Fato, caso, destino e fortuna: differenze e analogie tra la tragedia greca e il fantacalcio

- Effetti collaterali di giovanni barra

Cosa intendiamo quando parliamo di fato, caso, predestinazione o fortuna? Sono termini analoghi o presentano differenze significative? Proviamo a mettere ordine. La credenza nel fato trova la sua origine nel paganesimo antico. Numerose fonti storico-letterarie, legate in special modo alla cultura ellenica, ci suggeriscono di considerarlo alla stregua di una forza oscura - finanche superiore al volere degli dei - in grado di preordinare gli eventi. La tragedia, genere in cui il fato ricorre secondo molteplici configurazioni, rappresenta forse il luogo più favorevole per osservarne le dinamiche. Esempio: il personaggio di Edipo, incestuoso e parricida, è l'emblema di come ogni strategia volta a raggirare un futuro inclemente, consegnato in anticipo sotto forma oracolare, si risolva in un buco nell'acqua a causa di questo inflessibile dispositivo mitologico; quel che deve accadere, anche se tramite percorsi poco lineari, ineluttabilmente accadrà; ogni tentativo di opposizione viene piegato. Non a caso, l'insigne medievista Graf, nel descrivere tale topos letterario in suo studio sulla sopravvivenza postpagana dello stesso, usa l'espressione "fatum invictum”(destino invincibile), concetto che implica una palese deresponsabilizzazione degli attori tragici. I quali, a veder bene, vengono attratti dalle rispettive spirali delittuose sempre loro malgrado. Non c'è predisposizione, ma predestinazione.

Con l'avvento del cristianesimo, invece, il fato, in qualità di forza suprema e separata, stenta a ritagliarsi il proprio spazio vitale, pur non scomparendo: infatti, soprattutto nei pressi dell'immaginario popolare, non così avvezzo alle complesse dispute teologiche e all'amore per la coesione argomentativa, assistiamo alla nascita di curiosi sincretismi. Al contempo, in ambito dottrinale, dovendo superare l'ostico corpo a corpo con l'ascendente libero arbitrio, tende a diluirsi nell'idea di provvidenza divina la quale, a differenza del suo predecessore pagano, esibisce una volontà vera e propria, più che un sordo disegno razionale e impersonale (pensiamo alla descrizione che ne danno gli stoici). Volontà ausiliare che traccia i confini del cerchio (del cappio, verrebbe da dire) entro cui il "libero" agire umano si dispiega.

Giunti a questo punto, passiamo all'analisi di altri due concetti elencati: caso e fortuna.

Il primo, per definizione, nega qualsiasi intervento divino o disegno prestabilito (razionale o irrazionale) nella spiegazione di ciò che accade. È il trionfo della contingenza: le cose potrebbero sempre essere altrimenti da come sono. Ogni necessità o finalità insita nel districarsi degli eventi è esclusa. Nel definire la fortuna, invece, ci accingiamo a un compito meno semplice: un fugace sguardo comparativo consiglia un'intuitiva gemellarità con il caso, nel senso che una casualità viene valutata come fortunata o sfortunata in base alle conseguenze che produce; in tal senso, uno stesso episodio può esser letto in maniera duplice simultaneamente; si pensi a un qualsivoglia esito elettorale.

Inoltrandoci nella questione, però, un simile resoconto risulta incompleto. Infatti, questa versione descrittiva della fortuna, cioè come casualità connotabile a posteriori più o meno positivamente, non corrisponde alla sua altrettanto diffusa, nonché irrazionalistica, percezione prescrittiva, ossia, la fortuna in qualità di forza soprannaturale capace di orientare gli eventi, ben più prossima al fato che al caso. Due massime tra loro incompatibili potrebbero rappresentare a sufficienza le due scuole di pensiero: la fortuna è cieca; la fortuna aiuta gli audaci.

Per integrare la discussione, ci sembra opportuno proporre ulteriori quesiti: la sfortuna, in virtù della prospettiva soprannaturalistica di cui sopra, sarebbe da concepire come banale assenza di fortuna o come sua antitesi autonoma? In altre parole, ci troviamo in presenza di un manicheismo perfetto (due principi distinti e complementari in lotta tra loro) o di un monismo poroso (un unico principio dall'attività intermittente)? E perché non pensare alla fortuna come assenza di sfiga?

A ogni modo, è davvero comune l'appellarsi a responsabilità occulte poco (o molto) collaborative piuttosto che riconoscere eventuali demeriti (o meriti). E non è detto che ci si sbagli. Basti pensare al fantacalcio*, collaudato strumento di tortura grazie al quale è facile apprendere che anche lo schierare una formazione ragionata, statisticamente prestazionale, non abolirà mai l'altrui culo. Si può addirittura affermare che il fattore “fortuna-sfiga” sia totalmente determinante nella composizione dei profili dei singoli giocatori: lo sculato cronico e i suoi sottogeneri (lo sc. gongolante, lo sc. disonesto, lo sc. sobrio, il disinformato intuitivo); lo sfigato recidivo e i suoi sottogeneri (lo sf. eroico, lo sf. petulante, il polemista assillante, il bestemmiatore compulsivo); ecc.
In conclusione, il sedere logora chi non ce l'ha o è la sfiga in persona ad accanirsi come solo lei sa accanirsi? Se ci si rivolge a Hector Cuper, allenatore sconfitto in ben 6 finali, e gli si dà candidamente del “manchevole in fortuna”, ci si costruisce una concreta possibilità di ricevere uno schiaffo in levare: un elenco dell'esistenze resesi trastullo costante della sfiga, senza averlo chiesto – e per questo irritabili – sarebbe sterminato.

Tuttavia, da individui razionali o aspiranti-tali-almeno-per-il-50%-della-giornata, ci sentiamo in dovere di propendere per la prima concezione della fortuna, quella descrittiva, accantonando ogni soprannaturalismo più o meno dichiarato e più o meno consapevole (il fatto che ogni weekend assistiamo alla partita che ci interessa sempre dalla medesima postazione, nella medesima casa, con la medesima maglia, con le medesime persone, con il medesimo numero di sigarette fumate, con le medesime ciabatte, con la medesima rigida sequenza di gesti, con il medesimo pessimismo scaramantico, con il medesimo eccetera eccetera, non deve ingannare).

* Digressione: c'è qualche pusillanime che inorridisce al sol pensiero di manifestare la propria adesione a una lega fantacalcistica, preferendo raccontare alla propria ragazza o ai propri amici schizzinosi, in occasione del fatidico giorno dell'asta e in un momento di scarsa creatività, di una serata in cui non sarà disponibile perché impegnato a consumarsi gli occhi su qualche sito porno. Tale scelta per me è incomprensibile. Ok, passi che un certo humor di centrodestra, in sede di cameratismo fantacalcista, possa prendere il sopravvento e che l'eleganza collettiva si dimostri più rara di un'alitata al mentolo dopo una scorpacciata di aglio crudo, ma abbiamo ancora tanti anni di vita discutibile davanti a noi. Il tempo a disposizione per riscrivere il concetto di imbarazzo non mancherà. Non fraintendete, il fantacalcio è senz'altro qualcosa di cui vergognarsi, ma la vergogna che genera è piacevole, quasi euforica. Un po' come quella che si prova nel trasportare le buste del McDonald's camminando verso casa.