Archeologia giudiziaria: 9 anni dopo... chieste condanne per Mastella e altri e la prescrizione per la Lonardo. Ma la giustizia è già stata negata

- Opinioni di Carlo Panella
Clemente Mastella e Sandra Lonardo Mastella
Clemente Mastella e Sandra Lonardo Mastella

La Procura della Repubblica di Napoli, l'8 febbraio scorso, ha richiesto al Tribunale la condanna di Clemente Mastella a 2 anni e 8 mesi di reclusione, per corruzione e tentata corruzione, relativamente alla gestione della sanità pubblica in Campania. L'inchiesta - condotta in precedenza per anni - emerse clamorosamente nel 2008 (9 anni fa!) anche per l'emissione di provvedimenti di custodia cautelare. Di uno fu destinataria Sandra Lonardo Mastella (già presidente del Consiglio Regionale della Campania), costretta per giorni agli arresti domiciliari a Ceppaloni. Per lei oggi - semplicemente - la Procura in dibattimento ha chiesto il proscioglimento per avvenuta prescrizione. Cioè, perché è trascorso il tempo massimo perché il grave reato imputato potesse essere perseguito. La Procura, infine, ha chiesto contestualmente la condanna a 2 anni e 8 mesi dell'ingegnere beneventano Carlo Camilleri (all'epoca dei fatti consuocero dei Mastella) e degli ex assessori Udeur Andrea Abbamonte e Luigi Nocera.
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La vicenda, 9 anni fa, devastò anche la politica nazionale. Mastella si dimise da ministro della Giustizia del Governo Prodi che, di lì a poco, cadde e ci furono elezioni anticipate che portarono per la terza volta Berlusconi a Palazzo Chigi.
L'Udeur, il partito di Mastella, fu colpito in maniera definitiva, il leader è sopravvissuto come parlamentare europeo (di Forza Italia) fino al 2014. Quindi, la mancata rielezione che sembrava averne sancito la fine politica, dopo una lunga stagione cominciata nel 1976. Ma a riportarlo in primo piano è stata la fallimentare gestione decennale del Comune di Benevento da parte del Partito Democratico. Mastella si è potuto proporre come sindaco del capoluogo e, com'è noto, al ballottaggio è stato eletto con largo consenso.
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Non è di lui che qui voglio scrivere ma del significato anche simbolico che questa sua vicenda processuale assume, coincidendo con il venticinquennale dell'esplosione della stagione di Mani Pulite, quella dei processi (per corruzione e altri simili reati) a politici, governanti e amministratori pubblici che hanno chiuso la Prima Repubblica. Stagione giustizialista, ma del tutto inefficace per debellare il fenomeno corruttivo, attualmente, ancora vivo e vegeto.
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A 9 anni dall'esplosione di quella inchiesta la magistratura sta iniziando a decidere se condannare o assolvere Mastella. O Camilleri che - nel frattempo - consuocero più non è e, anzi, ha sostenuto suo figlio candidatosi a giugno a Benevento nel PD in concorrenza a Mastella. Per Sandra Lonardo, nemmeno questo, "semplicemente" il Tribunale non la giudicherà più perché i giudici si sono posti fuori tempo massimo.
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Al di là del prezzo enorme pagato dagli imputati, sottoposti al peso e ai costi di questa condizione d'attesa di giudizio - per quasi un decennio -, anche come cittadini c'è da rimanere stomacati. E lo scrivo chiaro e forte anche perché nessuno può attribuirmi alcuna indulgenza verso Mastella, in un quarantennio di giornalismo. Ed è doveroso farlo, lettori cari.
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Fin dalle ricadute beneventane della stagione di Mani Pulite, e nei decenni a seguire, ho sempre assunto una posizione intransigente scrivendo, decine di volte, che gli amministratori o i politici oggetto di inchieste giudiziarie o di rinvii a giudizio avrebbero dovuto dimettersi, lasciando le cariche pubbliche occupate per non trasportare nelle istituzioni le ombre che quelle indagini portavano. Di recente, l'ho chiesto, ad esempio, all'ex sindaco Pepe, il più importante imputato nel processo 'Mani sulla città' a Benevento, procedimento emerso nel 2012 (pure questo dopo anni di precedenti indagini), ora in fase di dibattimento e anche questo "ben avviato", data la lentezza, verso una serie di prescrizioni.
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Ebbene, pur rimanendo fedele al principio che chi svolge una pubblica funzione debba non solo essere al di sopra di ogni sospetto ma anche sembrarlo, devo prendere atto della concreta realtà giudiziaria italiana che non regge e anzi tradisce il viver civile su cui il richiamato principio di trasparenza si fonda.
Non è necessario invocare il, pur sacrosanto, principio garantista per il quale ogni persona è innocente fino a sentenza definitiva di condanna. Giustamente, infatti, argomenta in merito il presidente dell'ANM Piercamillo Davigo: se un tipo è accusato di pedofilia, io non debbo aspettare la sentenza definitiva di condanna per evitare che vada ad accompagnare i bambini a scuola.
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In Italia, e il processo a Mastella lo ribadisce, oramai si è ben oltre il richiamo (a volte peloso) al garantismo, perché succede che un'accusa possa restare in piedi - per un decennio - e alla fine si possa essere né assolto, né condannato. Può sfumare il tutto nel nulla della prescrizione: film da incubo su traccia kafkiana.
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E allora se questo è il quadro, e nei tribunali italiani lo è da troppo tempo, come si può ancora chiedere a un indagato o a un imputato di lasciare la carica o la funzione, anche dopo il rinvio a un giudizio che, con probabilità, potrà non aversi mai?
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Ciò in generale, anche a non tener conto dell'esperienza beneventana; essa in particolare dice che, quando pure le accuse riescono ad arrivare a dibattimento, in larga parte per non dire sempre, esse si traducono in assenza di condanne per politici e amministratori, tra assoluzioni e prescrizioni.
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Ma, anche a voler ammettere in teoria che, a un decennio e più di distanza dai fatti contestati, dovesse giungere una condanna, quale vantaggio potrebbe averne la comunità dei cittadini amministrati? Esemplificando, ammesso e non concesso (chi scrive, umanamente, spera sempre che l'imputato sia assolto) che Pepe dovesse venire condannato (in primo grado), nel sopracitato processo, si verificherebbe solo il paradosso che l'amministrazione della giustizia non l'ha colpito in tutti gli anni in cui è rimasto in carica a Palazzo Mosti, per condannarlo quando non lo è più!
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E dunque, tornando al processo napoletano a Mastella e agli altri imputati, a questo reperto di archeologia giudiziaria, nel commentarne le richieste di condanna posso solo dire che il suo esito, a nove anni e più da quel clamore del 2008, l'ha già avuto: giustizia è stata negata, nei suoi valori, e nella sua concreta utilità, con sicuri danni per gli imputati, assolti o condannati che saranno.
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Per cui, e concludendo, fin quando i processi non torneranno ad avere una durata ragionevole e da paese civile, con la minima certezza, almeno, di una sentenza (che sia però solo di assoluzione o di condanna), non si potrà più chiedere a un eletto o a un esercitante una pubblica funzione di lasciare una carica, quando non sia la legge a obbligarlo. Non può bastare una pubblica accusa: senza giudizio nessuna pena.
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PS : Nulla cambia l'individuazione delle responsabilità, se dei politici che hanno ordito per legge un processo penale volutamente inefficace o dei magistrati che lavorano male, per mancanze proprie o per scarsità di mezzi ed eccessivo carico di lavoro. O se sussistano entrambe le cause. Di tali responsabilità se ne discute, invano, da un tempo infinito e non si pone rimedio all'inefficienza: evidentemente, ai garantiti dal potere e a chi comanda va bene così.