La post-verità e le giurie popolari per i giornalisti. De Magistris vs Saviano, il potere e chi lo critica

- Effetti collaterali di Giovanni Barra
Luigi De Magistris
Luigi De Magistris

La post-verità, da qualcuno confusa con la verità dei post – fino ad aggiornamento pagina – è il tormentone del momento. Al punto da aver indotto l'Oxford English Dictionary a proclamarla parola dell'anno 2016. Sarà vero?

La verità con la “v” maiuscola, almeno in ambito accademico, era stata accantonata già da un pezzo, senza fare troppo rumore. Quella con la “v” minuscola, con il suo ingresso altezzoso nelle discussioni tra quattrocchi affetti da stress lombare, vivacchiava spaesata. Dopodiché, un'ulteriore diminuzione grafica, non so quanto di sostanza: vERITÀ. “Non esistono fatti ma solo interpretazioni”; “Non esistono gatti ma solo interpretazioni”; non esistono coatti, ma solo interpretazioni; e così via.

Fermi tutti. Grillo ha la soluzione del problema: un tribunale della verità presieduto da una giuria popolare estratta a sorte. Breaking news: la dottrina pentastellata ha finalmente allargato i propri orizzonti conoscitivi occupandosi anche di epistemologia. Non vedevamo l'ora. Peccato che la concezione barabbica del vero sia stata declassata a mera provocazione in un brevissimo lasso di tempo, ribadendo il primato dell'etica all'interno del collaudato sistema onestàcentrico.

Fior fior di pensatori, da anni alle prese con le noie del falsificazionismo, fremevano dall'entusiasmo. Pronti ad applaudire alla proposta tribunalizia fino all'usura del rivestimento cutaneo delle mani. Persino noi, nel nostro piccolo, stavamo iniziando a prendere confidenza con i dettami della quarta rivoluzione copernicana (la terza è stata quella della tenerezza declamata da Bergoglio): via la relatività ristretta, dentro Checco Zalone. Diamine, non ci si può distrarre un attimo! Ma che cavolo è, in fondo, sta benedetta post-verità?

Tentativo di definizione: post-verità è un'espressione cool, nonché sintetica, per indicare quell'attitudine alla mistificazione della realtà finalizzata all'ottenimento di un vantaggio – praticabile in virtù della babele mediatica odierna – tanto diffusa tra giornalisti e politici disinvolti.

Proviamo ad esemplificare restringendo il campo: Saviano contra De Magistris; le due differenti narrazioni di Napoli (giornalista vs politico). Come stabiliamo chi ha ragione?

Il primo appioppa al secondo l'etichetta di populista, il secondo ironizza sul primo ricordandogli di non essere il depositario della verità”. Le argomentazioni ci suonano familiari. A mentire è sempre l'altro. Nella fattispecie, l'autore di Gomorra non sarebbe solo un mendace, ma un mendace speculatore: Speculi su Napoli e ti arricchisci sfruttando la camorra. Caspita. E io che credevo che Saviano avesse messo a repentaglio la propria incolumità e il proprio tenore di vita per aver esagerato nel denunciare.

Adesso ho capito. Era esclusivamente in cerca di successo e anziché sottoporsi ai provini del Grande Fratello come fanno tutti, ha voluto saltare la fila e intraprendere la strada più comoda. Lezione di giornalismo: compito di chi fa informazione, nel momento in cui c'è una sparatoria in città, è bamboleggiare con le meraviglie della fermata metro Toledo o con le variopinte fioriere di Castel dell'Ovo.

Tutt'al più, se rimane ancora un po' di spazio, sarebbe opportuno integrare quanto suggerito con considerazioni sugli appetiti sessuali di Valeria Marini o con la cronaca, facendo i superiori, di una serata sfasciona e rissaiola trascorsa da Fedez in discoteca. Mai complessare o spaventare i lettori fornendo analisi critiche su ciò che la politica vuole nascondere. Quello è pessimismo dai facili proseliti.

Pure questa storia della scorta, quante mosse! Se avessero voluto ucciderlo, l'avrebbero già fatto. Gli è convenuto atteggiarsi a bersaglio mobile. Gli ha permesso di fare il martire senza aver versato neanche una goccia di sangue. I martiri d'un tempo non firmavano autografi. Certo, se l'avessero ucciso, avremmo disseminato il suo odore di santità per mari e per monti (oops, cancellate quest'ultima frase). Giusto?

Oppure ci stiamo muovendo nella post-verità, neo-falsità, ghost-verità, lost-verità...?

In tutta franchezza, non sapremmo sbilanciarci su quanto le eventuali giurie popolari sorteggiate possano sposare le suddette tesi. La sensazione, però, è la seguente: siccome il giornalista in esilio viene percepito come incriticabile a causa della sua aura da condannato, soprattutto da un certo giornalismo narcisistico, lo si deve criticare anche a cazzo, pur di criticarlo. Il brivido frigido del politicamente scorretto nel pieno delle proprie facoltà: ormai opina su tutto. Giusto?

E chi lo sa. Ci sentiamo sopraffatti da questa opprimente dimensione post-veridica. Non sappiamo più chi siamo, cosa vogliamo, perché siamo qui, se siamo paranoici, se siamo abbastanza paranoici. Giusto?

Tutto ciò che ci resta, nell'attesa che i tribunali del popolo ci consegnino il patentino da addetti alla veridicità, è la consapevolezza di come si concluderà la querelle tra De Magistris e Saviano, entrambi consacrati al legalitarismo. Esattamente come tra Breton e Dalí nell'intendere le linee guida della poetica surrealista: più il primo mostrava cenni di sessuofobia, più il secondo infilava figure falliche in ogni dove.