I libri della propria biblioteca e la possibilità per il collezionista di abitare in loro

- Zoom di anna maria panella
Walter Benjamin
Walter Benjamin

C'è chi giudica il collezionismo una pratica un po' inquietante in quanto sottraendo l'oggetto da collezionare alla sua funzione ordinaria ne spegne la vitalità per collocarlo in un allineamento mortifero. Di opinione diametralmente opposta è invece Walter Benjamin.

Il filosofo tedesco, da collezionista, dedica al tema un breve saggio pensato a ridosso di un trasloco, dopo aver sistemato, estratti da casse polverose, gli oggetti delle sue brame: i libri della sua sterminata biblioteca. "Disfo la mia biblioteca. Sì. Ancora non sta, dunque, sugli scaffali, ancora non l'annusa tutt'intorno la leggera noia dell'ordine. Non posso neppure camminare lungo le sue file, per passarle in rassegna in presenza di gentili ascoltatori. Non dovete temere nulla di tutto ciò. Devo pregarvi di trasferirvi con me nel disordine delle casse forzate, nell'aria ricolma di polvere di legno, sul pavimento ricoperto di carte strappate, sotto la catasta di volumi ricondotti alla luce del giorno dopo due anni precisi di oscurità, per condividere sin dal principio un po' dell'umore nient'affatto elegiaco, quanto piuttosto teso, che essi destano nel collezionista".

Negando al singolo pezzo l'utilità, l'adoperabilità, il collezionista, secondo Benjamin, non solo non lo spegne, ma anzi lo consegna a una nuova vita in cui hanno particolare rilievo il suo destino (epoca, paesaggio, provenienza, modalità di acquisizione...) e la sua relazione con il possidente e gli altri oggetti.

In questa volontà di rinnovare il collezionista svela un tratto infantile, quell'atteggiamento necessario all'infanzia per conoscere e appropriarsi del mondo: "I bambini dispongono del rinnovamento dell'esistenza come di una prassi dalle mille sfaccettature, mai smarrita. Per i bambini il collezionismo è soltanto un processo di rinnovamento, un altro è dipingere gli oggetti, un altro di nuovo ritagliare, un altro ancora ricalcare e dunque l'intera scala dei modi infantili di appropriazione, dal toccare al nominare".


Riallineando i libri nel corso di una intera giornata, che comunque si rivela insufficiente per completare l'operazione, l'autore s'imbatte nella esperienza inevitabile per chiunque si dia al riordino: l'incontro con la folla di ricordi, pensieri, immagini che gli oggetti trasportano intatti, ricostruendo pezzi di vita per chi li aveva, con loro, dimenticati.

"Avevo cominciato a mezzogiorno ed era mezzanotte prima che mi fossi messo a svuotare le mie ultime casse. Fu in quel momento, alla fine, che mi capitarono fra le mani due volumi scoloriti, rilegati in cartone, che a stretto rigore non avrebbero dovuto trovarsi in una cassa di libri: due album di figurine che mia madre da piccola ha incollato e che io ho ereditato...Non esiste biblioteca vivente che non ospiti presso di sé creature libresche provenienti da territori di confine". Sono, quindi, gli oggetti accumulati anche tracce sensibili del cammino di un'esistenza rivelatrici di quella relazione speciale che si può stabilire con le cose che spiega perché, a volte, è tanto difficile disfarsene. Rivelano un dato psicologico poco materialista della volontà di possedere che Benjamin attribuisce specialmente al collezionista ma in cui non è difficile anche per altri riconoscersi: "Per il collezionista il possesso è il rapporto più profondo che si possa avere in generale con le cose: non che esse siano viventi in lui, è egli stesso invece ad abitare in loro".

Walter Benjamin, La mia Biblioteca, Eliot 2016