Prolegomeni del Capodanno: dal Gramsci rispolverato al pallido Amadeus, introduzione sistematica, per opzioni e capitoli, all'organizzazione e allo svolgimento di una serata particolare...

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Discorsi sul capodanno, discorsi di capodanno, discorsi da capodanno. Insomma, una grande produzione linguistica. Preceduta, in sede di proposte, da una altrettanto mastodontica produzione teorica, a cui spesso corrisponde un proporzionale lassismo pratico.

Già a partire dall'opening sorgono i primi problemi. Per una vigilia radical-chic si suole rispolverare il gramsciano “Odio il capodanno”, citandolo a memoria con pezzetti d'insalata di mare incastrati tra i denti e sentendosi fighissimi nel ruttare “il peso morto della storia”. Per un approccio radical-choc, invece, si usa ripudiare l'inflazionato calendario gregoriano, cedendo il passo al dimenticato calendario repubblicano francese il quale indica l'inizio dell'anno nuovo in data 22 settembre; su questa linea, c'è addirittura qualche cosmista superstite che, di tanto in tanto, formula nuove calendarizzazioni nel tentativo disperato di rovinare il cenone al prossimo. In ultimo, se si opta per una più modesta prassi radical-maybe-not nell'inaugurare la propria tabella di marcia, resta di grande attualità il discorso del presidente di turno, da guardare senza particolare attenzione, sprovvisti di audio televisivo e ballando con Maracaibo in sottofondo: za za. Ah dimenticavo, ascoltare convenzionalmente il discorsone presidenziale is the new punk.

Ma, prima di tutto ciò, come accennato nell'incipit, la faticosissima organizzazione. Foriera di conclavi comitivali interminabili in cui indecisione e atavici scontri ideologici emergono con ineludibile puntualità.

Opzioni domestiche:
casa gelida e diroccata di sconosciuti;
casa gelida di amici permalosi non geolocalizzabile;
casa accogliente di amici da scoprire;
casa caraibica di amici poi disconosciuti; ecc.

Opzioni on the road:
concerto interessante con clima mite;
concerto deplorevole con clima artico (il concerto deplorevole non capita mai con una clima mite. È un po' come il cuozzo equipaggiato di macchinina elettrica dedito allo struscio quotidiano con lo stereo a palla; mai una volta che renda giustizia al suo impianto, il migliore in circolazione, ascoltando Bach!); cazzeggio per le strade incurante dell'ipotermia; ecc.

Opzioni fly mode:
viaggi verso mete esotiche;
viaggi verso mete deludenti;
viaggi interiori sul divano del proprio salone nella speranza di replicare adeguatamente con lo strumento musicale a disposizione l'intera struttura di Blackbird; ecc.

Opzioni posti al chiuso non domestici:
locali costosissimi con DJ-set rivedibili e con deejay impomatati che si prendono sul serio neanche fossero Stravinskij;
locali meno costosi affittati da un privato con barman talmente improvvisati che, al momento della riscossione del cocktail, preghi di trovarti al cospetto di dilettanti del miracolo;
locali definitivi che vengono rimessi in discussione; ecc.

Personalmente, dopo un trentennio di capodanni, sono giunto alla conclusione che una delle opzioni domestiche contenute nell'eccetera sia senz'altro quella da preferire. Per cui, mosso dalla puzza del tempo che passa e con ancora nelle orecchie la versione nietzscheana di Tu scendi dalle stelle intonata da mio padre ogni 24 dicembre – invertire distrattamente due particelle pronominali può essere fatale: “Ah quanto mi costò l'averti amato...” –, ho omaggiato il mio credo egoistico-capodannizio suggerendo ad alcuni amici la destinazione casalinga. Senza incontrare, a dire il vero, grosse obiezioni.


Capitolo I: la spesa e l'aggressione del piatto.

Forse perché in preda alla solita frenesia alimentare natalizia, nonché al pentimento inoperoso per le grandi abbuffate che ne consegue, forse perché vittime protodiabetiche del più generico consumismo, abbiamo procacciato scorte di cibo bastevoli per un'intera legione e per l'intero 2017. Le lenticchie, come spesso capita, sono rimaste inviolate. A far loro compagnia, i mozziconi dell'abbondante antipasto. Il quale, anche da solo, poteva rappresentare una cena credibile. Molti i sensi di colpa inconcepibili: lo spirito natalizio, si sa, a notte inoltrata, cagiona un certo stress metabolico in presenza di avanzi non ingeriti.


Capitolo II: i cuochi.

Da qualche anno a questa parte, per fortuna, anziché elucubrare su future sbobbe con velleità gourmet, ci si è prodigati nella preparazione di grandi classici discretamente riusciti, senza strafare. Ciascuno si è mosso nella propria comfort zone; tutt'al più, a impreziosire, delle sfizioserie inedite ben calibrate, servite con modalità di impiattamento da fan di MasterChef a cui sono sfuggite le cose di mano. Precisazione: in quest'ultima circostanza, discostandomi dalla tradizione, mi sono tenuto lontano dai fornelli. Non per pigrizia, ma a causa di un fastidioso mal di schiena che ancora persiste e che mi fa riflettere su come la mia razione annuale di culo possa essere tutt'altro che esaurita. Mal di schiena che, per giunta, non ho in alcun modo fatto pesare ai miei compagni di cenone. Al massimo sarà comparso di sfuggita in qualche tipica chiacchierata da ultimo dell'anno sul tema “acciacchi da lombosciatalgia”; tema ormai più in voga della tombola sul tramontare di dicembre. Mal di schiena che, talmente ben mimetizzato, è stato persino messo in discussione da qualche ingiusto detrattore. Al punto da attribuirmi una pigrizia sansilvestrina non ricavabile da nessun precedente. Oppure, diagnosticandomi in modo velato un senso di sconfitta irrisolto per quella cosa coi frutti di mare che ho cucinato il 24 sera della quale meno si parla e meglio è.

Quindi, dato il clima di reciproco sospetto, da cuoco in congedo immune per principio a qualsiasi critica, ho proposto di quantificare il valore delle pietanze preparate dagli altri per rendere più frizzante l'atmosfera, basandomi su un aneddoto incamerato di recente. Ogni illusione di una rilassante cena tra amici sarebbe stata definitivamente sabotata. Purtroppo, però, il perbenismo ha trionfato, facendo precipitare invano le quotazioni della mia gradevolezza. Niente di fatto. Peccato, i voti sarebbero stati alti. Non saprete mai quale delle due quiche mi sia piaciuta di più. In compenso, il taccuino del rancore vi accoglierà a braccia aperte.
PS: mentre scrivo, indosso una fascia termica per la schiena e non certo su suggerimento di qualche fashion blogger.


Capitolo III: colonna sonora imposta da me per accontentare un po' ciascuno.
Risultato: tutti sommessamente scontenti. In ordine d'apparizione: Django Reinhardt; gli Smiths; Lou Reed; vari ed eventuali rapper appartenenti a varie ed eventuali scene; brani unplugged avvinazzati con accordi erronei, testi monchi o rivisitati, ritmiche arbitrarie, stonature compiaciute, anglofonie da anglofobi; ecc. Colonna sonora boicottata: indie italiano meno riuscito dell'umorismo di Boldi, meno erotico di un episodio della Melevisione, meno coinvolgente della seconda stagione di True Detective, meno longevo di un'efemera (un piccolo insetto acquatico la cui vita dura solo un'ora e mezza).


Capitolo IV: Amadeus, brindisi, propositi.
31 Dicembre, ore 23:50. Incapaci di muoverci verso ansie più complesse, abbiamo deciso di aspettare il countdown spendendoci in considerazioni all'aglianico di scarsa qualità (le considerazioni, non il vino). Sintonizzazione su Rai 1. Il ghigno di Amadeus. Ora, io rispetto tutto e tutti, ma lui se ne approfitta. Anzi, non proprio tutto e tutti. Anzi, quasi nessuno, eccetto il conduttore lampadato estromesso e pochi altri. A ogni modo, è inutile prendersi in giro. Amadeus non sarà mai all'altezza di Carlo Conti, che credevamo più longevo di una cozza artica (piccolo mollusco che può vivere fino a 220 anni). Non ha né la stoffa né il giusto quantitativo di melanina. Dopodiché, il brindisi. Dopodiché, il paragrafo dei propositi. Qualcuno dei presenti ci si è cimentato. Io ho preferito non partecipare. Troppo spesso si tramutano in spropositi. E, in tal senso, preferisco scorciatoie meno drastiche per stilare l'inventario dei futuri fallimenti personali.

Non amo quell'idea, contestata anche dal Gramsci in tenuta anticapodanno, del “bilancio consuntivo” esistenziale. Oltretutto, anche se avessi approvato tale usanza, per dirla con Bender, “io sostengo e contesto parecchie cose, ma non al punto di sollevare una penna”, in special modo dopo il quinto brindisi. "Progetti per il futuro": non sottovalutare le conseguenze dei progetti per il futuro.


Capitolo V: fuochi d'artificio e cani.
Gli appelli accorati contro i botti – per carità, giusti – sono stati talmente martellanti in questi giorni da indurmi un'insana voglia di far esplodere struzzi per puro divertimento. Scherzo. Meglio precisarlo, non si sa mai.


Capitolo VI: conclusione.
Arisa acneica, annunci fasulli di matrimoni, pensieri naufraghi, pensieri ancorati, ritiri narcisistici, sbadigliare “pettegolmente”, occhi rossi capo-dannati, rantoli degli ultimi entusiasmi, albe di nicotina.