L'ignoranza come strumento di lotta politica e non solo nel XXI Secolo quello dei barlumi

- Effetti collaterali di giovanni barra

Il 70% degli italiani, secondo numerosi studi di settore, rientra a pieno titolo nell'analfabetismo funzionale. Un dato allarmante, quasi ¾ dell'intera popolazione. Vale a dire, conferendo valore alla statistica, che siamo circondati, spesso e volentieri, da persone non in grado di comprendere o sintetizzare un testo di media complessità. Nemmeno i più selettivi nei rapporti umani possono ritenersi a riparo. Ma c'è dell'altro: la percentuale dei nostri connazionali che disdegna l'apertura anche di un singolo libro o giornale nell'arco di un anno si attesta intorno al 20%.

Cifre intrinsecamente sconcertanti, che ancor più sconcertano se si considera la capillarità, nonché la longevità media, della scolarizzazione odierna.

L'elenco delle possibili cause di un tale scenario sarebbe lunghetto, per cui, meglio restringere il cerchio a poche ipotesi di largo respiro. Ad esempio, cosa abbastanza ovvia, il fallimento del sistema educativo peninsulare e la compromissione definitiva della comunicazione giornalistico-politica con le linee guida del marketing.

Problema numero uno: i docenti ingrassano il ventre del precariato al netto di stipendi imbarazzanti, la continuità dell'insegnamento è regolarmente impedita, una riforma strutturata e ben ragionata della didattica sembra fantascienza, le strutture scolastiche sono fatiscenti e, dulcis in fundo, il ministro dell'istruzione può permettersi di non avere una laurea, teorizzandone però l'imprescindibilità persino per chi vuole inserirsi nella scuola materna. Il messaggio: mentre il carrierismo politico non qualificato regala prestigiose opportunità, eccellenti curriculum si ritrovano a stentare persino nell'ottenimento di occasioni lavorative deprimenti.

Problema numero due: rispetto al passato, la società contemporanea, lungi dall'elogiare la complessità, sembra incoraggiare un culto dell'ignoranza che comporta o un secco disprezzo per la cultura o un'ignoranza dell'ignoranza; due esiti ugualmente nocivi. La politica e il giornalismo, ormai sottogeneri del marketing, sono ostaggio di un modello di comunicazione in base al quale lo share non è semplicemente importante, è l'unica cosa che conta. Da qui, un inevitabile livellamento verso il basso: il pubblico-popolo non solo va inseguito ad ogni costo, va, all'occorrenza, addirittura esaltato in qualità di fonte sapienziale; ha sempre ragione.

Un quadro del genere, in cui la semplificazione totalitaria viene premiata perché non obbliga a un faticoso svezzamento intellettuale, non prevede la difesa della cultura, degli strumenti di analisi che fornisce o delle prospettive divergenti che sblocca. Essa è un po' peggio che inutile, è sospetta, poiché attenta all'imperante cretinismo democratico: il solito cultural-snob che vive nella sua campana di vetro non emana la puzza della verità. La quale deve essere semplice, immediata e rispettosa dei tempi televisivi.

Eppure, nonostante la diffusione di un simile credo, restiamo dell'idea che la sacrosanta parificazione dei diritti non equivalga alla parificazione delle opinioni. Gli individui differiscono per formazione, intelligenza, creatività, praticità, ecc. Non si sbaglia se lo si ripete fino alla morte.

Il problema, però, è che l'evoluzione della media-sfera costruisce tutti i presupposti per l'affermazione di illusorie istanze anti-illuministiche. L'esaltazione della mediocrità operata da alcune trasmissioni demenziali, l'ampio e inedito feedback di cui può disporre qualsiasi coriaceo semianalfabeta sui social media e le slinguazzate dei politici salottieri al forcaiolo di turno per accalappiare consensi tramite autonarrazioni deliranti (Trump=anti-establishment), definiscono il XXI secolo come il secolo dei barlumi.

L'ignoranza ignora se stessa perché non ha motivo di mettersi in discussione: il suo gestibile (?) protagonismo la rende, a tutti gli effetti, un ingranaggio storico collaudato. Al punto che diventa ormai molto difficile intercettarne i due consolidati paradigmi: quella socratica (autentica molla di un'inappagabile tensione conoscitiva) e quella genuina, conscia dei propri limiti e quindi aperta al superamento degli stessi.

Gli interpreti principali dell'oggi, infatti, sono i webeti (o haters) e i semiformati sdoganati dal wikipedismo (quelli che una volta si definivano ciucci e presuntuosi), i Teeteti scarseggiano. I primi, che affollano le aree commenti, sono riconoscibili in virtù di un alto senso dell'intuito complottistico, per una compiaciuta lontananza dai pedanteschi libri di storia e per il vezzo del turpiloquio: il fratricidio di Caino in realtà non è mai avvenuto; dietro le piramidi ci sono gli ufo e dietro gli ufo c'è Paolo Brosio; il Gabibbo è la prosecuzione della Thatcher con altri intermezzi; frase a casaccio sui poteri forti + invettiva colorita; ecc.

I secondi, che portano in giro le proprie velleità teoretiche alla stregua di imperdibili tesori, sono identificabili per una spiccata vena polpettonica, abbinata a un'inconcludenza poco sexy che vorrebbe essere sexy. Da laureato in filosofia, purtroppo, mi ritrovo perennemente esposto ad approcci di individui corrispondenti a quest'ultimo profilo. Per educazione, non riesco neanche a sottrarmi e, pur volendo, non potrei farlo, perché il il teoreticaiolo se ne accorge, lui sa. Dissimulare il disinteresse, riflettendo in simultanea sulle recenti sfighe fantacalcistiche, non è una strategia vincente. Si rischia solo di indispettire e prolungare. Di conseguenza: teorie “unificanti” prive di qualsiasi costanza logica; accademismi ingenui mischiati a intercalari tirannici; visioni del tempo storico che sembrano un mash-up di Spengler, esoterismo pubescente e Cristina D'Avena; ecc.

In qualche caso, sempre per educazione, o per masochistica curiosità, provo anche ad approfondire i passaggi dottrinali più critici nei rari vuoti di onniscienza che tali interlocutori si concedono. Le spiegazioni non sono quasi mai migliorative, anzi. Riflessione a caldo: strano, quando sono io a incontrare laureati in matematica o in medicina, non tento di propinargli le mie verità mediche o matematiche.

Raggiunta questa fase, in cui i livelli di cazzate assorbite diventano incompatibili con il prosieguo di una serata lontana da trance alcolemiche et similia, è facile che rimpianga il confortevole skyline della mia scrivania, con la sedia girevole in primo piano e il computer a sfinestrare serie tv in streaming. A cosa serve uscire quando c'è la HBO.

In conclusione, se il “piove, governo ladro!” è riuscito a ritagliarsi un'indiscutibile autorevolezza, saranno ancora molti i Trump da percorrere prima di rivedere qualcosa di accettabile. L'analfabetismo funzionale tendenzialmente anti-intellettualistico, così come l'ignoranza alfabetizzata avvezza al mangiucchiamento culturale in qualità di nuova frontiera dell'intellettualismo, rappresentano un potentissimo strumento di lotta politica, il migliore. Ma per chi?