Mi hanno presentato i miei 50 anni, 32 a Roma, 20 da epidemiologo. Con l'istinto del salmone di puntare verso... Napoli capitale

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli
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Da circa 20 anni le persone quando mi chiedono quale sia il mio lavoro, un brivido mi percorre la schiena, in quanto immancabilmente la mia risposta innesca una sorta di teatrino: “Sono un epidemiologo”. “Ma come non eri medico?” è la replica sconcertata. E allora parte un tentativo, spesso vano, di spiegare cosa fa un medico epidemiologo. Prendo in prestito la definizione della giovane collega Raffaella: “L’epidemiologo si occupa dello stato di salute della popolazione, mentre il clinico si occupa della salute di singole persone”. Aggiungerei forse che l’epidemiologia si propone fondamentalmente di individuare la causa delle malattie, anche attraverso l’analisi di dati, da “maneggiare con cura” per non farsi fuorviare.

In quattro lustri ho seguito molti ambiti di sanità pubblica e da un paio d’anni mi occupo dello stato di salute delle fasce sociali più deboli, tra cui gli immigrati. A proposito di prudenza nell’interpretazione dei dati, ho imparando che vanno letti con attenzione i dati relativi alla salute degli immigrati, potenzialmente a rischio di essere distorti dal cosiddetto “salmon bias”. In pratica, poiché essi tendono a tornare nel Paese di origine per trascorrervi le ultime fasi della propria vita, se non si ha l’informazione sul ritorno, questo può determinare la sottostima dei loro decessi nel Paese in cui erano emigrati.

Il nome dato a questa potenziale distorsione informativa richiama non a caso il salmone, un pesce che nasce nei fiumi, migra verso il mare dove trascorre gran parte della vita e poi, spinto da un istinto irrefrenabile, ritorna al fiume nativo per riprodursi, risalendolo controcorrente e soccombendo spesso allo sforzo immane.

Questa lunga introduzione dedicata all’epidemiologia e al salmone… è servita a rispondere una volta per tutte alla curiosità di chi si chiede quale sia il mio lavoro e per entrare in argomento: il mio recente cinquantesimo genetliaco. In occasione del trentesimo e del quarantesimo compleanno, avevo organizzato due “raduni” (ovviamente intorno a una tavola) dei miei amici più importanti tra quelli che vivevano a Roma. Trattandosi di persone provenienti da ambiti diversi (grazie a Dio ho sempre frequentato persone e coltivato interessi tra loro anche distanti), in entrambe le occasioni avevo presentato ciascuno dei miei amici a tutti gli altri. È anche accaduto che da quelle serate siano nate amicizie indipendenti dal rapporto col sottoscritto.

Stavolta ho deciso di festeggiare con gli amici residenti nel Sannio, scelta che riflette un desiderio, neppure tanto nascosto, maturato nel corso degli ultimi dieci anni, quello di risalire la corrente della mia vita, proprio come per il salmone, proprio come per qualsiasi emigrante.

Vivo a Roma da 32 anni, città con la quale non è mai scoppiato l’amore, pur essendo innegabili le sue clamorose bellezze, quasi immeritate per molti dei suoi residenti. Adesso viviamo da “separati in casa”, mentre il baricentro dei miei sentimenti si è decisamente spostato oltre la Dormiente, favorito dalla possibilità di una frequentazione assidua, anche se prevalentemente virtuale, dei miei amici del Sannio (specie quello “che tifa Napoli”…) e dintorni, consentita dalla tecnologia telefonica. Ma in fondo gli ultimi dieci anni potrei rappresentarli come una galleria fotografica di affetti da poter abbracciare “solo virtualmente”, alcuni dei quali durati meno del tempo necessario a immaginarli.

Sono tuttavia un uomo fortunato, perché ho affetti straordinari, una quantità di amici che sono il mio più grande successo esistenziale e soprattutto Eleonora che da quasi vent’anni “mi fa una guida” (citazione da “Natale in casa Cupiello”), immaginata da qualche lettore come la “moglie del tenente Colombo”…

Una decina di giorni dopo il traguardo dei cinquanta mi definirei un uomo sereno, di una serenità ben descritta dai versi della “Canzone delle osterie di fuori porta” di Francesco Guccini: “Non passo notti disperate su quel che ho fatto o quel che ho avuto: le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto...”.

Nei giorni che hanno preceduto il mio compleanno ho pubblicato su Facebook, quasi come in un countdown, una canzone di Francesco De Gregori, “Bufalo Bill”. Erano trent’anni che mi preparavo a farlo, da quando cantavo a squarciagola: “Avevo pochi anni e vent’anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più”.

Mi chiedevo allora come sarebbe stato il giorno in cui avrei cantato come “oggi” i versi immediatamente seguenti: “E mi ricordo infatti di un pomeriggio triste, io, col mio amico 'Culo di gomma', famoso meccanico, sul ciglio di una strada a contemplare l’America,

diminuzione dei cavalli, aumento dell'ottimismo. Mi presentarono i miei cinquant’anni e un contratto col circo 'Paceebene' a girare l’Europa”.

Quel giorno è arrivato e felicemente passato in un bagno di affetto indimenticabile. Il nostro Direttore durante la festa ha ritenuto di identificare nel mio “amico dalla culla”, Alfonso, il suddetto “culo di gomma”, l’altro punto fermo della mia vita.

Quanto a me, sono rimasto in fondo lo stesso di trent’ani fa, “credulone e romantico”. Modificherei però i versi successivi: “Se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto l’America”. Oggi sceglierei “Napoli”, nel senso identitario che ha assunto per me la “capitale del Sud”. Ma prima del sessantesimo genetliaco avremo tempo per parlarne.