Termini e derive animaleschi: si era partiti da un salvataggio dalle acque e siamo arrivati al dileggio di chi sta annegando

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli

Quando, giorni fa, ho visto Matteo Salvini presentarsi in televisione indossando doposci, “reduce” da una visita nelle zone sinistrate dell’Abruzzo, con un cortocircuito che meriterebbe un approfondimento mi è balenato un noto episodio di storia italiana. La mattina del 30 ottobre 1922 Benito Mussolini si recò da Vittorio Emanuele III per ricevere l’incarico di formare un nuovo governo, secondo molti storici sostanzialmente un colpo di stato, conseguenza del rifiuto del re di firmare il proclama di stato d’assedio che il primo ministro Facta gli aveva sottoposto per stroncare la marcia su Roma. Il futuro duce si presentò al sovrano in camicia nera, come se fosse reduce da un’azione militare, e avrebbe dichiarato: “Maestà le porto l’Italia di Vittorio Veneto”. In realtà, come è noto, Mussolini era appena arrivato in treno da Milano, dove era rimasto in prudente attesa della piega che avrebbero preso gli eventi (si dice pronto a riparare in Svizzera), partendo per Roma solo dopo aver ricevuto un telegramma di convocazione formale. In un certo senso nel Salvini in doposci mi è parso di vedere un altro “reduce” da una battaglia mai combattuta...

I selfie dall’Abruzzo del leader leghista, non nuovo a scelte di “sfondi” a dir poco discutibili (ricordo i selfie presso la metropolitana di Bruxelles pochi minuti dopo l’attentato), e le sue dichiarazioni - “terremotati al freddo e migranti negli alberghi a 3 stelle” - sono state da molti bollate come “sciacallaggio politico”. La contrapposizione terremotati-immigrati, riproposta per i recenti tragici eventi abruzzesi, è tanto più odiosa perché del tutto gratuita.

Viviamo in tempi difficili e il lessico va costantemente aggiornato. Avevamo appena cominciato ad assaporare la fine del periodo dei “gufi” (così l’ex premier Matteo Renzi bollava chi solleva dubbi sulle magnifiche sorti e progressive della sua azione di governo), che siamo entrati in quello degli “sciacalli”. O forse non ne siamo mai usciti… Gufi, sciacalli, dipende dai punti di vista. È certo, invece, che le vere protagoniste dei nostri tempi sono le “bufale”. Soprattutto grazie, o a causa dei social network e del loro istantaneo potenziale moltiplicativo, il falso reiterato si trasforma in verosimile e viene spacciato per verità.

Siamo talmente immersi in una realtà di cui diffidare che allarmi reali finiscono col non essere presi sul serio con conseguenze tragiche, come accaduto per la catastrofe dell’hotel Rigopiano, dove i soccorsi sono partiti con ore di ritardo perché le chiamate ai numeri di emergenza sono state interpretate appunto come bufale!

Sul web, rilanciate da Facebook girano bufale di tutti i tipi, tra le quali abbondano quelle finalizzate a individuare negli immigrati il bersaglio del malcontento, se non della rabbia, di intere classi sociali duramente colpite da una crisi che ne ha minato molte sicurezze. Si è parlato di “guerra tra penultimi e ultimi”, che si traduce nello scaricare le “colpe” su chi “viene a rubarci….” (i puntini sospensivi consentono di definire l’oggetto dell’esproprio a seconda delle necessità del momento). In questo modo, però, si sposta l’attenzione dal cuore del problema, rappresentato dalle diseguaglianze sociali crescenti e dallo scandaloso squilibrio di risorse, se è vero, ad esempio, che i 7 (sette) uomini più ricchi del Paese ne posseggono quanto il 30% più povero della popolazione. L’individuazione di un nemico esterno su cui scaricare l’attenzione quando c’è una crisi (finanziaria prima ancora che economica, è bene ribadirlo) è una ricetta valida per tutte le stagioni, ma la Storia ha dimostrato come quasi sempre la pietanza servita si sia rivelata indigesta.

E così questa narrazione a senso unico a mezzo web ci propina notizie non vere ma verosimili, (cito per tutte i 35 euro al giorno che i richiedenti asilo percepirebbero), o palesemente false, come la recentissima (e molto condivisa) bufala della “patente gratis agli immigrati che la richiedono, e con ben 30 punti iniziali anziché 20 come noi italiani”. Il tutto condito dall’immancabile “condividi se anche tu sei indignato”. Più facile da percepire come bufala la notizia delle nove monache incinte in un convento dove si ospitavano profughi. È però interessante da citare, poiché unisce due classici bersagli dell’odio del web: gli immigrati e la Chiesa cattolica, ritenuta “corresponsabile” della cosiddetta invasione da parte di larghi segmenti della pubblica opinione che, forse senza cogliere la contraddizione, rivendica allo stesso tempo la difesa dei valori cristiani dell’Occidente. Invito a leggere il Vangelo di Marco (Mc 12, 28-31) per verificare come la mia affermazione sia del tutto priva di connotati ironici. Non si possono “condividere” allo stesso tempo messaggi che tracimano di odio e razzismo e quelli su Medjugorje o Padre Pio. Discorso a parte, ma neppure tanto, il caso di chi pubblica a ripetizione post di indignazione (sacrosanta) per il maltrattamenti agli animali e magari mette “mi piace” a chi propone di “respingere in mare gli invasori”!

Non era purtroppo una bufala il video girato pochi giorni fa nel quale si vedeva un immigrato annegare nel Canal Grande, non solo senza alcun tentativo di soccorso, ma addirittura con alcuni presenti che lo dileggiavano dispregiativamente chiamandolo “Africa”, tanto simile a quel “Napoli” col quale da un secolo e mezzo si intende insultare i meridionali (dal Tronto allo Stretto) provenienti da una delle regioni appartenute per quasi otto secoli all’omonimo Regno… Nell’episodio di Venezia ho colto il segno di una Civiltà che sta annegando. E pensare che da bambino mi avevano insegnato che i Dieci Comandamenti erano stati dettati a un uomo, Mosè, il cui nome significava “salvato dalle acque”…