente riunione della Direzione sannita del partito).

Il pur minimo tentativo di aprire ad energie nuove (come accaduto col circolo cittadino) si è rivelato, finora, semplicemente una operazione di ulteriore normalizzazione. Se non si buttano a mare 'pesanti' zavorre, insomma (o anche: se non matura la consapevolezza di sacrosante dimissioni o disimpegni dinanzi a sconfitte brucianti come quelle maturate, fino al 4 dicembre scorso, e deficit di credibilità) si corre il rischio di annegare, di accumulare dispiaceri e di lasciare magari non solo la città a espressioni di un potere pericolosamente invasivo e mai percepito come tale perché fondato sull'incoscienza del disimpegno - a furia di musichette e bancarelle - della comunità amministrata.