Gli arpeggi reminiscenziali di Maurizio Abate, l'importanza della musica e la sua capacità di ricondurci alla radice del nostro essere

- Effetti collaterali di Giovanni Barra

Sabato sera. Gennaio. Un'amica mi propone di andare ad ascoltare un chitarrista a San Giorgio del Sannio. La location è Il Bibliofilo. Valuto. Nella mia mente di uomo di poca fede si delineano due possibili pronostici. Quello positivo: sarà una specie di Pat Metheny di serie b. Pat Metheny, il più amato dai testimonial di Geova in carriera, dagli uomini di mezza età a caccia di virtuosismi post-erotici e dagli adolescenti al primo anno di chitarra affascinati dall'intera fenomenologia del topexan; quanto mi mancano gli inestetismi cutanei. Oddio, forse non così positivo.
Pronostico negativo, frutto di una più che motivata sfiducia in tutto ciò che è limitrofo: sarà una specie di punto di intersezione tra le jam session ginnasiali con mio cugino e un mio amico che per ragioni di privacy chiamerò Mirtillo, il Gilmour del live a Pompei (il primo) e un chitarrista iraniano stramboide propostomi tempo fa dal giradischi di un'ulteriore amica. La quale, è giusto precisarlo, non è mai uscita viva dagli anni 70 e dal prog, scena di Canterbury. Rifletto: ho solo amiche che mi propongono chitarristi.

Ora, in base all'ultima descrizione fornita, qualche scettico potrebbe avere da ridire sulla negatività del secondo pronostico. Sbagliato. Spiego perché. Le improvvisazioni musicali dell'affiatato trio (l'ottimo me, Mirtillo, mio cugino) ambientate nell'attuale casa di Mirtillo, all'epoca in ristrutturazione (non Mirtillo, la casa), erano ben lontane dalla dignità. Era il tempo in cui con una pentatonica a tracollo ti sentivi un Joe Satriani con più capelli, in cui il metronomo era solo un vocabolo borghese, in cui se suonavi il basso ed eri in grado di riprodurre fedelmente le partiture di Krist Novoselic non ritenevi concepibile un incremento della tua abilità. Insomma, il classico periodo in cui ci si innamorava di noi a causa di qualche imperdonabile distrazione. In cui la fissazione mai doma per il basic-blues-che-dopo-un-po'-basta di Mirtillo, da sempre incapace di rockeggiare a dovere, comprometteva ogni possibilità di un divertimento duraturo.

Quindi, ricapitolando, nonostante l'ottimismo arrembante, pur di annacquare la depressione da week-end provinciale – una delle forme meno autorevoli di depressione – e di non darla vinta a una temperatura mucolitica, opto per il concerto.
Una volta arrivato, do un'occhiata alla sala dell'esibizione e al mio kit per le stroncature, forgiato in virtù di un indurimento della sensibilità dovuto alle tante protostelle dell'indie italiano rivelatesi prevedibilmente aborti. Maurizio Abate, il chitarrista a me sconosciuto, esegue il primo brano. Mi concentro sull'effettistica in cerca di argomentazioni stroncatorie: troppo delay; poco delay; magari qualche distorto non guasterebbe; un accenno di wah-wah da rivedere; ecc. Dopodiché, rendendomi silenziosamente più gradevole, decido di passare alla pars costruens: forse, arricchendo il sound con un supplemento di strumentazione o forse....altri bla bla bla interiori. Ma le resistenze cominciano a scricchiolare e, senza neanche accorgermene, mi ritrovo fagocitato dagli eleganti arpeggi del musicista al mio cospetto. La sala acquisisce un'intonazione ipnotica, anche grazie all'ausilio di una stroboscopia intima e rudimentale, e il rischio di sguinzagliare una retorica lisergica nel prosieguo del racconto, a questo punto, è talmente dietro l'angolo da indurmi l'improbabile idea di essere una specie di fricchettone reo confesso.

Decolla “l'egotrip”. Mi ritraggo dai sabati sera della vita così come li conosciamo. Un party a base di memorie involontarie: ricordi appallottolati nell'armadio, nello scompartimento accanto a quello degli scheletri, che finalmente raggiungono lo stiraggio. Sarebbero emersi altrimenti, senza quella precisa vena umorale modulata alla perfezione da quella specifica musica? Elucubrazioni in stile sliding doors.

Un'overdose di astrazione, in assenza di madeleine e di mangiatori d'oppio. Non quell'astrazione involuta poco cara alla Fini-Giovanardi. Un'astrazione discretamente ordinata, imparentata alla lontana col rigore. Una mia amica spettatrice (non quella della proposta), terminato il concerto, dirà “sono stata un'ora nella mia testa”. Un monologo interiore collettivo. Pensieri diversi, eppure armonizzati. Proprio come le diverse note che compongono un accordo. Magari fluide, diluite in sequenza, arpeggiate.

Jung afferma che il “non vissuto accumula rancore verso la vita”. Io aggiungerei che anche il vissuto, quando ci si mette, sa rompere le palle. Ma non in questo caso. Gli arpeggi reminiscenziali di Maurizio Abate, che ci ricordano, per contrasto, l'introspezione a tempo determinato a cui condanna la turbo-modernità, parlano lo stesso linguaggio della memoria, ne hanno la ritmica. Evocano i sotterranei pulsanti del presente vivente sospendendone le regole, gli automatismi, senza forzare. Ci ricordano l'importanza della musica, la sua capacità di ricondurci alla radice del nostro essere, la temporalità. Non la temporalità euclidea delle lancette. Quella irregolare, multipla, pastosa, non unidirezionale.

Dunque, come sintetizzare il tutto con una di quelle formule ricercate tipiche dei recensori musicali che amano ficcarsi negli occhi luccicanti dei propri lettori? Ci provo: un Robby Krieger italiano che incide un disco con il produttore (che non conosco) dei Liars dopo un concerto di Nick Drake ascoltato a distanza. Nulla da spartire con l'alta moda elettronica o con la psichedelia nuda e cruda. A ogni modo, l'importante è scoprirlo. Merita. Personalmente, mi ha permesso, per citare Blue Monday (tema di estrema attualità) dei New Order, di sopravvivere alla mie inclinazioni. Almeno per una sera. Gliene sono grato. Proverò a fargli spazio nella mia playlist esistenziale.