Salutare è salutare ovvero tutto quel si esprime o non si esprime tra i beneventani quando si incontrano. Le ipotesi e la soluzione dell'anagramma

- Effetti collaterali di giovanni barra

“In principio era il saluto”. Così recitano le sacre scritture delle pubbliche relazioni. Sin dalla preistoria dell'etica, dell'essere con gli altri, non ci si è mai affrancati da tale usanza. La domanda è: come mai? Ci troviamo al cospetto di una vuota regola convenzionale, nonché transculturale, reiterata all'infinito senza motivo, oppure possiamo allegare all'immortalità del saluto un significato preciso?

Il formulario è sterminato, ma idealmente suddivisibile in due macroinsiemi (gestuale e verbale): bacio sulla guancia, sulla bocca o sulla mano (singolo, triplo, carpiato, simulato...); quello articolato delle gang, con un numero di passaggi prossimo alla doppia cifra; petto contro petto (tipico di un certo machismo grottesco, ammesso che ne esista uno non grottesco); stretta di mano (blanda, energica, accennata, con schioppo, con coinvolgimento dei polsi...); inchino (appena percettibile, profondo, ai limiti della genuflessione, genuflessione...); cenno con torsione della testa (con sorriso, con sdegno, con occhiolino...); ecc. Sulle varianti verbali è inutile dilungarsi, perché il concetto che esprimono, a prescindere dalla lingua di riferimento, afferisce stabilmente a una ristretta area semantica: salutare significa augurare la salute, la pace e il bene a coloro che si incontrano; un atto di cordialità gratuita. Questo, in linea generale.

In alcune circostanze, invece, il porgere il saluto può implicare anche deferenza, sottomissione, appartenenza (come segno di riconoscimento), supponenza (il classico “ti sto facendo un favore”).

A ogni modo, qual è il denominatore comune tra le molteplici forme del salutare (verbali e no)? Probabilmente, il riconoscimento dell'altro, ed è proprio qui che volevamo giungere.

Siamo partiti dal sottolineare la basilarità del saluto nell'ambito delle pubbliche relazioni. Ebbene, potremmo aver sbagliato. Una piccola aggiunta appare doverosa: “o così dovrebbe essere”. Questo, almeno, insegna la nostra esperienza cittadina.

Già, perché una certa avarizia nel dispensare saluti è un'abitudine diventata necessità in quel di Benevento. Dall'elementare, nonché più formale, contatto con un negoziante, al conoscente abbrutito da una flessione nell'assiduità dei rapporti, il risultato non cambia: il saluto è tutt'altro che scontato. Forse, sarebbe il caso di interrogarsi, dato che altrove, nei molti luoghi in cui la cordialità collettiva è meno logora, questa dinamica relazionale non è all'ordine del giorno: non si tratta di provincialismo ontologico, ma di una specificità locale.

Considerare tale consuetudine un vizio di forma, più che di sostanza, appare semplicistico. In primis, perché, parliamoci chiaro, l'antropologia autoctona non è esattamente in lizza per il titolo di patrimonio mondiale dell'informalità: un'intermittenza del saluto, come sintomo di un abbattimento radicale del formalismo o come trionfo della schiettezza collettiva, ha l'aria di una forzatura sin troppo ottimistica. In seconda battuta, perché questo rapporto complicato con la dimensione “salutativa”, lungi dal rappresentare una casualità permanente, con ogni probabilità, dice molto sulla percezione piuttosto macchinosa che i nostri concittadini hanno del prossimo. Sovente, in tal senso, ci capita di constatare l'incidenza dell'occhio pubblico nella decisione di porgere o meno il saluto: in virtù della momentanea compagnia in cui ci si trova collocati, il comportamento muta; la salutabilità di un individuo non è costante, dipende dal contesto.

Di primo acchito, verrebbe da pensare al beneventano in termini nevrotico-morettiani (con inflessione provincial-democristiana): cosa faccio, saluto o non saluto? Mi si nota di più se saluto freddamente o se non saluto affatto? Dovrei dare il saluto in prestito oppure dovrei sganciarlo in via definitiva?

A un'analisi più accurata, lo scenario cambia. Data la velocità di calcolo e la naturalezza dell'innaturalezza, si ha quasi la percezione di un algoritmo biologico o di un corredo comportamentale perfettamente automatizzato. Non trapela traccia del minimo sforzo, né del minimo tormento.

A questo punto, non basta più soffermarsi sul cosa e sul come. Bisogna interpellarsi anche sul perché. Ipotesi numero uno: l'eccesso di sovrastruttura.

In un luogo in cui è molto facile prevedere il finale di una conversazione, in cui abbondano i casi di amici con obbligo di frequenza, in cui la libertà d'espressione sembra calmierata da un dovere a una fraseologia rigida, in cui chiunque manifesti un minimo di personalità discorde viene stigmatizzato come personaggio (“ 'u suggett' ”), in cui alcuni individui vengono tenuti insieme da banalità acidule, in cui il blaterio spettegolante può costituire la massima aspirazione teoretica, in cui la cura maniacale dell'immagine pubblica vuol dire perfetta adesione identitaria alla stessa, non dovrebbe sorprendere un'incapacità strutturale nel riconoscere l'altro (della quale il saluto è l'incipit). Nel sovrabbondare dei guinzagli esistenziali, manca lo spazio per il decentramento rilassato, per l'omaggio spensierato. Nel clima psicologico competitivo allestito da una paranoia scrupolosa può diventare un problema persino un insignificante saluto: il circolo vizioso (dei salutanti intermittenti) fa sì che l'azzardare un “ciao”, senza la certezza di una risposta, equivalga a un possibile segnale di sottomissione, di sottrazione del sé. Riconoscere l'altro (salutando) e, al contempo, rischiare di non essere riconosciuti (salutati) implica, di fatto, la possibilità di aumentare l'altro, di diminuire se stessi, di disconoscersi: la sovrastruttura che si fa struttura, l'interno che si fa estensione dell'esterno. In sostanza, il timore del declassamento identitario – legato a un'immagine pubblica vissuta come speculare –, che già ingloba, in azione, l'intero ragionamento appena espresso, aiuta a propendere per un saluto mirato, cauto, sicuro di una replica, sicuro dell'approvazione.
Oppure, ipotesi numero due, tutta questa strampalatezza emotiva, più o meno meditata, non sussiste e, in tal caso, dobbiamo ammettere un errore di giudizio.

Tuttavia, sebbene la prima interpretazione possa non rappresentare un modo promettente di approcciare al contesto non salutante che ci circonda, allo stesso tempo spiegherebbe alcuni disagi (che spesso abbiamo attribuito a un residuo di sanità mentale) di cui siamo vittime perpetue: quando il divano, il ciabattare, i libri, alcuni accorti puerilismi, la solitudine e altre bramosie da claustromane, trasmettono un'idea di vita accogliente, forse, c'è qualcosa di sbagliato ad attenderci lì fuori. D'altronde, se persino il salutare diventa faticoso, per noi sprovvisti di automatismi sociali ben calibrati, non è poi così strano concepire l'uscita come un atto di fede.

Chiosa autocritica: l'invettiva contro i beneventani, pur trattandosi di invettiva analitica, è prassi molto beneventana, pure troppo. Chiosa alla chiosa autocritica: salutare è salutare. Se proprio non ci riuscite, istruiteci su come si fa a capire quando si deve salutare e quando no.
Anagramma di salutare: usa l'arte.