Il PD non ha ha recepito il segnale mandatogli dalle urne del referendum costituzionale e non ne ha alcuna voglia

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Valeria Fedeli
Valeria Fedeli

L'esito del referendum ha scosso le certezze del PD, o perlomeno avrebbe dovuto farlo. Le analisi del voto sono impietose. Più si è giovani, più si è istruiti, più si ha un reddito basso e più si è preferito il No. Non un referendum costituzionale ma, di fatto, un referendum generazionale o, addirittura, sociale.

La risposta immediata del preminente partito di governo, nonché di centrosinistra, per il momento, non si è dimostrata all'altezza. Una sorta di misterioso training autogeno instauratosi in virtù del miraggio leaderistico renziano ha permesso di posticipare, ancora una volta, un fisiologico passaggio introspettivo, una seduta di autocoscienza politica ormai non più rimandabile. Chi siamo? Dove andiamo? Non ha importanza. La responsabilità prima di tutto, cioè Gentiloni. Colui che, da candidato spalleggiato dall'establishment, perse le primarie romane contro Marino, per intenderci. Si fotta l'esistenzialismo partitico! Viva le abdicazioni farlocche!

In tal senso, al “voto subito!” espresso a gran voce dalla bocciatura referendaria, l'ex premier, pardon il nuovo, ha replicato con un misero rimpasto a basso voltaggio. La squadra governativa decaduta è stata riconfermata quasi in blocco. Per di più, con qualche promozione discutibile: su tutte, la Boschi e la Finocchiaro, coautrice la prima e relatrice la seconda della riforma costituzionale respinta dalle urne. Senza tralasciare Poletti, ministro del lavoro precario dal posto fisso, che presto, se tutto va come deve andare, vedrà smantellato il formidabile Jobs Act proprio da quel precariato cronico, non calcolato dai quadri dirigenziali piddini, che potrebbe essere richiamato al voto in occasione di un futuro referendum sul tema; un appuntamento da non perdere. In fine, la Fedeli, neoministro dell'istruzione senza laurea. Il messaggio è notevole: chi dovrebbe guidare l'istruzione a livello nazionale può anche non aver frequentato l'università, requisito ormai indispensabile finanche se si vuole concorrere per un posto nella nettezza urbana. Le massime cariche dello stato, nel 2016, sono le uniche rimaste a poter essere ricoperte senza un titolo di studio consono. Per ottenerle basta una capigliatura esotica.

Insomma, il segnale di discontinuità è ancora imballato da qualche parte, ad anni luce di distanza da una classe dirigente ideologicamente disossata e numericamente esigua. Il partito della nazione è carente laddove è sempre stato forte, nella rappresentatività. Tendenza riscontrabile altresì in tutti i principali partiti socialdemocratici extraitalici.

Il segretario del PD si ostina a ostentare una resilienza retorica non supportata dai fatti, né da un reale atto di resipiscenza. Il suo obiettivo è quello di rigenerarsi nell'ombra, puntando a una prossima legittimazione elettorale non infettata dall'azione di un governo sostanzialmente delegittimato o, al massimo, sperando in una vittoria degli avversari che ne mostri i limiti in sede governativa e che gli consenta di egemonizzare la comune percezione della credibilità. Per cui, il problema più urgente della presunta anima immortale del PCI dopo l'ultima trasmigrazione è il dover fare i conti, se non vuole sradicarsi storicamente per abuso di metempsicosi, con la forza elettorale autonoma di Renzi. Infatti, la sensazione è che il PD o sarà renziano o non sarà. Un Renzi gregario non appare plausibile.

Tutti quegli over cinquanta (caspita, l'età media delle piazze è salita...) sfilanti sotto il Nazareno a difesa del premier dimissionario perché delusi dalla vecchia nomenclatura parolaia e/o affascinati dal leaderismo a vocazione maggioritaria/rottamatoria che egli incarna, non hanno alcuna voglia di sbarazzarsene. Per costoro un Renzi defilato significherebbe un imperdonabile spreco tattico: un po' come Felipe Anderson schierato da tornante. La storia, che recita appartenenza alla sinistra tradizionale, per la suddetta retroguardia, rimane, nonostante tutto, un bene rifugio sufficiente grazie al quale è giustificabile la preservazione di un patrimonio politico, fatto di dinamismo e decisionismo, che con quel background di riferimento, in fondo, non ha nulla, ma proprio nulla, da spartire. “Il PD è più di Renzi, o di qualsivoglia segretario del momento” sussurrerebbe, in controtendenza, il pacato Speranza, tormentato da uno spettro del natale futuro tremendamente simile a Pippo Civati.

D'altronde, i tempi sono maturi affinché il big bang veltroniano possa evolvere nel big crunch renziano. I grandi partiti di massa offrivano una visione d'insieme riconoscibile, pur con le loro correnti, il che gli permetteva di sopravvivere al leader carismatico di turno. Il PD, au contraire, è vittima informe delle sue molteplici personalità. In sintesi: no ideology, no party?

Se l'europeismo storico ha fallito al cospetto dell'europeismo ideologico, dobbiamo mantenerlo ugualmente in vita per un atto di fede? Se in tutto il mondo, Europa esclusa (perché alla Germania non conviene), gli stati abbracciano provvedimenti economici legati a un'idea di protezionismo selettivo, non sarebbe giusto interrogarsi sul perché? Se il liberoscambismo acritico ha dimostrato di non possedere alcuna autoconsistenza (si pensi alla manovra per salvare le banche americane realizzata da Obama: 7700 miliardi di dollari – denaro pubblico – girati dal governo in favore di Wall Street; più o meno la metà dell'intero PIL statunitense), non sarà il caso di raccontarlo in base a ciò che comporta in termini di disuguaglianza sociale, competizione salariale a ribasso, e di metterlo finalmente in discussione?

Se quelle stesse grandi aziende che vengono salvate dal fallimento grazie a ingenti aiuti statali decidono di spostare la propria sede fiscale all'estero, di delocalizzare selvaggiamente ove possibile, di negare ogni potere contrattuale ai dipendenti, e di farlo del tutto indisturbate perché tanto i partiti che le avallano ne avranno un ritorno in termini di sovvenzioni, è un qualcosa di accettabile? Metadomanda: chi si dovrebbe occupare di tali questioni? Renzi, forse? Colui che con il Jobs Act ha reso la licenziabilità uno scherzo? Oppure, le vogliamo lasciare alle destre populistiche?

Chioso con una frase tratta da uno straordinario, nonché liberatorio, articolo di Gilioli avente per bersagli critici, oltre la riforma del lavoro renziana, il dibattito impantanato sulle sterili ammucchiate massimaliste e il politicismo sinistrorso, autoreferenziale per definizione: “la sinistra è questa roba qui, se volete farla”.