“C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio”. Il senso dell'uomo verso il 27 gennaio: la vigilanza della memoria e l’impegno della conoscenza

- La libertà basta volerla di Teresa Simeone

Quale sia stato l’orrore prodotto dall’incubo nazista è ormai memoria collettiva, eppure si sente il dovere di parlarne, scriverne, scandagliarne gli abissi nella conoscenza di un’umanità che si è salvata e di un’umanità che si è irrimediabilmente corrotta, di una dimensione ideale a cui hanno avuto accesso i puri e dell’inferno reale in cui si sono collocati gli ingiusti, come anche della fascia indistinta in cui non è possibile fissare un confine netto tra gli uni e gli altri.

È proprio da una vittima e testimone della Shoah, Primo Levi, che continua ad arrivarci il monito a ricordare, un monito che percorre tutte le sue opere da Se questo è un uomo a La tregua fino a I sommersi e i salvati, scritto a quarant’anni di distanza dal primo, soltanto un anno prima della sua fine. Ancora è in dubbio se quella caduta nella tromba delle scale sia stato un incidente o un suicidio: certo, invece, fu il tormento da cui non riuscì a liberarsi. L’esperienza vissuta ad Auschwitz, che lo accompagnò per tutta la vita, fu da lui continuamente analizzata e ritorna spietatamente, onestamente nell’ultimo libro in cui regala alla riflessione umana altre categorie concettuali con cui leggere non solo il Male assoluto nazista, ma anche l’inferno dentro le coscienze delle vittime dirette e delle vittime indirette, di tutti quelli che ne furono inevitabilmente contagiati.

Ne I sommersi e i salvati, dopo il capitolo dedicato alla memoria dell’offesa, c’è quello intitolato La zona grigia, che Levi intende come la fascia dell’ambiguità, del compromesso, della commistione con il potere. “Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera”. È una zona dai contorni indefiniti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi; è la zona della “protekcja” e della collaborazione, che fa leva sulla disperazione e sull’istinto di sopravvivenza, ma anche sulla necessità di conservare quei privilegi che definiscono la distanza tra i sommersi e i salvati.

Un potere come quello nazista esercita una straordinaria capacità di corruzione sulle anime: le degrada, le umilia e le assimila a sé, nell’orrore. I corruttori sono responsabili anche della corruzione indotta. Levi ricorda Manzoni quando scriveva che “i provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano l’animo degli offesi”. L’abisso della disumanità, infatti, deve coinvolgere tutti, vittime e carnefici. Nessuno può essere tenuto fuori dal male; anzi, coloro che pensano di esserne immuni, devono assaporare i morsi della colpa, diventare complici, svilirsi fino a diventare come loro. Il modo migliore di legarli come collaboratori è “caricarli di colpe, insanguinarli, comprometterli quanto più è possibile: così avranno contratto con i mandanti il vincolo della correità, e non potranno più tornare indietro. Inoltre quanto più è dura l’opposizione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere”.

Davanti a molti di tali casi umani è imprudente, percò, avverte Levi, emettere un giudizio morale perché “la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura dello stato totalitario”. Necessario, poi, diventa sospendere il giudizio per coloro che fecero parte dei Sonderkommandos, le squadre speciali che si occupavano di aiutare gli aguzzini a spogliare, rasare, preparare i deportati ad entrare nelle camere a gas e, dopo il massacro, a liberarsene nei forni crematori. Aver ideato questo abisso di malvagità in cui trascinare gli stessi detenuti del campo è un altro unicum nazista, anzi “aver concepito ed organizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo”, scrive Levi a proposito dei Sonderkommandos. Nei loro confronti c’è da fare epochè perché sapevano che avrebbero seguito la sorte di tutti i deportati e non sarebbero sfuggiti allo stesso destino: nessuno di loro doveva sopravvivere e raccontare. E infatti le notizie, scarsissime, sulla loro esistenza sono state raccolte in modo casuale, attraverso verbali di processi o addirittura trovate in reperti sepolti nei pressi dei forni crematori. I pochissimi sopravvissuti non hanno voluto parlare della propria esperienza: è solo del 2007 il coraggioso libro di Shlomo Venezia sulla sua appartenenza a una di queste squadre.

Anche questo è stata la Shoah: aver chiuso nel silenzio chi avrebbe dovuto urlare ma non ha potuto farlo perché è stato trascinato nell’orrore. Costretti ad abituarsi alla morte, abbrutiti dall’alcool, indispensabile per addormentare le coscienze, alcuni hanno dichiarato di aver vissuto un tormento anche peggiore degli altri internati: “Siamo come voi, solo molto più infelici”.

Diverso era il caso dei kapò, tra i quali c’erano delinquenti comuni, avidi di potere, esseri frustrati, che ossequiavano il potere per una promozione sociale e verso i quali Levi non esprime, ovviamente, alcuna comprensione: privi di capacità di provare rimorso, erano spesso assimilati in tutto e per tutto ai carnefici e come loro responsabili della sofferenza che, deliberatamente, procuravano.

Per gli altri, però, per coloro che senza libertà di scelta, furono trascinati nell’inferno, è necessaria la distinzione: un conto è essere vittima incolpevole e un conto assassino, come confessa Levi. “Confondere gli assassini con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità”. Esistono colpe che gridano giustizia e che sono imperdonabili. Pur rimanendo “vero che, in Lager e fuori, esistono persone grigie, ambigue, pronte al compromesso”, scrive Levi, non si possono, non si devono confondere i ruoli.

Siamo “ibridi, impastati di argilla e di spirito” e, come tali, fragili.

Per lui, ateo, non c’era neppure il conforto della fede; in un’intervista a Ferdinando Camon, poi diventato un libro, alla domanda se fosse credente, Levi risponde di non esserlo mai stato e, a maggior ragione, di non esserlo più dopo che Auschwitz aveva spazzato in lui “qualsiasi residuo di educazione religiosa” che pure aveva ricevuto: “C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio”.

Siamo anche impotenti di fronte alla possibilità che certi eventi possano ripetersi e sconcertati dai fanatismi del presente, come se Auschwitz non fosse mai esistito. “È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito e osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, conclude Levi, quindi può accadere di nuovo e può accadere dappertutto”.

L’unica difesa che abbiamo è la vigilanza della memoria e l’impegno della conoscenza: la possibilità del silenzio della coscienza è sempre presente dentro di noi e si alimenta d’inconsapevolezza e di oblio. E l’inconsapevolezza e l’oblio si possono evitare. Si devono evitare.