La solidità culturale della società liquida perde Zygmunt Bauman. Resta la sua visione viva, critica, attenta e solidale sulla società contemporanea

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Raramente la cultura della postmodernità è stata attraversata con altezza intellettuale, semplicità di comunicazione ed eleganza di toni come ha fatto Zygmunt Bauman. Sociologo straordinario, nel senso che ha cercato di andare oltre l’asettica avalutatività weberiana delle scienze sociali per affermare la funzione di una conoscenza veramente critica e consapevole dei fatti sociali, è stato inventore di concetti filosofici e coniatore di neologismi come quello che l’ha reso celebre in tutto il mondo. È stato due volte a Benevento, che ha avuto modo di ascoltarne le lectiones magistrales negli incontri organizzati dall’associazione culturale Stregati da Sophia. Io stessa in una di queste occasioni ho avuto il piacere di godere della sua compagnia e di dialogare con lui che, generosamente, si offriva pazientemente all’altro, in quella disponibilità al confronto che riconosceva come una delle cifre dei grandi uomini e che aveva salutato subito in Jorge Mario Bergoglio quando era stato eletto papa.

In un incontro del maggio 2015 con Mauro Magatti, Bauman si disse in attesa degli sviluppi futuri di questo pontificato. «Mi ha anche colpito - confidò - l'enfasi che Bergoglio pone sulla pratica del dialogo: un dialogo effettivo, che non va condotto scegliendo come interlocutori coloro che la pensano come te, ma diviene interessante quando ti confronti con punti di vista davvero diversi dal tuo; in questo caso, può davvero succedere che i dialoganti siano indotti a modificare le proprie idee, rispetto alle posizioni iniziali». Il dialogo non è parlare con chi condivide le tue posizioni e applaudire, continuò, ma con chi ha idee che tu sospetti diverse dalle tue: papa Francesco ne è un esempio e la sua intervista con Eugenio Scalfari una dimostrazione concreta. “Imparare l’arte negletta del dialogo nel nostro mondo di cui Ulrich Beck, grande sociologo tedesco, disse che è un mondo cosmopolita nella sua struttura ma privo di consapevolezza cosmopolita sarà fondamentale – concluse - per la salvezza dell’umanità. È un processo lungo, ma necessario”.

Testimone attento dell’età contemporanea, Bauman ne ha interpretato le diverse e complesse problematiche: l’impatto delle nuove tecnologie, la globalizzazione, la riduzione a homo consumens, il fenomeno dei migranti, l’ISIS, i fantasmi del nuovo millennio, sempre continuando ad usare l’efficace metafora di una società in cui sentimenti, valori e soluzioni sono trascinati in una liquidità che rende permeabili a paure e incertezze. “La paura – scrive Bauman nell’introduzione del suo libro, Il demone della paura– è con ogni probabilità il demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo”. C’è, perciò, bisogno di coraggio e solidarietà. Un antidoto alla paura sono i diritti, i diritti politici e sociali per tutti perché, come dice Benjamin R. Barber, nessun bambino americano potrà sentirsi sicuro nel suo letto se i bambini di Karachi o Baghdad non si sentiranno sicuri nei loro. Questo significa che bisogna evitare chiusure e fili spinati: “La funzione latente delle barriere al confine - riferisce Bauman - apparentemente erette contro i ‘falsi richiedenti asilo’ e i migranti puramente economici, è di rafforzare l’instabile, erratica e imprevedibile esistenza di quelli che stanno dentro. Ma la vita liquida moderna è destinata a rimanere erratica e capricciosa…”.

In un periodo di mancanza di certezze esistenziali, i migranti sono percepiti come “messaggeri di cattive notizie”: essi ci ricordano quanto avremmo preferito rimuovere e quanto possa essere fragile il nostro benessere. La risposta è quella del capro espiatorio per cui finiamo per incolpare e punire il messaggero, appunto l’immigrato.

Ebreo polacco, costretto a fuggire in seguito all'invasione da parte delle truppe naziste all’inizio della seconda guerra mondiale con i genitori in Unione Sovietica e ancora nel 1968 in seguito a un'epurazione antisemita del governo polacco, Bauman ha conosciuto bene il dramma di dover lasciare la propria terra e la condizione di rifiutato. Per lui, la separazione territoriale tra esseri umani è impossibile e l’uso dei muri impraticabile: è solo propaganda quella di chi sostiene che bisogna rispedire a casa loro i migranti e ne strumentalizza la paura a fini politici. La nuova situazione ci impone, invece, di vivere con le differenze. Non c’è alternativa. Ciò significa che ogni giorno dobbiamo affrontare la presenza di stranieri, vivere con loro e puntare a una “fusione culturale” che non è uniformare le culture ma riunire persone diverse in modo da rendere possibile una convivenza pacifica. Ogni modalità di vita umana merita di essere conservata e di essere preservata perché è una forma diversa di vita. La multiculturalità è una realtà di fatto, che ci piaccia o no. Siamo tutti diversi, ma abbiamo la medesima paura della solitudine. Alcuni, analizza il sociologo polacco, hanno pensato di poterla superare con Facebook che è uno strumento meraviglioso perché ti connette con il mondo, perché in un giorno puoi farti 100 amici, liberandoti dall’impegno a lungo termine. Ma questa speranza è stata disattesa: gli utenti di FB usano il tasto Cancella quando trovano persone che la pensano in modo diverso da loro. Questo rafforza le differenze e impoverisce la nostra competenza comunicativa: se condividiamo le idee solo con chi la pensa come noi, impercettibilmente finiamo per perdere l’abilità a confrontarci e ci chiudiamo nel nostro narcisismo. Viviamo in un mondo liquido, in cui i mezzi informatici non sempre ci arricchiscono, anzi rischiano di trasformarsi in una trappola sociale: dovremmo chiederci, allora, non cosa farà a noi la tecnologia ma cosa noi faremo a noi stessi con la tecnologia. Di sicuro la tecnologia non risponde alle domande ultime sulla nostra esistenza.

Nel libro “Conversazioni su Dio e sull’uomo” da agnostico egli si confronta col teologo Obirek, credente: “Tu e io forse siamo d’accordo sul tema dell’imperfezione della nostra comprensione di certe questioni. Si tratta del fatto che non sapremo mai se Dio c’è o meno, ma anche che il nostro essere uomini consiste proprio nell’impossibilità di giungere a quel sapere e nella necessità di vivere senza di esso”. La nostra speranza, quella laica, in cui tutti possano riconoscersi, non trae origine dall’alto né da presunzioni scientiste, ma dalla solidarietà e “se la speranza dell’umanità è riposta in qualcosa, è appunto nella speranza. L’uomo, caro Staszek, - conclude Bauman - ce la farà…”. E anche noi, caro Zygmunt, ne siamo sicuri. Ce la farà.