Storie d'amore e di tennis intrecciate e l'ultima volta che può non essere tale

- La Botte di Diogene di Anteo Di Napoli
Nadal e Federer
Nadal e Federer

Il tennis mi suscita emozioni inferiori solo a una partita del Napoli. È uno sport al quale, come qualsiasi italiano della mia generazione, mi sono avvicinato nel 1976, l’anno dell’unica Coppa Davis vinta dall’Italia e delle vittorie di Adriano Panatta agli Internazionali d’Italia e di Francia.

La passione scoppiò quando elessi a mio idolo il fenomeno svedese Bjorn Borg che cercavo di imitare anche portando i capelli lunghi come lui. Insieme al mio amico Tommaso riproducevamo sul marciapiede (in discesa) del viale di Paduli, partite di cui avevamo letto il resoconto sui giornali. Al tifo per Borg è indissolubilmente legato anche il ricordo del mio primo amore, Gabriella, con la quale vidi in tv (telecronaca di Guido Oddo) la finale di Wimbledon del 1980 vinta dallo svedese contro John Mc Enroe, forse la partita più bella della storia del tennis, sicuramente la più famosa, almeno fino a domenica scorsa. Di quel lungo sabato pomeriggio ricordo anche di dettagli minimi, come l’abbigliamento della ragazza e la disposizione dei mobili della sua stanza. La carriera di Borg fu tanto breve quanto clamorosa: 11 titoli del Grande Slam, l’ultimo conquistato il giorno del 25° compleanno e record di vittorie in partite dello Slam (89,6%) e in Coppa Davis (92,5%), dove vinse la prima partita a 15 anni!

Alla fine degli anni ’80 mi innamorai di Steffi Graf, delle sue gambe infinite e della sua coda di cavallo. I miei amici arrivarono a votare sul settimanale satirico Cuore la voce “le mutande di Steffi” nella classifica delle cose per cui valeva la pena vivere (entrò nella “top ten”)! Un’altra mia amica, Anna Maria, volendo insegnarmi a preparare un piatto di spaghetti aglio e olio, mi spiegò che l’aglio doveva diventare “biondo come la Graf”. Anche mia madre fu coinvolta nel “sentimento”, tanto che quando le dissi che un giornale annunciava il fidanzamento della fuoriclasse tedesca, mi rispose: “Dai, magari non è vero!”.

Negli anni ’90 frequentavo il Foro Italico insieme a una ragazza, Nicoletta, molto appassionata di tennis. Non riuscivo a capire se lei fosse interessata anche a me oltre che al tennis, ma la grande occasione di “approfondire l’argomento” me la feci sfuggire definitivamente in un gelido venerdì di febbraio del 1996. Si disputava la partita di Coppa Davis, Italia-Russia, con un freddo intollerabile, per i giocatori, che venivano avvolti da grandi coperte ai cambi di campo, ma soprattutto per gli spettatori che cercavano disperatamente di riscaldarsi saltellando sugli spalti. La necessità di accrescere la temperatura corporea rappresentava una occasione più unica che rara per la “verifica”, ma per tutta la “partita” aspettai invano il momento adatto “per scendere a rete”… e rimasi congelato “a fondocampo”.

Quando un paio di anni dopo conobbi Eleonora (nota ai miei lettori come “la moglie del tenente Colombo”) fui costretto a vivere quasi in clandestinità il mio amore per il tennis che giudicava noioso. Oggi, presumo per un effetto simbiotico, è un’appassionata, che “tollera” la mia “nuova fiamma” Maria Sharapova, e condivide il tifo e l’ammirazione sconfinata per Roger Federer.

La finale degli Open d’Australia disputata dallo svizzero domenica scorsa contro il suo eterno rivale Rafel Nadal ha avuto un'eco forse senza precedenti. L’edizione 2017 del torneo australiano si era caratterizzata per il fatto che le partite decisive, in campo sia maschile sia femminile, avrebbero potuto tranquillamente essere state disputate alcuni lustri fa. Tra le donne la finale tra le sorelle Williams (quasi 73 anni in due) era la riedizione della finale del 2003, vinta anche allora da Serena su Venus. Tra gli uomini, Nadal (quasi 31 anni) e soprattutto Federer (quasi 36) erano considerati sul viale del tramonto, per non dire finiti. Per di più lo svizzero era reduce da sei mesi di inattività per un infortunio, che lo aveva fatto uscire dopo 14 anni dai primi dieci giocatori della classifica mondiale; a Melbourne era testa di serie numero 17 (Nadal numero 9). La lotta per il titolo sembrava destinata allo scozzese Andy Murray e al serbo Novak Djokovic, invece clamorosamente eliminati da due avversari semisconosciuti. Tutti gli appassionati hanno cominciato a sognare una finale Federer-Nadal, traguardo raggiunto dai due “vecchi” campioni battendo una serie di avversari più giovani e dalle grandi ambizioni, al termine di autentiche maratone tennistiche. In particolare mai Federer aveva dovuto battere in sequenza 4 dei primi 10 giocatori del mondo e mai aveva dovuto vincere 3 incontri durati 5 set.

La sfida Federer-Nadal, i due tennisti più titolati della storia,è sempre stata una partita speciale, con lo spagnolo “bestia nera” dell’elvetico che forse avrebbe realizzato “Grand Slam” in serie se non lo avesse incontrato sul suo cammino. Federer ha vinto in carriera più di Nadal, il quale però ha vinto 23 dei 35 scontri diretti. Di questi, 22 sono stati finali, 9 di un torneo dello Slam (record assoluto). Tuttavia, era dal Roland Garros 2011 che non si affrontavano nella finale di uno Slam e l’ultima delle 2 sole vittorie dello svizzero risaliva addirittura a Wimbledon 2007. Inoltre, Federer non vinceva un torneo del Grande Slam da Wimbedon 2012 (Nadal dal Roland Garros 2014) e nel solo precedente australiano (2009), Nadal aveva battuto in 5 set Federer, uscito dal campo in lacrime.

Anche domenica scorsa Federer si è abbandonato a un pianto dirotto a fine partita, ma stavolta, forse perché libero dal peso del pronostico, ha tenuto i nervi saldi compiendo una straordinaria rimonta nel quinto e decisivo set, caratterizzato da emozioni e colpi da cineteca in serie. Il 18° titolo del Grande Slam ha rafforzato il suo primato nella classifica di tutti i tempi (Nadal e Sampras sono a 14), consacrandolo definitivamente come massimo tennista di sempre e tra i giganti assoluti dello sport. Splendide le parole di ammirazione che Federer ha speso a fine partita per l’avversario, rammaricandosi dell’assenza del pareggio nel tennis. Ha poi scherzato sul fatto che pochi mesi prima era stato l’ospite d’onore all’inaugurazione dell’accademia per giovani tennisti aperta da Nadal (forse in vista della “pensione”) e mai avrebbero immaginato di ritrovarsi nella finale di uno Slam.

Se c’è un messaggio che questa finale ci lascia per la vita di ogni giorno è che c’è sempre la possibilità che l’ultima volta non sia tale. Nessuno sport come il tennis può dare la dimensione dell’infinito, perché teoricamente una partita potrebbe non concludersi mai, e perché solo alla stretta di mani un punto è davvero l’ultimo. Grazie a Roger e a Rafa per le emozioni che ci hanno regalato e auguriamo loro, e a noi stessi, che non siano state le ultime.