Dell'Hortus Conclusus e la dimensione culturale di Benevento che va difesa quotidianamente, non solo quando cade a pezzi

- Effetti collaterali di giovanni barra
Hortus Conclusus
Hortus Conclusus

Statua dell'Hortus Conclusus gravemente danneggiata: la notizia è di qualche ora fa. Le prime ricostruzioni dell'accaduto hanno fatto pensare a un atto vandalico. Accertamenti successivi, invece, paiono permettere di sbilanciarsi sull'ipotesi dell'incuria.

Tempestive le dichiarazioni di Ricci, presidente della Provincia: “È una giornata triste per la città...”. Più enfatico l'incipit di Ntr 24 nel dare l'annuncio: “Benevento si sveglia con questa notizia choc che racconta di un serio danno al giardino progettato dall’artista sannita Mimmo Paladino. Notizia choc? Partirei proprio da qui.

L'idea che un tale evento possa aver prodotto una risonanza umorale collettiva degna di nota, temo sia riconducibile a una lettura proiettiva. Non c'è accusa di sensazionalismo, sia chiaro. Anzi, magari è anche probabile che la reazione spontanea di una fetta della cittadinanza abbia contemplato la solita, nonché sterile, nonché modaiola (ne siamo tutti vittime e carnefici), indignazione part-time. Sebbene quello stesso ipotetico sdegno si sia mostrato alquanto timido al cospetto della quotidiana vandalizzazione inflitta all'Hortus, della quale non poco si è detto, anche su questa testata.

Tuttavia, se la psicosfera beneventana, nell'assorbire il colpo, si fosse davvero espressa così come il racconto di Ntr 24 suggerisce, alla luce della più acclarata ipotesi dell'incuria, sarebbe quantomeno doveroso spingersi oltre la puntualissima retorica istituzionale. La quale, preda dell'immancabile atletismo mediatico imposto dall'euforia post-disastro, si tradurrà prevedibilmente in un farraginoso pragmatismo.

Si evoca, a onor di cronaca, un'unità di crisi per i beni culturali. Chissà che l'emergenza, una tantum, non venga registrata nelle giuste proporzioni. Giacché, lungi dal rappresentare un episodio isolato di scarsa manutenzione, la vicenda della statua costituisce un indicatore attendibile di questo preciso momento storico e della concezione della cultura di cui si fa portatore, persino tra le mura longobarde.

Neanche a farlo apposta, proprio qualche giorno addietro, mi sono soffermato in un mio articolo su queste stesse colonne sul tema dell'analfabetismo funzionale e sul culto dell'ignoranza a esso strettamente collegato. Il succo è che ci troviamo nel bel mezzo di un'epoca post-culturale, in cui la cultura è delegittimata, se non espressamente disdegnata. Tutt'al più, se ne ammette una valorizzazione protofeticistica, in termini di mero ritorno economico; i rassegnati sospirano “almeno è un punto di partenza”.

Renzi e le trivellazioni dell'affresco del Vasari finalizzate alla ricerca del Leonardo fantasma, Marino e i propositi di abbattimento di Via dei Fori Imperiali per la creazione di un parco tematico, rendono perfettamente giustizia a quanto detto. Sicuri che non sia un punto d'arrivo?

Del tanto sbandierato patrimonio artistico-culturale, in sostanza, non frega granché. Una testimonianza di un certo periodo storico può tranquillamente essere distrutta o deturpata se non è in linea con le strategie del cultural-brand momentaneo o con la più approssimativa bombonierizzazione delle antichità cittadine. Il turista deve capire l'offerta, l'offerta deve essere chiara: Roma, nell'immaginario nazional-popolare, coincide unicamente con le sue gloriose rovine, Firenze è Leonardo; le ingombranti tracce di altri cruciali passaggi delle rispettive storie urbane possono anche passare in secondo piano quando serve.

La città è di chi la visita, non di chi ci abita. Ecco il dramma contemporaneo: la Puglia non attrae il cliente-tipo di Briatore. I pugliesi dovranno farsene una ragione.

Secondo modalità analoghe si opera anche dalle nostre parti: l'Arco di Traiano, favorito da una posizione centrale, è oggetto di periodici restauri e qualche attenzione; al Teatro Romano, più decentrato rispetto al peripatetismo consumistico del Corso Garibaldi, compete invece una totale indifferenza; provare per credere.

Ma c'è dell'altro. In terra sannita, con l'avvento della mastellastica, queste logiche dominanti si sono incrociate con un'indiscreta integrazione: la concezione gastrica del culturale su cui già mi sono pronunciato in occasione dell'ultima edizione di Città spettacolo. Per intenderci, quella stessa concezione che ha ridotto una consolidata manifestazione teatrale cittadina a una kermesse di legumifaghi. Morale della favola: mentre le tracce della Transavanguardia cadono a pezzi, a prendere piede è la Panzavanguardia.

In tal senso, ci si fa persino vanto del successo di pubblico in qualità di argomento sovrano, dimenticando come le maggioranze possono annoverare tra i loro meriti l'avvento di Trump, il narcisismo di Siani e altri importanti traguardi appartenenti alla fenomenologia del dubbio gusto. Senza neanche considerare che un simile risultato, data la penuria di eventi nel Sannio, è un'ovvietà, più che un trionfo. Nel deserto ci si accontenta anche di una pozzanghera, nessuno reclama bottiglie di Levissima.

Per concludere, il problema non è l'ibridismo sagraiolo acchiappatutto in sé (mmmh...) o il suo hinterland, ma il fatto che simili proposte, veicolate come le migliori possibili, accechino sulla vera importanza della dimensione culturale. La quale, in special modo quando si tratta di tessuto urbano, detiene il valore di bene comune, di cardine identitario, di “percorso della memoria”. E in quanto tale andrebbe difesa quotidianamente, non solo quando cade a pezzi.